A chi interessa il conflitto d’interessi?

Il M5S è la prosecuzione del renzismo, che a sua volta nacque come estensione del berlusconismo. Questo post è di analisi, niente licenze poetiche o dispositivi narrativi, cercheremo di capire come il vecchio e il nuovo della politica italiana sono in realtà talmente contigui da risultare né vecchi né nuovi, né di destra né di sinistra, semplicemente uguali.

Sul finire del governo Renzi partono alcune mosse strategiche piuttosto importanti: regalie ad Apple e IBM e soprattutto il caso IsiameD, 3 milioni di finanziamento che il 27 dicembre 2017 fecero gridare allo scandalo. Lo scandalo IsiameD in poche parole: dare un sacco di soldi per l’innovazione digitale a una società che col digitale ha poco a che fare, ma che in compenso si occupa di rapporti tra Mediterraneo e Cina. La stessa Cina che produce tutto, dai dispositivi Apple a quelli Huawei oggi nell’occhio del ciclone.

La faccenda IsiameD è stata giustamente liquidata dall’attuale governo che ne ha abrogato i fondi. Stiamo parlando di lobbying, cambia il gruppo di potere in carica e sposta gli interessi altrove. Ovvero verso l’azienda che controlla uno dei partiti del contratto di governo, la Casaleggio Associati. Formazione digitale, e-commerce, nuove tecnologie: le parole chiave intavolate dall’attuale fronte di potere dicono che per i prossimi anni bisognerà parlare di blockchain, 5G, IOT-internet of things.

Il conflitto d’interessi del M5S-Casaleggio Associati è decisamente più pericoloso e subdolo di quello berlusconiano, per i seguenti motivi:

  • Forza Italia e il M5S sono partiti che nascono entrambi come estensioni di gruppi di potere privato.
  • Berlusconi partiva da un potere molto concreto (edilizia, supermercati, assicurazioni) e allo stesso tempo immateriale (cinema, tv, calcio), al massimo del suo splendore. Infatti riuscì a vincere subito le elezioni. Il potere berlusconiano ha condizionato in maniera irreversibile questo paese, ma nel quadro di una più ampia trasformazione globale, innescata in gran parte dalla caduta del Muro di Berlino.
  • Casaleggio non ha vinto subito le elezioni, ha dovuto aspettare un bel po’ di anni per arrivare al vertice con il suo prodotto politico. I semi lanciati da Gianroberto, i frutti raccolti da Davide, nel mezzo tanti altri attori, non solo Grillo, Di Battista e Di Maio. L’Italia è arrivata un po’ in ritardo nell’infosfera digitale anche per via dell’insistenza videocratica di Berlusconi; mentre lui continuava a imperversare a reti unificate il M5S faceva astroturfing, propaganda algoritmica, colonizzava la blogosfera prima e i social network poi.
  • Con le accelerazioni digitali del’ultimo quinquennio 2013/2018 è come se fosse caduto un secondo muro di Berlino, stavolta invisibile, un confine immateriale che però incide pesantemente sulla società. Il conflitto d’interessi di Casaleggio è molto più pericoloso perché riguarda il futuro, laddove quello di Berlusconi era rivolto perlopiù al mantenimento nel presente di un assetto già logoro e passato, figlio degli anni ’70-’80.

I numerosi punti d’intersezione tra le due creature politiche meriterebbero approfondimento, ma ci limitiamo qui a elencare quelli più evidenti: entrambi si posizionano contro i media tradizionali, favorendo i propri asset. Entrambi si offrono come prodotto alternativo alla politica tradizionale, squalificandone la professione e caratterizzando in negativo ogni aspetto culturale, storico e scientifico. In questo senso, la polarizzazione del M5S è molto più profonda e riguarda in senso lato tutto ciò che gli sia estraneo, un carattere piuttosto peculiare del settarismo e del totalitarismo.

L’esempio recente della delazione organizzata digitale su Rousseau, che offre lo strumento “Segnalazioni” per permettere di segnalare comportamenti scorretti e in violazione delle regole del Movimento 5 Stelle, è ben esplicativo di questa natura profondamente antidemocratica della creatura di Casaleggio, che replica in digitale la struttura del panopticon e la dinamica sociale degli arrampicatori sociali, disposti a tutto per mettersi in evidenza a scapito degli altri, dei diversamente “onesti”. 

Qui si apre un’altra porta scorrevole che mette in contatto diretto e contiguo il berlusconismo e il grillismo, ovvero gli scandali. Così come scivolavano addosso al ex Cavaliere, ugualmente i grillini riescono a scrollarsi di dosso gli scandali, riuscendo anzi a trarne vantaggio come faceva Berlusconi. L’azienda edile e gli abusi dei di Di Maio? Così fan tutti. L’azienda dei Di Battista non paga Inps, lavoratori e fornitori? Chi è senza peccato scagli la prima pietra! Per gestire un conflitto di potere e di interessi è fondamentale gestire questa dinamica comunicativa, trovare sempre lo spinning favorevole qualsiasi cosa accada.

Torniamo quindi al conflitto d’interessi, cui anche Il Fatto Quotidiano ha deciso di dedicare qualche pagina. Questo argomento è stato trattato ampiamente in quasi tutti i libri che parlano di Grillo/M5S/Casaleggio, da Grillodrome a Supernova a Un Grillo qualunque per citarne qualcuno, se ne sono occupati inoltre numerosi giornali. Se anche Carlo Tecce e Stefano Feltri lo fanno, sulle colonne di uno dei giornali filo-M5S per eccellenza, significa che non solo la punta dell’iceberg è visibile, ma che qualcuno ha iniziato a sbatterci contro.

Aziende pubbliche o private che pagano, comprovati innovatori o semplici avventurieri che accettano di collaborare, una miriade di convegni, ricerche finanziate, riunioni riservate: i tre ruoli di Davide Casaleggio stanno generando quel conflitto di interessi che i Cinque Stelle hanno sempre avversato. […] Gli imprenditori che incontrano Casaleggio parlano al manager privato, al filantropo culturale o al leader politico?

Le cene, i convegni e i soldi: la fitta rete Casaleggio-aziende
di Stefano Feltri e Carlo Tecce, Il Fatto Quotidiano

L’articolo parte diretto col cipiglio del Travaglio che fu e ripercorre alcune vicende recenti, a partire dalla famosa cena romana di raccolta fondi per l’Associazione Rousseau, evento di lobbying cui era presente, poche ore prima dell’arresto per corruzione, Luca Lanzalone. Il faccendiere romano coinvolto in vari scandali è anche accreditato di aver scritto l’ultima versione dello Statuto M5S ed è un personaggio decisamente controverso.

Come già raccontato dal Fatto il 13 novembre scorso, il rapporto sulla tecnologia dei registri digitali (Blockchain) – scritto dalla Casaleggio Associati – ha mobilitato le più grosse aziende italiane. Il documento conta appena 51 pagine, inclusi articoli di giornale, un’ampia sitografia e tanti grafici, eppure è stato finanziato con ben 30 mila euro da Poste Italiane e altri 30 mila da Consulcesi Tech. Hanno partecipato alla ricerca 33 società che da quelle pagine di sicuro non avevano molto da imparare: Amazon, Assodigitale, Ibm Italia, Mediaset, Trussardi, Unicredit, Intesa San Paolo, Tim, Limonetik, Dnv Gl, Circle, Ez Lab, Sia Italia, Flix Bus. Quest’ultima, che ha scompigliato il mercato del trasporto su gomma, usufruisce da tempo della benevolenza del Movimento. Ci sono parecchie aspettative attorno alla blockchain. E il bilancio 2017 conferma che pure la Casaleggio Associati ci punta per aumentare i ricavi con le consulenze.

Le cene, i convegni e i soldi: la fitta rete Casaleggio-aziende
di Stefano Feltri e Carlo Tecce, Il Fatto Quotidiano

La blockchain è una tecnologia quantomeno controversa, al momento gli studi di fattibilità sono abbastanza concordi sull’affermare che è inutile, ammenoché non vogliate minare bitcoin o altre criptovalute, competendo con le farm factory che consumano gigawatt h24 in Cina. Link all’approfondimento qui.

Poste Italiane, Tim, IBM, ma anche tutte le aziende che hanno rapporti di partnership con Casaleggio, anche gli OTT come Google, Amazon. Difficile dire oggi cosa succederà: la formula magica pronunciata anche da Il Fatto Quotidiano è tutta qui: “il bilancio 2017 conferma che pure la Casaleggio Associati ci punta per aumentare i ricavi con le consulenze”. Tutto ciò mentre in ambito europeo si pensa esattamente a fare il contrario, cioè “governare in ambito europeo  il futuro protocollo o i protocolli dominanti che diventeranno standard mondiali,  al fine di evitare che, come accaduto nello sviluppo  e nell’affermazione della rete internet, il vecchio continente, pur avanti nella ricerca, non riesca poi a sviluppare un contesto tecnologico all’avanguardia”. Detto in soldoni, evitare che i privati, le megacorporazioni e i governi mandino tutto in malora favorendo interessi particolari.

Il ministero dello Sviluppo di Di Maio ha mobilitato centinaia di milioni di euro in pochi mesi per la blockchain: 45 milioni di euro in un triennio con la manovra, 95 milioni li ha presi dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) e poi ha creato un fondo di Cassa Depositi e Prestiti per le nuove imprese. Il ministero sta per annunciare la lista dei 30 esperti – reclutati da aziende, università e società civile – che studieranno come e dove investire le risorse per far sviluppare un settore acerbo.

Le cene, i convegni e i soldi: la fitta rete Casaleggio-aziende
di Stefano Feltri e Carlo Tecce, Il Fatto Quotidiano

Se siete arrivati fin qui nella lettua, allora c’è un meritato SPOILER: Casaleggio vuole implementare la blockchain in Rousseau per il sistema di voto online. Anche a costo di diffondere clamorose bufale, come dimostra l’ottimo fact-checking di Michelangelo Coltelli:
La bufala della votazione con la Blockchain in Sierra Leone
Nonostante il Paese abbia ufficialmente smentito l’uso del sistema in occasione delle elezioni di marzo 2018, la fake news continua a circolare.

Approfondimento su blockchain e sistemi di voto di Stefano Quintarelli

In una recente intervista a Lettera43, Davide Casaleggio ha affermato “semplificando, come negli Anni 90 il protocollo Tcp-ip ha generato internet e da lì i social media e l’e-commerce, dunque nuove modalità di scambiare informazioni, acquisire beni e anche relazionarci, oggi c’è la Blockchain, una nuova tecnologia destinata a impattare su tutti i livelli della socialità e del business. Ma non è l’unica: è piuttosto di uno dei quattro pilastri della quarta rivoluzione industriale assieme all’Internet delle cose, all’intelligenza artificiale e ai Big Data”. Il problema è tutto nella “semplificazione”, che impedisce di analizzare coerentemente il tutto e lascia passare informazioni tendenziose, poco corrette, utili ad alimentare la propaganda e a giustificare il conflitto d’interessi.

La faccenda si complica quando Davide indossa il cappello dell’Associazione Rousseau. A fine settembre Enrica Sabatini, il membro di Rousseau che da un po’ trascorre almeno tre giorni a settimana in Senato a sorvegliare il governo, ha invitato per conto di Davide una cinquantina di manager e intellettuali in Sardegna, a Calasetta. Obiettivo: riflettere sulla cittadinanza digitale e lanciare Rousseau Open Academy, una specie di ramo di formazione destinato ai militanti 5 Stelle.

Le cene, i convegni e i soldi: la fitta rete Casaleggio-aziende
di Stefano Feltri e Carlo Tecce, Il Fatto Quotidiano

L’articolo di Feltri e Tecce chiude a effetto così: curiosità a parte, cosa spinge persone dall’agenda molto fitta a spendere tempo e soldi per un weekend con Casaleggio? Molte delle aziende rappresentate a Calasetta sono le stesse che mirano agli affari con la Blockchain o che desiderano avere un governo per amico, come Google”.

Come già accaduto in passato Casaleggio si è affidato a un quotidiano avversario per ribattere, ovvero Il Corriere della Sera, cui anche Gianroberto si riferiva quando doveva annunciare qualcosa di importante. Questione di framing? Targeting? La lista potrebbe continuare, è chiaro che si tratta di scelte strategiche, dettate da precise logiche di marketing e comunicazione.

Emanuele Buzzi esordisce con la domanda diretta, “Davide Casaleggio, tra cene ed eventi lei sta diventando un punto di riferimento per fare lobby con Il M5S.” La risposta è da manuale: “«Sta scherzando, spero. Sono 12 anni che organizziamo eventi di questo tipo con la Casaleggio Associati e abbiamo sempre raccolto molti sponsor, ben prima che il Movimento fosse al governo». ”

Vale la pena analizzarla in dettaglio.

  • “Sta scherzando, spero”. A domanda diretta, Casaleggio risponde direttamente negando, senza argomentare.
  • “Sono 12 anni che organizziamo eventi di questo tipo con la Casaleggio Associati e abbiamo sempre raccolto molti sponsor, ben prima che il Movimento fosse al governo”. Queste parole sono in netto contrasto con la prima affermazione, con la candida ammissione che l’attività di lobbying è ormai ultradecennale.

Casaleggio sta offrendo ai partner una rete di contatti privilegiati per entrare nei nuovi business del digitale, quindi la traduzione di quanto sopra è in perfetto linguaggio istituzionale: la smentita ufficiale è quanto basta per restare nel politically correct, il resto della risposta parla a chi deve veramente capire il messaggio, ovvero “cari partner non abbiate paura, adesso che siamo al governo la nostra azione di lobbying sarà ancora più performante”.

Non a caso con la risposta successiva si rafforza il tema: Buzzi: “Allora come mai proprio ora che il M5S è al governo grandi aziende hanno deciso di finanziare il vostro studio sulla blockchain?” Casaleggio: «Le ripeto: abbiamo una storia che parla per noi; sponsor compresi. Negli anni abbiamo sempre affrontato temi di frontiera per il business delle aziende, raccogliendo molto interesse: come l’e-commerce, l’intelligenza artificiale, quest’anno era la blockchain, che è un’innovazione dirompente».

Venghino signori, venghino.

Non desta sospetti che il governo decida di stanziare fondi proprio sulla blockchain? E che esperti che hanno collaborato al suo progetto figurino tra quelli scelti dal ministero?
«In tutto il mondo si sta ragionando sulle possibili applicazioni. Per esempio, la prossima settimana ne parlerò a Dubai insieme al premio Turing Silvio Micali e a molti altri esperti internazionali. Credo sia necessario e indispensabile che il governo di un Paese come il nostro se ne occupi. Avrebbero dovuto farlo già da tempo, ben prima del 4 marzo. Sugli esperti non so a chi si stia riferendo, ma faccio presente che da sempre per le nostre ricerche cerchiamo di coinvolgere i maggiori esperti del settore».

Casaleggio: «Io farei lobbing? Non scherziamo, nuovo sito nel 2019» «Conflitto d’interessi e falle digitali» Adesso Rousseau diventa un caso. Davide Casaleggio: «Investiremo nella sicurezza». Ma Rosseau diventa un caso

L’intervista prosegue, Casaleggio paragona il sistema di Segnalazioni di Rousseau al whistleblowing e vende il suo prodotto come qualcosa di trasparente e garantito: solo qui ci sarebbe da fare debunking per un intero altro articolo, senza contare che il paragone col whistleblowing suona come una bestemmia in chiesa il 25 dicembre.

Come previdibile le risposte interessanti arrivano nel finale, quando Buzzi incalza sui problemi di sicurezza di Rousseau, Casaleggio risponde “contiamo di terminare entro la metà del 2019” e poi cala l’asso: «Stiamo lavorando per rendere operativo il voto su blockchain. A breve renderemo disponibile a tutti la pagina “Eletti”, un profilo che racconterà passo passo l’attività istituzionale e quella sul territorio di ogni singolo eletto».

Insomma Casaleggio dopo aver inizialmente negato i suoi affari di lobbying,  con altre parole le afferma con più forza, dando un messaggio molto chiaro per i portatori d’interesse, per i lettori de Il Corriere della Sera che certo non sono gli stessi de Il Fatto Quotidiano. Seguono due passaggi importanti per altri motivi ancora.

Quindi ci saranno novità nei prossimi mesi?
«Stiamo lavorando per rendere operativo il voto su blockchain. A breve renderemo disponibile a tutti la pagina “Eletti”, un profilo che racconterà passo passo l’attività istituzionale e quella sul territorio di ogni singolo eletto».
Il M5S sta cambiando.
«La piattaforma si è evoluta insieme al Movimento che è cresciuto negli anni. Oggi accanto a questo abbiamo anche la Rousseau Open Academy che è un luogo di riflessione su temi cruciali: i nuovi diritti digitali. Crediamo molto in questo percorso che sta raccogliendo sempre più interesse internazionale».

Il profilo Eletti significa creare un altro livello di intermediazione tra chi gestisce Rousseau/M5S e la platea di iscritti, attivisti o presunti tali, che vogliono aspirare a entrare in politica. Il riferimento alla Rouseau Open Academy è invece importante per un altro livello del conflitto d’interessi, quello che riguarda la penetrazione all’interno delle istituzioni, educative, scolastiche, sociali. Su questi temi la propaganda su Facebook sta diventando pressante, tanto che i video sono spinti di continuo, anche col sistema delle pagine collegate, come Paroleguerriere.info, che offre una prospettiva soluzionista e tecno utopica imbarazzante, riprendendo molti temi del primo Grillo.

Cosa resta alla fine di questa lunga disamina? Da un lato è chiaro che il conflitto d’interesse, passato in cavalleria con Berlusconi, risulterà sdoganato anche nel caso di Casaleggio. Inoltre, la maggiore pericolosità di questo nuovo conflitto d’interessi riguarda l’egemonia su tutta una serie di cose nuove a venire, di cui il potenziale è ancora parzialmente inesplorato. Motivo in più per fare finta di nulla.

Di Maio ha recentemente annunciato di voler cambiare la Costituzione nel 2019, il suo modello di reddito di cittadinanza è un workfare neoliberale non troppo diverso dalle misure già adottate in passato da Berlusconi e Renzi. I segni di continuità tra i precedenti governi sono allarmanti e il conflitto d’interesse è solo uno dei tasselli di un mosaico molto complesso, in cui il #governodelcambiamento si sta rivelando un tragico specchietto per le allodole, in un paese stanco, nevrotico, incazzato.


Così fan tutte

#governodeimeme

Che questo sarebbe stato il governo dei meme, coi suoi social media manager e con le supercazzole digitali, ce ne eravamo accorti da tempo, ma ogni volta i nostri eroi riescono a stupirci, portando sempre più in alto l’asticella.

Un insieme di cose che poi ridicolo non è, perché si tratta di iperrealtà a uso e consumo di una platea composta tanto da chi ancora ci crede in buona fede, tanto di adepti e fanatici. Parole grosse, forti, eccessive? Vedendo come è stata interpretata da molti fan la retromarcia sul deficit da 2,4 a 2,04 – chiaramente un numero scelto non a caso per creare false percezioni – non si direbbe, ma anche vedendo la quantità di ciarpame che i nostri beniamini mettono in circolo sui social a getto continuo.


“Viva Conte, ha mantenuto il 2,4%”. Sul gruppo Facebook M5S spopola l’equivoco sul deficit

Questo post in stile “la piaga dei cinquantenni su Facebook” serve a glissare sull’enorme batosta che l’Italia sta prendendo in campo internazionale e per mettere l’accordo con Jucker in secondo piano. Addirittura sul web è spuntato anche il video di una festa romana in discoteca per i pentastellati.

“Siamo stati fortunati” sembrano le parole perfette per capire che questo esecutivo vuole durare, che i parlamentari alle prese con la dolce vita romana tutto vogliono tranne che tornare nelle retrovie, a fare banchetti e prendere firme sotto la pioggia. Qui si fa politica o si muore, bisogna capitalizzare al massimo. Grande assente Di Maio, alle prese appunto con l’accordo con Juncker, che indebolisce la figura di Conte e disturba la campagna elettorale permanente. Ma finché dura la luna di miele con l’elettorato, questo sarà l’andazzo.

Dicembre è un mese particolare per la politica italiana, un po’ come i mesi estivi, quando si cerca di fare e disfare approfittando che gli italiani pensano ad altro. Il primo dicembre Salvini lanciava un messaggio distensivo a Bruxelles: “Troppi 16 miliardi per quota 100 e reddito di cittadinanza? Allora li sposto”. Di Maio ribatteva proponendo niente sanzioni per chi non rispetta l’obbligo della fatturazione elettronica, tassa sui rifiuti calcolata in base al numero degli occupanti e non più in base ai metri quadri della casa e l’autonomia alla Regione Veneto entro dicembre. Non potendo Salvini e Di Maio proporre anche una bicicletta con cambio Shimano e una batteria di pentole ai primi 100 chiamanti, nei giorni successivi si sono prodigati lanciando proclami random, contro la Fornero, a favore della Tav e del presepe, ecotassa sulle auto si/no/forse.

Le parole legastellate dei due condottieri italici in guerra con l’UE erano più o meno queste: “non ci siamo mai impiccati a uno zero virgola”,  “pensiamo ai cittadini e non ai numerini”.  Poi la calata di braghe, “ce lo chiede l’Europa”, mentre Grillo e Di Battista cercano di mettere  cappello sui gilet gialli e Salvini scrive messaggi in gergo bimbominkia davanti al Muro del Pianto, con la kippah in testa. Sembra una puntata di Boris, ma purtroppo non lo è.

Adesso il “vecchio ubriacone” di Juncker e “l’amico di Soros” Moscovici cantano vittoria, mentre mezza Europa ci ride dietro, un’altra mezza ha paura dei gilet gialli (che meritano un capitolo a parte), tutti guardano ai fatti di Strasburgo come un campanello d’allarme per le politiche comunitarie.

Dalla Tav all’ecotassa, dagli inceneritori al decreto sicurezza, il governo italiano adesso dovrà affrontare i veri nodi e dopo tutta questa manfrina chissà cosa succederà a gennaio. Nei primi mesi del 2019 il M5S ha bisogno a tutti i costi di qualcosa da sdoganare sotto forma di “reddito di cittadinanza” per lanciarsi nella campagna elettorale per le europee, mentre Salvini al momento è ambito e corteggiato dall’ex centrodestra e da Berlusconi e ha il partito in crescita costante.

Ecco perché i grillini in discoteca si sentono fortunati, ci sarà poco da ridere se Salvini farà saltare il banco. I malumori di Grillo, lo spettro di Di Battista, le fronde interne al gruppo parlamentare coi fichiani verso sinistra e tanti altri verso Forza Italia; tutti grattacapi che faranno passare a Di Maio delle brutte feste natalizie, c’è da scommetterci. Il problema è che Di Maio e il suo inner circle non hanno una visione precisa e non sono autonomi da Casaleggio. Se si dovesse rompere il “contratto di governo” con la Lega per andare a elezioni anticipate,  moltissimi non verrebbero ricandidati e ripartirebbe la giostra su Rousseau. Salvini e Casaleggio sono gli unici veri vincitori, questo è indubbio.

Terzo Valico, Toninelli: fermarlo costa troppo, l’opera va avanti

Per la serie nacquero rivoluzionari, morirono pompieri.

Col timore di andare tutti a casa i grillini devono cedere quasi tutto il potere a Salvini, nel frattempo continuano a fare quello che gli riesce meglio, ovvero la propaganda, invocando spesso complotti e fantasmi che non possono veramente colpire, finché non si scottano come la Raggi col rogo della monnezza romana.

Il PD continua a essere inconsistente e troppo legato al fantasma di Renzi, che rimugina il passato, rosica e vede solo nemici accanto a sé, senza capire che i tempi sono fin troppo maturi per una scissione e una rifondazione: renziani a destra e il resto con le macerie della sinistra, palla lunga e pedalare.

Berlusconi è tornato a farsi sentire, lamentando la mancanza di un’eredità politica e agitando davanti ai contedenti, definiti sardine piuttosto che delfini, il suo ormai piccolo gruzzolo di voti e influenza. Mentre tutti ruotano intorno a Salvini, il paese arranca e forse una qualche nuova forma di protesta potrebbe far cadere il velo su questo #governodelcambiamento così simile a tutti gli altri prima.

Cacciari su Salvini: “La sua è una forza egemone, sotto tutti i punti di vista. Salvini è l’avversario ideale per il Pd. È destra, destra pura, senza equivoci. L’avversario perfetto per chiamare a raccolta tutti quelli che alla destra vogliono opporsi”.

Peccato che a sinistra il vuoto persista.

Di Maio è uscito quasi indenne e per certi versi rafforzato dallo scandalo del padre, riportando in auge la dinamica sociale legata all’eversione borghese che anima nel profondo l’italiano medio. Chi è senza abuso edilizio scagli la prima pietra, chi non ha mai evaso del resto, e se tutti sono ladri allora bisogna essere più furbi per sopravvivere: questo è quanto pensa la maggioranza silenziosa che per decenni ha votato la vecchia politica e adesso tifa #governodelcambiamento


Politica #blackfriday, la ruspa di Salvini e l’azienda di Di Maio

II black friday è un rito capitalistico e di celebrazione del consumo, nasce nell’America degli anni ’20, ma esplode definitivamente con l’edonismo reaganiano negli anni ’80. Un rito multiforme e complesso che funge sia da innesco per il grande consumismo natalizio, sia da indicatore per gli addetti ai lavori, per capire il mercato come va.

Con l’esportazione di questo rito c’è stata una mutazione del rito stesso, che dall’originaria forma materiale -accamparsi fuori i centri commerciali per poi assaltarli all’apertura e accaparrarsi le merci super scontate – è ora diventato un lungo, lunghissimo, periodo di sconti online. Oggi tutti fanno il #blackfriday, anche il fruttivendolo all’angolo e il ferramenta di fiducia.

Quanto ha a che fare con politica attuale? Moltissimo e non solo per le implicazioni relative alla trasformazione delle relazioni umane tra analogico e digitale, ma anche per le motivazioni sostanzialmente reazionarie che pervadono gran parte della politica digitale: il popolo si rivolta per rivendicare il proprio diritto al consumismo tout court. Una dinamica che influisce a sua volta sulla costruzione della politica stessa, col marketing elettorale perpetuo che soffia, alimenta e cavalca il risentimento popolare, per catturarlo nel proprio dispositivo di propaganda e consenso.

Gli ultimi lunedi sono stati davvero neri per la politica italiana, soprattutto per Luigi Di Maio alle prese con gli scandali familiari relativi all’azienda paterna e non solo. Lunedi neri ancora di più per il quadro politico complessivo, grazie all’avanzata salviniana dei provvedimenti sicuritari che servono a costruire un clima di panico per i prossimi anni, qualcosa che il centrodestra cavalcherà in ogni modo possibile.

Il no al Global Compact e il decreto Sicurezza fanno parte di una strategia della tensione che porterà l’Italia in guerra contro la realtà: il nostro paese è al centro del Mediterraneo e funge da sempre da mediatore culturale, terra di passaggio tra vecchio e nuovo e mondo. Ma Salvini sa benissimo che al momento gli unici sentimenti da cavalcare per ottenere consendo sono quelli di insicurezza e di paura verso il futuro.

Nel frattempo il M5S mostra qualche fugace crepa, ma le parole del dissenso sono bene o male associabili ai soliti noti, come Gregorio De Falco: “Gli Stati di tutto il mondo hanno riconosciuto che di fronte a 68,5 milioni di persone costrette a scappare da fame e guerra – tra rifugiati, sfollati interni e richiedenti asilo – fosse necessario un coordinamento globale e una governance comune. Ed allora è lecito e doveroso chiedersi come mai il Governo scelga ora di rimandare”.

Con Di Maio troppo occupato dai suoi problemi di immagine, Casaleggio troppo occupato a fare lobbying per i propri interessi privati e Grillo sempre più isolato nelle sue sparate contro tutto e tutti, il M5S rischia rapidamente di perdere consenso, veleggiando incerto verso le elezioni europee.

La base originaria del M5S è stata in gran parte rimodulata sul clickattivismo, la parte latente del movimento pre 2009 è molto diversa, ma la parte più volatile è oggi forse per la prima volta visibile a occhio nudo: alcune operazioni di comunicazione, soprattutto quelle più spregiudicate, iniziano a rivelarsi quello che sono, ovvero arrampicate sugli specchi sostenute solo dai fedeli più accaniti.

Difendersi da un servizio delle Iene dopo che per anni quel programma tv è stato un tuo riferimento culturale influente, costantemente riportato dal blog di Grillo, La Fucina, TzeTze e ripostato con la formula del clicca qui vediamo quanti siamo, non è facile. Significa dover iniziare ad ammettere che esiste una realtà oltre lo schermo. Praticamente, il Re è nudo, Neo inizia a vedere il codice sorgente di Matrix, adesso è tutto più difficile.

Anche Il Fatto Quotidiano è sul pezzo, c’è poco da dire oltre.

Con la presa di potere dell’inner circle di Di Maio il M5s ha rinnegato se stesso e ora il leader rischia di annegare nello stesso pozzo che Grillo ha scavato per buttarci i cadaveri dei vecchi partiti. Filippo Roma delle Iene ha accusato di aver ricevuto minacce di morte e il fuoco mediatico difficilmente si spegnerà presto.

Il blackfriday della politica ha portato un effetto sorprendente, con Antonio Di Maio costretto a fare pubblica ordalia in un video su Facebook, un’abiura dal sapore staliniano ma con mezzi digitali, sintesi perfetta della politica pentastellata, sempre in contraddizione e sul filo del paradosso.

Restare al governo per Salvini è una scommessa che permette di giocare diversi risultati, a cominciare da un possibile rimpasto post-europee, ma se il calo del M5S dovesse risultare eccessivo e clamoroso, estendendosi alla figura complessiva del governo, non sarebbero da escludere colpi di scena. Forza Italia è uscita allo scoperto e la Meloni scalpita, ma restano ancora un po’ di poltrone da spartire e quindi è piuttosto difficile che avvenga una crisi in tempi brevi.

Le elezioni anticipate potrebbero essere la scelta migliore per il M5S, soprattutto in ottica Di Battista-Grillo, ma non sono da escludere ribaltoni: se veramente esiste un fronte interno di sinistra nel movimento, allora la famosa fronda di Fico potrebbe, con l’appoggio del PD, muoversi in senso istituzionale col placet di Mattarella. Ma questo è uno scenario quasi fantascientifico, perché necesiterebbe un PD derenzizzato e un M5S in rivolta contro Di Maio e Casaleggio.

Un PD con Minniti potrebbe invece tranquillamente appoggiare la Lega, FDI e FI, ma conviene a Salvini? Mattarella dal canto suo non ha probabilmente la forza di tirare le fila per un governo del Presidente, mentre Berlusconi spera di prenderne il posto a fine mandato, sfruttando proprio questo assetto parlamentare caotico, facilmente influenzabile e con truppe, specialmente lato 5 stelle, pronte a fare il salto a destra.

Con l’esplosione della rivolta francese dei Gilet Gialli, che ricorda molto quella dei Forconi e gode di un effetto mediatico importante, sia in termine di networking che di spinning, è obbligatorio riflettere sulle accelerazioni politiche in atto, anche preparandosi al peggio.

Negli anni passati Renzi è riuscito a spostare a destra il PD e buona parte del suo blocco sociale, poi il M5S ha fatto da taxi di governo alla Lega, sterzando così definitivamente a tutta destra la politica italiana.   Non è da escludere che un futuro Salvini da solo al potere sia molto più violento del previsto, anche grazie a quella zona grigia di consenso che per anni si è abbeverata alla propaganda grillina.

Su questo tema torna attuale una citazione, e un omaggio, a Bernardo Bertolucci.

“Ama quelli che sono come lui, e diffida di quelli che sente diversi. Per questo l’uomo normale è un vero fratello, un vero cittadino, un vero patriota… Un vero fascista.”

 

Natale a 5 stelle con la Lega come fosse antani

Il 2018 del governo legastellato finisce un po’ come un cinepanettone, con Conte in giro per l’Europa che tenta di raccattare i cocci della #manovradelpopolo e Salvini e Di Maio costantemente impegnati nel proprio personal branding verso le elezioni europee.

Tutto quanto può andar male con l’Europa e con la manovra finanziaria altro non è che miele per i due picadores legastellati, convinti di essere al punto di arrivo di una lunga corrida nel quale la comunità europea è il toro morente e le prossime elezioni, e loro stessi, sono sciabola e matador.

L’Italia corre il rischio, nei primi mesi del 2019, di andare in default e non bisogna escludere che un po’ Lega e M5S guardino a ciò come un’opportunità: da un lato accuserebbero i governi passati, dall’altro polarizzerebbero il conflitto  popolo italiano vs. elite europeiste, sperando poi di passare all’incasso alle urne.

Salvini sa benissimo che la leadership del centrodestra è  tutta sua ed è difficile pensare che voglia diventare il futuro presidente del consiglio di un paese in rovina. Di Maio invece sa che il suo destino politico è incerto e che il M5S in futuro potrebbe godere molto più dell’instabilità e del caos per poter continuare sui binari del partito antisistema. Ma gli interessi di Di Maio coincidono con quelli di Casaleggio? E con quelli di Grillo e Di Battista?

La manovra del popolo consiste in una strategia a breve termine e mira a un risultato rapido, clientelare ed elettorale. In definitiva, serve molto più a Di Maio che a Salvini.

«Ho già dato mandato di stampare le prime cinque o sei milioni di tessere elettroniche per il reddito di cittadinanza», ecco il roboante annuncio di Di Maio, parole pronunciate in tv usando un linguaggio che strizza decisamente l’occhio al frame sovranista-signoraggista “stampare denaro”, mostrando uno sprezzo totale della verità e una lucida pervicacia nel diffondere qualsiasi tipo di balla, purché funzionale alla propaganda.

La manovra del popolo consiste in una strategia a breve termine e mira a un risultato rapido, clientelare ed elettorale. In definitiva, serve molto più a Di Maio che a Salvini.

Nessuno dei due contraenti del contratto di governo è in grado di affrontare le problematiche strutturali del paese, tantomeno di elaborare un’agenda politica di medio-lungo periodo, mettendo nero su bianco obiettivi e strumenti per realizzare qualcosa di concreto. Quindi tanto vale spararle grosse, approfittando della luna di miele con l’elettorato, che dopo anni di cattiva politica sarebbe disposto a vedere pure Pippo, Topolino e Pietro Pacciani al governo. La parabola di Virginia Raggi a Roma è fondamentale per capire questo fenomeno.

Le slides sul reddito di cittadinanza: trollata o realtà?

L’Italia legastellata rappresenta al momento “una seria minaccia per quell’armonia dell’Europa che è stata conquistata e forgiata nei settant’anni trascorsi da quando i fascismi europei invasero il continente cercando di convincerne i popoli che loro avevano tutte le risposte”, così scriveva a ottobre il quotidiano inglese The Independent. Mancano pochi mesi per capire cosa davvero potrà succedere.

A questo punto vediamo un po’ gli scenari futuri per gli attori politici.

Salvini è attualmente l’unico che può vantare uno scenario favorevole in quasi tutti i possibili sviluppi. Intanto la Lega avanza inesorabilmente anche al sud Italia, in Campania, Calabria, Sicilia. Salvini raccoglie sempre più consensi e spesso interi assembramenti dell’ex classe dirigente del centrodestra berlusconiano passano alla Lega.

Il partito di Salvini riesce a funzionare in modo deterritorializzato anche copiando la strategia che in passato fu del M5S:  pagine e gruppi Facebook, WhatsApp, ecc. Come conferma Luca Morisi: “La dinamica dei social di oggi, purtroppo, favorisce il rafforzamento dei cliché: tutto è ultra-semplificato, e quindi si creano le fazioni”. Chiaramente questi elementi sono ribaltabili, diventano positivi per chi ha necessità di strutturare politica a costo zero. La polarizzazione verso i migranti, verso gli stranieri, verso i diversi, verso donne e omosessuali, alla lunga funziona meglio della generica “onestà” dei grillini.

Al sud poi Salvini può contare su qualcosa di simile al reddito di cittadinanza: l’investimento nelle forze armate e di polizia, da sempre valvola di sfogo per disoccupazione. Per farsi un’idea la Russia è il paese più militarizzato del mondo, con 564,6 poliziotti attivi ogni 10mila abitanti, ma subito dopo ci sono la Turchia e l’Italia con 467,2. Con le nuove assunzioni Salvini può pensare anche a nuovo consenso, soprattutto al sud. Quello di polizia, carabinieri e forze armate è stato un asset importante del centrodestra berlusconiano e oggi con FDI non certo ai livelli della vecchia AN, Salvini può banchettare tranquillo.

Al momento a Salvini conviene logorare il M5S, mentre il resto del centrodestra resta nell’ombra, mentre la Meloni gioca coi meme e magari Berlusconi decide se elargire parte della propria eredità a qualcuno di loro, piuttosto che a Renzi. In caso di exploit alle elezioni europee, Salvini potrà chiedere un rimpasto e ridimensionare i pentastellati, oppure far saltare il banco e andare a prendersi il paese con il centrodestra unito. Ecco perché è l’unico con tutte le carte vincenti, poi bisogna vedere cosa decide il banco, ma questo è un altro discorso.

Veniamo ora al M5S. Passata la buriana dei 18 “dissidenti” sul decreto sicurezza, che hanno ritirato i loro emendamenti e scongiurato la famosa “rivolta a sinistra”, resta qualche dubbio sulla tenuta nel lungo periodo della truppa parlamentare. Da un lato Di Maio non può pensare di schiacciare facilmente personaggi come De Falco e Fattori, dall’altro nessuno di loro può veramente sperare in un cambio di passo all’interno del movimento stesso, troppo legato alla gestione dell’inner circle. Non a caso la comunicazione è commissariata de facto e Casalino sto gestendo tutto col pugno di ferro.

Elena Fattori ha parlato di “un clima di terrorismo psicologico lontano da ogni forma di democrazia e condivisione”. Ma se una vera spaccatura non si è ancora palesata, il dubbio non è tanto sul famoso “schieramento di sinistra” all’interno del M5S, il famoso blocco che dovrebbe fare capo a Fico.

Roberto Fico è stato opportunamente “boldrinizzato” e per questo difficilmente capeggierà alcuna rivolta, Di Maio deve preoccuparsi invece molto di più di quelli che guardano a destra. Questo è un processo inevitabile: più il M5S insegue Salvini, più eletti ed elettori capiscono che stare coi pentastellati per fare una politica di destra non conviene: è molto meglio rivolgersi all’originale. E qui torniamo allo snodo delle elezioni europee: in caso di rimpasto di governo, quanti sono i peones a 5 stelle disposti a passare col nemico? Quanti quelli che temono che la regola dei due mandati venga applicata ferreamente e quindi propensi a cambi di casacca?

Se la regola dei due mandati è stata stralciata più volte per i colonnelli pentastellati, è invece più probabile che resti per i parlamentari: bisogna dare l’impressione alla base che il ricambio c’è, altrimenti cade uno dei principi base di Rousseau: iscriviti, clicca e partecipa al reality show della politica per ottenere un posto al sole nei palazzi romani. Insomma, una bella gatta da pelare per Di Maio e Casaleggio.

La parte che arride ai pentastellati è invece la propaganda, il campo dove finché durerà la luna di miele con l’elettorato potranno far credere qualsiasi cosa al proprio pubblico.

Il battibecco Padoan –  Castelli da questo punto di vista resterà negli annali della post-verità.

Il “QUESTO LO DICE LEI!”  urlato nel salotto di Vespa, dove ormai i grillini sono a perfetto agio da tempo, significa accelerare sul processo di dissoluzione del sapere e della conoscenza. La svalutazione dell’esperienza empirica e del pensiero scientifico e logico-matematico è la strategia per vincere ogni  scontro mediatico, tutto viene banalizzato e sbertucciato. Non si discute del dato o di quanto può essere considerato attendibile e verificato, nel mondo pentastellato esistono solo opinioni personali e partigiane. L’unica verità è quella urlata, cliccata e sparata sui social, oppure rilanciata in tv dai grillini. Quanto ciò può essere pericoloso ce lo dirà il futuro: con i tagli all’istruzione, con il perdurare dell’analfabetismo (logico-funzionale, digitale, ecc.), con milioni di italiani costantemente bombardati dalla propaganda cross-mediale che invade smartphone e tv, c’è poco da essere allegri. L’alba di una lunga egemonia culturale è tutta qui, però non è detto ancora chi e come la cavalcherà; sicuramente non solo i grillini.

Infine, a sinistra va tutto come previsto: continue scissioni, fallimenti, prese di posizione di personaggi in cerca di ribalta come De Magistris, niente di nuovo.

Qualcosa però si muove lato PD, nell’attesa di capire se una derenzizzazione è possibile o se Minniti è destinato a raccogliere il testimone, garantendo continuità al progetto di un partito fintamente posizionato a sinistra e invece a favore della destra liberale, come è stato nel post-Bersani.

Francesco Boccia sembra fare sul serio e la sfida lanciata a Casaleggio è da osservare con cura, a cominciare dall’uso delle parole: «Al tempo del capitalismo digitale il conflitto di interessi non riguarda solo l’editoria se condizionata da chi ha un ruolo politico, ma anche chi si occupa di dati, informazioni, business o attivitò che anche attraverso il web incidono sulle scelte politiche. Oggi la Casaleggio, visto il suo legame a doppio filo con i gruppi parlamentari M5S, così come 25 anni avveniva con Fininvest e Forza Italia, è in palese conflitto di interessi».

La zona grigia è il cambiamento

La pantomima portata avanti da Salvini e Di Maio nell’ultimo periodo ha prodotto effetti ragguardevoli sull’immaginario. A San Gregorio Armeno la #manina è entrata a far parte delle statuine del presepio e l’immagine la dice lunga: Conte, Trump, Berlusconi, Di Maio e Salvini, più in basso un piccolo Renzi.

Questo governo dei meme, che mescola abilmente il popultainment tra social e Tv, resterà negli annali, per quanto la qualità di questa serie sia inversamente proporzionale nel rapporto tra realpolitik e fuffa e sicuramente peggiore di una House of Cards qualsiasi.

Al momento M5S e Lega pensano solo ai sondaggi, con l’obiettivo di surfare le onde emozionali dei propri fan, con un occhio alla manovra economica e l’altro alle future elezioni europee, il vero campo di battaglia che potrebbe cambiare il senso, in un verso o nell’altro, dei rapporti di potere all’interno della maggioranza.

Per capire cos’è successo negli ultimi tempi occorre ripartire dalla kermesse romana del M5S, prima che la Raggi venisse assolta, un evento in cui i pochi partecipanti hanno assistito alle solite sparate di Grillo, che per la prima volta è stato smentito e censurato dal M5S per via delle pesanti dichiarazioni contro il presidente Mattarella.

: ‘Dovremmo togliere i poteri al capo dello Stato, dovremmo riformarlo. Il vilipendio…un capo dello Stato che presiede il Csm, capo delle forze armate. Non è più in sintonia col nostro modo di pensare’.

La scarsa partecipazione pentastellata fa il paio con il flop della Leopolda del PD, a testimonianza di quanto Salvini, e Berlusconi, in questo momento possano dormire sonni tranquilli, col centrodestra saldamente oltre il 40% e pronto a riprendere il controllo in caso di sbandate da parte del M5S. Minniti per il dopo Renzi e Dibba per il dopo Di Maio, ma il bastone del comando sembra destinato saldamente al centrodestra per anni.

Dicevamo, la kermesse a 5 stelle romana è finita in una domenica di alluvione, con la città allagata e inginocchiata per via della sostanziale continuità nel malgoverno della giunta Raggi. La sindaca è uscita di recente dal cono d’ombra grazie all’assoluzione ricevuta, ma il lungo calvario mediatico ne ha seriamente fiaccato le speranze: ogni giorno Roma presenta il conto e fino alla fine sarà dura portare a casa un risultato buono a salvare la faccia.

Salvini ha tutte le ragioni per guardare a Roma come prossima città leghista, e le sortite di Di Maio e Dibba contro i giornalisti “puttane” fanno scivolare il M5S sempre più verso una posizione post berlusconiana in tutto e per tutto.

I problemi di Roma? Un complotto

Il raduno di marketing al Circo Massimo è stato anche occasione di spolvero per Vittorio Di Battista, detto “Littorio” e papà di Alessandro, che ha detto, mica tanto scherzando: “datemi sei mesi di potere assoluto e saprei come sistemare l’Italia”.

Di Battista e l’elogio del padre: “Lo stimo, è il fascista più liberale che io conosca”

 

Intanto Salvini ha dichiarato che non ha potuto togliere le accise dai carburanti “perché non governa da solo”; a buon intenditore poche parole, lo scontro sul DDL anticorruzione, all’interno del quale i grillini avevano inserito le norme salva Casaleggio, testimoniano uno stallo tra i contraenti di governo piuttosto importante. Numeri alla mano, questo governo ha prodotto pochissimo in questi primi mesi, e i nodi del “contratto” stanno già venendo al pettine, con Conte completamente avulso dal gioco e i due contraenti Di Maio e Salvini che tirano la corda, alla ricerca del limite.

Di Maio ha poco da stare tranquillo, oltre al ritorno di DiBBa ci sono i malumori interni, testimoniati già tempo addietro dalle dichiarazioni di Fico : questo governo “nasce su un contratto, non su un’alleanza. Perché l’alleanza la fai sui valori, su un patrimonio che condividi. Abbiamo fatto un’operazione che è un contratto, cerchiamo di operare in quel contratto. Ci sono cose che piacciono e altre che non piacciono. Ma si sta lavorando su quel filo”.  Un giro di parole che è rivolto alle europee, dove secondo Fico “non ci sarà un’alleanza con la Lega”.

Nugnes, De Falco, Fattori: l’elenco della fronda interna è sempre più ampio e la posizione ferrea di un uomo simbolo come De Falco potrebbe rappresentare una svolta per il M5S, che in futuro magari si ritroverà meno a trazione Di Maio/Casaleggio, riposizionando il baricentro verso una politica meno arrembante e poltronista e più barricadera con Grillo/Dibba. De Falco sta diventando una sorta di nuovo Pizzarotti, la sua espulsione è molto probabile e Di Maio lo ha già accusato di essersi fatto eleggere per soldi, a testimonianza della natura settaria del M5S.

Anche se la kermesse romana, o la recente festa per la Raggi post assoluzione, non sono state proprio un successo di pubblico, il M5S è al momento un sistema saturo, pieno di portatori di interesse che aspirano a un posto al sole, un ascensore sociale che permette all’uomo qualunque di diventare ministro, sottosegretario, parlamentare: le espulsioni sono un ottimo segnale per far capire che gli spazi ci sono sempre e indurre i supporter a continuare a cliccare mi piace, condividi, vediamo quanti siamo, onestà11!!

I messaggi criptici di Di Battista anche in questo caso aiutano a comprendere meglio la situazione, tipo la necessità di sdoganare definitivamente il limite dei due mandati e la ratifica del sistema inner circle che controlla il M5S dall’interno, anche se resta il dubbio su una parziale divergenza di interessi tra le coppie DiMa/Casaleggio e Dibba/Grillo.

L’ex parlamentare Cinquestelle torna a parlare dal Nicaragua. Lancia un messaggio al Movimento: “Non deve mantenere il potere per sempre”. A Di Maio: “La regola prevede due mandati ma non per questo la carriera politica finisce”.

Come ha fatto giustamente notare anche Aldo Giannuli, “fra Natale e Capodanno del 2017, Di Maio ha sciolto la precedente associazione (senza una votazione dei suoi iscritti), ha fondato una nuova associazione che ha uno statuto (mai votato da nessuno) che assegna ampi poteri a lui in quanto capo politico del Movimento, compreso quello di definire le decisioni politiche, di riservarsi il giudizio sui candidati alle “parlamentarie” e di nominare i capigruppo parlamentari. E’ da notare che Di Maio era stato eletto con una consultazione della precedente associazione, ma ha mantenuto la carica e senza alcuna votazione, nella successiva associazione.”

Ecco perché al momento è necessario ratificare il conflitto d’interessi tra Casaleggio, Rousseau e il M5S, per evitare ogni futura presa di posizione (le schiene dritte alla De Falco potrebbero aumentare) e soprattutto che gli ex-attivisti possano spuntarla nelle varie cause intentate e in corso di giudizio. Inoltre, se non fosse per il M5S al governo, il Garante per la Privacy avrebbe già dovuto chiudere la piattaforma digitale Rousseau per ovvi motivi; diciamo che al momento Salvini è un po’ nella posizione che Craxi aveva con Berlusconi negli anni ’80: può dare o no il lasciapassare a un’azienda privata che si appresta a costruire un disegno egemonico sul paese.

Questo è lo scontro sotterraneo da monitorare nei prossimi mesi, del resto ormai la Rai è stata lottizzata (in un modo così violento che nemmeno Berlusconi) e la trasmissione tv con Salvini che spiega il sovranismo ai bambini è solo l’antipasto dei prossimi anni, in cui il media mix tra tv e social porterà la post-verità a un livello mai visto.

Ormai i posti di potere sono assegnati, le poltrone spartite: dopo le Europee, a seconda dei risultati, un rimpasto di governo potrebbe arridere a Salvini, che potrebbe anche decidere di andare a elezioni anticipate: l’unico a perderci in questo scenario è sempre Di Maio, e con lui Casaleggio, che perderebbe l’incasso dal gruppo dei parlamentari e la filiera d’interesse privilegiato costruita con l’influenza diretta nel governo.

Ultime righe per l’argomento che merita un approfondimento a parte, ma che serve a capire una dinamica sottovalutata sinora dalla stampa nazionale: quando si parla di condoni e abusivismo di necessità, di tasse e condono fiscale, di lavoro (che manca) e reddito di cittadinanza,  il M5S si posiziona come una sorta di nuova Democrazia Cristiana. Questo non significa che i pentastellati pensino esclusivamente al voto di scambio, ma che la faccenda è molto più complicata.

Il M5S attualmente sta funzionando come una zona grigia, un agglomerato che filtra la politica di destra (quasi estrema) del suo alleato leghista, rendendola digeribile al proprio elettorato, che al sud Italia si aspetta una serie di interventi assistenzialisti, motivo per il quale si è fatto passare a tutti i costi il condono Ischia nel decreto Genova, tra l’altro dimenticandosi del tutto il Ponte Morandi e tutte le problematiche relative, compresi i fondi e il piano di attuazione.

La zona grigia è quella dove una vasta porzione di elettorato oggi si muove nel limbo non di destra e non di sinistra, ma in realtà decisamente orientato a destra, con un indirizzo vetero-nazionalista, razzista, intollerante nei confronti della diversità e della libertà d’espressione.

In questo modo la zona grigia del M5S sta aiutando la Lega a ottenere un consenso sempre maggiore, perché l’azione di governo di Salvini è molto più a buon mercato e molto più facile da vendere in termini comunicativi.

La parte più a sinistra del M5S è ormai talmente minoritaria da risultare irrilevante, mentre quella destrorsa (che in passato votava naturalmente il centrodestra berlusconiano) in futuro potrebbe tornare all’ovile.

Motivo per il quale non è da sottovalutare una rapida riconfigurazione del M5S sull’asse Dibba/Grillo, un ridimensionamento intorno al 25% del consenso elettorale comunque sufficiente a influire con decisione sul governo (garantendo a Casaleggio il margine di espansione e consolidamento dell’impresa).

Di Maio intanto mangerà il panettone, ma non è detto che l’uovo di pasqua delle elezioni europee possa essere di suo gradimento.

La Fuffa© [spiegata bene]

 

La Fuffa© è forte, è egemonica, è un elemento primo nel meltingpot nazional-populista sovranista-digitale di questo governo.

La Fuffa© permea lo spirito dei tempi che stiamo vivendo, è ovunque, negli influencer che vendono acqua a prezzi imbattibili, negli intellettuali che vi raccontano che se un bambino a 3 anni già si fa i selfie è destinato sicuramente a diventare un genio, nei filosofi che vi dicono di stracciare i libri (tranne i loro) e studiare su Wikipedia e Facebook.

L’elenco potrebbe continuare a lungo, La Fuffa© permea ormai buona parte della società contemporanea.

Quando La Fuffa© governa, succede questo.

Il M5S in questi ultimi giorni ha dovuto, nel vincolo del “contratto di governo” con la Lega di Salvini, fare un po’ di cose alla vecchia maniera, diciamo come quando Salvini era al governo con Berlusconi nei decenni passati:

  • condono edilizio per Ischia
  • condono fiscale sotto i 100mila euro, anche in caso di riciclaggio e illeciti, sanabilità anche dell’IVA
  • via libera al TAP e alla TAV
  •  un reddito di cittadinanza che é in realtà una specie di assegno sociale vincolato a una serie di obblighi di workfare di stampo ultraliberista, in totale continuità con quanto già fatto dal governo Renzi
  • avallo delle spese militari anche per gli F35, adesso vediamo cosa dirà Grillo alla prossima marcia per la pace di Assisi

Ci sarebbe altro ancora, tipo il fare finta che i 49mln rubati dalla Lega non esistano, problematiche serissime per la questione lavoro, sviluppo ed ecologia come l’ILVA, tutte quelle cose che una volta facevano parte delle famose cinque stelle, che oggi probabilmente i clicattivisti nemmeno ricordano.

Gli elettori del M5S non sono proprio uguali a quelli di Berlusconi, quando hanno un mal di pancia vanno subito a vomitare bile sui social e da sempre la società di comunicazione che gestisce la politica stellata è sensibile al sentiment della rete.

Gianroberto Casaleggio era famoso per operare scelte strategiche a volte apparentemente strane, impopolari, magari politicamente ed eticamente discutibili, ma in linea di massima funzionali alla gestione espansiva del consenso e dell’audience grillina.

Di Maio ha dichiarato «Nel testo che è arrivato al Quirinale c’è lo scudo fiscale per i capitali all’estero. E c’è la non punibilità per chi evade. Noi non scudiamo capitali di corrotti e di mafiosi. E non era questo il testo uscito dal Cdm. Io questo testo non lo firmo e non andrà al Parlamento», e ancora: «Questo è un condono fiscale come quello che faceva Renzi, io questo non lo faccio votare»

Occorre come sempre notare che questa campagna di comunicazione è partita nel salotto di Bruno Vespa, il tanto vituperato Porta a Porta dove una volta Berlusconi e Renzi spacciavano le loro fake news di regime, ora divenuto oracolo e fonte di verità grazie al #governodelcambiamento.

Un’uscita talmente clamorosa da obbligare Mattarella a controbattere su Twitter.

Tutto ciò è accaduto in diretta, obbligando Bruno Vespa a mettere in imbarazzo Di Maio, che ha controbattuto così: «Ah, non è arrivato? Si vede che si sarà perso per strada».

Una manfrina da film thrash che gli alleati leghisti non dimenticheranno, infatti già si sono registrate dichiarazioni come quelle del sottosegretario leghista all’Economia Massimo Bitonci: «quando hanno visto che il loro elettorato non prendeva bene la norma hanno pensato di fare un po’ di casino».

 

 

I leghisti hanno 30 anni di politica alle spalle e una struttura interna composta da persone di spessore, capaci di gestire la cosa pubblica, mentre i grillini nel migliore dei casi hanno qualcuno dei loro che a partire dal 2013, la prima legislatura pentastellata, ha frequentato qualche corso alla Link Campus di Vincenzo Scotti e poco altro. Lo stesso Di Maio mostra delle lacune talmente clamorose e una incompetenza nei fatti amministrativi e nelle procedure istituzionali che lo espongono a forti imbarazzi politici, verso gli alleati e in sede internazionale.

Ad ogni modo La Fuffa© ha funzionato egregiamente, oggi tutti i giornali parlano di questo e sui social è un profluvio di adepti pentastellati che gridano al complotto, invocano pogrom negli uffici di governo, accusano il mondo intero di cospirare nei loro confronti.  I due commenti successivi sono tra i più pacati, basta surfare un po’ di bacheche e gruppi grillini per trovare ben altro.

Quando si tratta di giocare col sentiment del proprio cluster di utenza per polarizzarlo, non importa se in maniera diretta o indiretta, e mungerne consenso, la Casaleggio Associati è una formbidale macchina di propaganda e questo turno di battaglia sulla scacchiera del marketing politico lo portano a casa loro, mettendo Di Maio e Conte sulla cresta dell’onda di questo pop complotto.

Vedremo nei prossimi giorni cosa si inventeranno Luca Morisi e Capitan Salvini, c’è da essere sicuri che non sarà banale.

Internet, la politica e il grande fratello [lungo recap autunnale]

Partiamo da un dato di fatto: il 2018 è l’anno che segna in modo definitivo la fine dell’era dei social media così come abbiamo imparato a conoscerli sinora. O meglio, come accaduto molto più rapidamente in occasione della New Economy,  ci sarà in questo caso un lento sgonfiamento della bolla di techno-entusiasmo.

Il processo sarà molto lento, non c’è un fenomeno economico di caduta libera come nel caso della New Economy, le Big Co sono troppo grandi per fallire e soprattutto il loro rapporto con gli stati è di importanza primaria. La bolla di tecnofuffa pompata dal sistema dei media stesso, dal marketing, dalla politica e da tutti quei portatori di interessi rispetto a “internet come prodotto”, vettore di relazioni da cui estrarre valore, un po’ si sgonfierà, anche per l’abituarsi delle gente agli usi tecnologici ormai entrati, anche troppo in profondità, nelle routine quotidiane. L’altro problema è quello della internet governance, ma ci torneremo in futuro con un post più approfondito.

Siamo arrivati a un punto in cui o si opta per il modello cinese (social network di regime e gestione nazionalizzata dei dati), o per quello russo (internet rigidamente controllata), oppure per un rafforzamento del modello sino-americano (controllo mediato dalla politica e dalle lobby attraverso spinte e pressioni/accordi con gli OTT), che nel caso italiano potrebbe essere paradigmatico per gli anni a venire (una società di comunicazione che prende il potere politico tramite un partito autoprodotto e media il processo di trasformazione da una posizione privilegiata e in totale conflitto d’interessi).

Ovviamente ciò non implica che in modo automatico dopo il 2018 il populismo digitale finirà e che la gente smetterà di condividere bufale su Facebook, o ancora che i guru della fuffa digitale smetteranno di vendere libri o promuovere videocorsi su YouTube per annunciarci l’ultima techno-novità in grado di cambiare il mondo, quella roba che in realtà non cambia un bel nulla al di fuori dei conti in banca di chi promuove l’egemonia digitale dei grandi player.

Per farla facile userò l’esempio delle formiche e degli afidi. Gli afidi sono parassiti che succhiano la ninfa delle piante e producono una melata che attrae tanti altri insetti, come vespe, api, formiche. La formica sviluppa con gli afidi un rapporto simbiotico: li porta in alto sui germogli migliori, sorveglia le colonie e li munge per avere qualcosa in cambio.

Il segno che la misura è decisamente colma e la confusione tanta l’ha data anche l’Europa in occasione della legge sul copyright digitale, un atto talmente estremo e controverso da lasciare intendere quasi un disperato braccio di ferro tra i residui delle istituzioni politiche tradizionali e l’emergere del quinto stato digitale.

Questa dinamica di potere e influenza sociale coinvolge numerosi soggetti, se volessimo limitarci all’esempio italiano avremmo un insieme molto vasto ed eterogeneo che tiene assieme tanto Di Maio e Salvini che Chiara Ferragni, oppure il ragazzino influencer che vi propone di pubblicizzare la vostra impresa familiare con i suoi video gentisti.

Per farla facile userò l’esempio delle formiche e degli afidi. Gli afidi sono parassiti che succhiano la ninfa delle piante e producono una melata che attrae tanti altri insetti, come vespe, api, formiche. La formica sviluppa con gli afidi un rapporto simbiotico: li porta in alto sui germogli migliori, sorveglia le colonie e li munge per avere qualcosa in cambio.

Insomma, metaforicamente gli afidi sono gli utenti dei social, dei broadcast televisivi, del sistema dei media, agglomerati in tante colonie gestite da tanti tipio di formiche: la formica influencer cui interessa mungere quel tanto dai propri follower per vendere i suoi prodotti griffati, la formica politica che assieme ad altre formiche quadri intermedi forma le proprie colonie per mungere voti e consenso, e via dicendo.

Quello che è fondamentale capire qui è il concetto che voi afidi in linea di massima non diventerete mai formiche, o meglio è molto difficile che possiate trasformarvi da unità di produzione base a unità di controllo superiore. Accade, com’è accaduto a Di Maio, che da afide del blog di Grillo è riuscito a diventare formica con qualche centinaio di preferenze, o com’è accaduto alla formica Casalino, dopo esser stato afide nel primo Grande Fratello su Canale 5.

Gli afidi che ingrossano e crescono fino a diventare formiche sono pochi, pochissimi, e non sfugga l’uso della metafora, dato che in natura questa trasformazione è proprio impossibile. Nel nostro quadro immaginifico, pensate agli afidi come tutti quelli che ogni giorno nutrono il sistema dei media con il loro incessante lavorio, estraendo informazione e producendo senso, emozione, rabbia: una materia semilavorata che a uso e consumo degli insetti superiori diventa una merce dal valore inestimabile.

Qualcuno che ha letto il testo di Davide Casaleggio sul marketing digitale ricorderà la metafora del formicaio e delle formichine. Non c’era scritto a chi era riservato il ruolo di afidi, ma è chiaro che su base volontaria tutti possono prestarsi al gioco, in palio c’è la possibilità di scalare i posti migliori della società, come accaduto all’inner circle di Di Maio e tutti gli eletti pentastellati di queste ultime due legislature. Non è una bufala dire “abbiamo abolito la povertà”, basta ricordarsi che stanno parlando della loro, non della vostra.

Provare a mettere oggi un grillino davanti alla prova dei fatti è completamente inutile, da buon fanatico religioso egli risponderà che il verbo del formicaio è l’unico vero e onesto e che presto ogni afide diventerà formica grazie al #governodelcambiamento.

Ora il fatto che nel 2018 il partito per eccellenza della rete internet in Italia usi una finta prima pagina di giornale la dice molto lunga sull’assuefazione dell’opinione pubblica a ogni genere di cialtronata.

Il capovolgimento della realtà operato da questo strano governo Lega-5stelle non ha ragione politica di esistere, ma funziona nella misura in cui tutto ciò che fanno viene percepito dai loro elettori come possibile.

Non a caso la pantomima di questi giorni ha prodotto un pastrocchio che mette d’accordo entrambi i contraenti, Salvini e Di Maio, e fa sparire del tutto Conte dalla scena, ma ci dice qualcosa in più sul regime di iperrealtà, che nemmeno Berlusconi era riuscito a portare così agli estremi.

Ai suoi tempi Berlusconi riusciva a dire tutto e il suo contrario, ma doveva in ogni caso sottostare al potere di replica e ai fronti di opinione che si creavano, come onde di rifrazione, dopo le sue sparate. Oggi Di Maio può fare marcia indietro su TAP e TAV, fare il condono per gli evasori fiscali e per gli abusi edilizi, senza che nessuno batta ciglio.

Provare a mettere oggi un grillino davanti alla prova dei fatti è completamente inutile, da buon fanatico religioso egli risponderà che il verbo del formicaio è l’unico vero e onesto e che presto ogni afide diventerà formica grazie al #governodelcambiamento.

Questo governo legastellato sta facendo ingoiare tutto a tutti e non c’è scampo. Hanno incassate tutte le nomine, tutti posti a tempo determinato, ovvero poltrone che restano anche se il governo dovesse subire un rimpasto o cadere dopo le europee,  una spartizione da manuale Cencelli della RAI e delle istituzioni.

Parliamo di un governo che è quasi al boicottaggio di vaccini e aborto, sta cercando di dare una stretta ai diritti civili, è contro LBGT, diversi,  migranti: è il governo più a destra dopo il ventennio fascista eppure non mancano grillini “di sinistra” a difenderlo.

Sempre restando al clima psichedelico che è riuscito a imporre alle cose che produce, si pensi all’inserimento di personaggi come Dino Giarrusso, da Le Iene, nel Ministero dell’Istruzione o di Marcello Foa, ex penna berlusconiana di lungo corso.

Se ai suoi tempi Berlusconi avesse imposto nomi del genere i grillini si sarebbero stracciate le vesti, Grillo avrebbe tuonato dal blog, Facebook e Twitter sarebbero stati letteralmente sommersi dalla bile del formicaio. Invece oggi questi sono gli atti rivoluzionari del governo del cambiamento, come riportare in auge Valditara, relatore di maggioranza della Legge Gelmini, per terminare lo smantellamento del sistema universitario pubblico di questo paese.

Questi  segnali di continuità tra Berlusconi e Di Maio-Salvini in un paese normale dovrebbero produrre sdegno, rabbia, risveglio delle coscienze. Ma nella dinamica del formicaio e dei suoi afidi, ciò non accade.

Del resto gli elettori del M5S e della Lega sono quegli stessi che per vent’anni hanno ingoiato di tutto e ora si trovano a loro agio nella nuova forma di afidi.

Ultima considerazione sul perché poi questo governo potrebbe avere lunga vita e grande egemonia:  tutti i protagonisti di questa storia hanno fatto jackpot in tutti i sensi,  Salvini e Di Maio non avevano fatto nulla di eclatante sinora, Di Battista non vede l’ora di tornare e intanto sta viaggiando intorno al mondo coi soldi di Berlusconi e del Fatto Quotidiano, praticamente un capolavoro di surrealismo, un concetto che si fa fatica a scrivere e mettere assieme per come certe parole sembrino opporsi l’una con l’altra.

Berlusconi&IlFattoQuotidiano, il Che Guevara rossobruno digitale pagato dalla stampa e dall’editoria, chapeau.

Questo governo non è solo un ascensore sociale per i suoi componenti, è anche un messaggio chiaro alla platea elettorale: il prossimo anno le elezioni europee, poi due elezioni amministrative ed a febbraio 2022 la decisiva partita per il Quirinale, quando forse Berlusconi chiederà il lasciapassare per chiudere definitivamente la sua epoca, dopo aver dato l’assenso a questo governo legastellato.

Nel frattempo Salvini si sta ingraziando la piccola-media imprenditoria con il condono, la piccola borghesia con la linea dura contro l’immigrazione, soprattutto le forze di polizia con le nuove assunzioni.

Assunzioni che probabilmente richiameranno molti figli del sud povero, mentre l’altra metà guarda al reddito di cittadinanza e alla possibilità di diventare formica con qualche clic su Rousseau.

Questo blocco sociale può durare decenni; in tal caso, allora questo governo non è solo l’anticamera del peggio a venire. 

Disneyland Pt. III

Rancore e gentismo hanno segnato l’estate e preparano un autunno caldissimo. Dai fischi di Genova al salotto di Vespa, il governo che annuncia rivoluzioni finisce poi nel peggior conservatorismo italico, un colpo al cerchio e uno alla botte. Come tutti i governi precedenti anche i politici legastellati vanno da Vespa su Rai1, fanno la corte agli evasori fiscali perché costituiscono una fetta elettorale di notevoli dimensioni, rafforzano le misure polizziottesche (taser ormai praticamente sdoganati), ma allo stesso tempo ben si guardano dal reprimere altri tipi di criminalità.

L’Italia è il paese europeo dove le persone hanno la maggiore distorsione percettiva della realtà, un dato che si conferma negli anni, come testimonia la ricerca sui pericoli della percezione di Ipsos-Mori.
Ci sono stati negli ultimi tempi alcuni episodi clamorosi ed è veramente stupefacente che l’opposizione non sia riuscita a cavalcarne nemmeno uno. Si pensi alla goffa gestione della crisi di Genova,  finita in un turbinio di spot e promesse, oppure all’ennesimo crack della piattaforma Rousseau, con un data breach consistente e piuttosto preoccupante; infine il vertice Salvini-Berlusconi, evento che non solo conferma la centralità dell’ex Cav in questo pastrocchio gialloverde, ma allo stesso tempo mostra il cambio di passo del M5S. 
Salvini nel frattempo ha incassato risultati a costo zero come la legge anti-immigrazione e si predispone già verso le future elezioni europee.
Berlusconi è uscito da questo episodio mediatico molto rafforzaro. Nessuno dei pentastellati lo ha attaccato, fatta eccezione per Paola Nugnes, una pasdaran del cosiddetto “m5s di sinistra” associato a Roberto Fico.
Nessun riferimento al conflitto d’interessi, che è un tassello del probabile accordo sotterraneo che è stato necessario ad avallare la strana alleanza di governo. L’affossamento del conflitto d’interessi toglie gli impicci tanto alla dinastia berlusconiana che a quella casaleggese.
Non è facile prevedere come questo governo affronterà l’autunno caldo a venire, ma è lecito supporre che in occasione delle elezioni europee in primavera succederà qualcosa di importante, anche per via della congiuntura politica internazionale. Parleremo di Steve Bannon e dell’internazionale populista di destra, ma non ora.
Il gentismo del PD è cosa nota da tempo. Il problema è che quando si fanno campagne di comunicazione del genere, ma il protagonista continua a essere Renzi, giusto o sbagliato che sia il messaggio c’è ben poco da fare.
Il PD sta annaspando in una crisi che ha una sola soluzione possibile: lo scioglimento del partito, la conseguente rifondazione con un nuovo nome, una nuova spina dorsale, un rinnovamento completo che faccia dimenticare agli italiani le vecchie facce, i vecchi nomi, le narrazioni stantie.
Invece Renzi continua a spadroneggiare, i suoi uomini continuano a tenere le redini e occupano ancora i posti buoni, in prima fila. Mentre grillini e leghisti fanno sfaceli sulla rete, usando reti consolidate in oltre un decennio di propaganda solida e carsica allo stesso tempo, il PD continua a pensare di poter tenere botta aprendo paginette gentiste, facendo grafichette a buon prezzo e sponsorizzando i post. Come se fossimo ancora nel 2013. #ciaone
La partita si sta giocando altrove, non è Martina il centravanti e quella foto scattata in una periferia di Napoli è l’emblema dell’iperrealtà di questo partito morente: il PD tra le periferie e tra la gente comune ci può andare a fare solo le foto coi social media manager e i giornalisti compiacenti, per il resto è ormai un partito che rappresenta solamente la borghesia medio-alta e i professionisti della politica che razzolano nelle mangiatoie statali da decenni.
La partita del PD morente si sta giocando su due fronti: da un lato Renzi e i suoi pretoriani decisi ad andare fino in fondo, un “muoia Sansone con tutti i Filistei” che in un certo senso scarichi le colpe un po’ su tutti, piuttosto che sulla nomenklatura neoliberista che da anni ha giocato a fare la brutta copia dei democratici a stelle e strisce.
Dall’altro lato c’è una marea di politici locali, noti e meno noti, che un po’ guardano all’eredità di Berlusconi – capire dove si posizionerà l’ex Cav in occasione delle Europee è fondamentale per tutti, a partire da Salvini – un po’ guardano ai propri orticelli, pensando di tirare a campare, tra mandati politici in scadenza o giocandosi le ultime poltrone disponibili. Tra un selfie, un prosecchino, un concertino e due zeppole fritte.
Il problema è che il PD renziano ha giocato negli anni scorsi una serie di carte non dissimili dall’attuale governo legastellato, si pensi alla continuità tra Minniti e Salvini su tante piccole cose, si pensi alla narrazione tecnosoluzionista che Renzi copiava da Obama e che invece Casaleggio ha proposto in maniera originale facendone letteralmente un brand; si pensi anche alla sostanziale continuità tra i fandom grillini e renziani, tendenzialmente simili.
Infatti il futuro arride a Salvini, che è l’unico attualmente ad avere una strategia avanzata e un team capace di adeguare, tatticamente, la potenza di fuoco mediatica del personaggio, che viene adeguatamente “spalmata” sui vari media.
Oggi  la destra vince perché ha in linea di massima “rimediato”, non sarebbe corretto dire “ricopiato”, tutta una serie di dispositivi tecno-politici che per decenni sono stati utilizzati alla grande dalla sinistra, prima che questa diventasse un cavallo di troia del neoliberismo spinto negli anni 2000, con i Clinton-Obama in USA e con Blair-Renzi in Europa.
L’alt-right risulta vincente perché capace di portare il discorso politico più estremo, quello dei centri sociali neofascisti stile CasaPound e degli intellettuali anti-sistema (finti) alla Fusaro, in una cornice propagandistica che entra nelle case di tutti. Questo una volta riusciva a farlo principalmente la sinistra, che dopo il Social Forum di Genova ha deciso invece di smettere di guardare alla piazza, a favore di più confortevoli lidi.
Se nel corso degli anni l’antiberlusconismo ha comunque cementato piazze e contro-discorsi anche abbastanza spendibili, seppur via via sempre più elitari e circoscritti, con la fine di Berlusconi adesso la sinistra è costretta a tornare su percorsi politici che ormai le sono estranei.
Risultano sicuramente estranei alla generazione dei golden boy renziani, cresciuti a pane e reti mediaset prima e ad iphone e social media poi: una generazione completamente fuori dalle dinamiche di lotta popolare, dai contesti sociali dove il conflitto è vivo, dalle fabbriche e dai quartieri.
L’inverno è arrivato, Salvini e Di Maio non importa quanto governeranno assieme, ormai hanno spartito quello che dovevano e anche un eventuale rimpasto dopo le europee non cambierà moltissimo le cose.
L’unica opzione che ha oggi la sinistra partitica in Italia è quella di federarsi, aprirsi a tutta una serie di istanze comprendenti  il populismo “sudamericano” a la De Magistris, le tendenze sovraniste di Fassina, le pulsioni rossobrune dei partitini ex comunisti, ma anche la sinistra moderata che rimpiange in ugual modo gli oratori e le case del popolo.
Renzi e la sua banda potrebbero anche loro durare a lungo, i suoi scherani sicuramente continueranno ad arraffare poltrone anche alle prossime europee e con buona probabilità non lasceranno autonomia in sede di congresso, preferendo i propri interessi a quelli del paese, anteponendo il culto del capo e del partito personale a ogni altra cosa.
L’Italia è diventata una disneyland della politica in ugual misura per l’operato di Berlusconi, Renzi, Salvini e Di Maio. Il resto della storia è tutto da scrivere, sperando che in un futuro prossimo ci resti la voglia e soprattutto la possibilità di farlo.

Non è la RAI e nemmeno 1984 di Orwell, è Grillodrome

Agosto 2018 è iniziato con il balletto politico sulla possibile nomina di Marcello Foa alla presidenza della RAI, un nome che sintetizza al meglio il pastiche rossobrunista e complottista che fa da collante all’ideologia legastellata.

Queste vacanze avrebbero potuto essere tutto sommato tranquille una volta sciolto il nodo RAI, sul quale probabilmente Berlusconi ancora influisce con un certo peso. Foa o non Foa poco sarebbe cambiato: questo è il governo dei social media manager, dei Casalino e dello staff di Casaleggio, dello stesso figlio di Foa nello staff di Salvini: ormai si ragiona solo per strategie di marketing virale.

Tutto quanto accade viene filtrato e assemblato sotto forma di comunicazione e propaganda digitale, dalle proposte di legge ai proclami ideologici, ogni singola posizione e ogni uscita,  tutto è strutturato come social posting:  dirette Facebook, foto su Instagram, tweet e repost, tutto poi sapientemente ripreso da rotocalchi e tv.

Foa e suo figlio sono semplicemente lo specchio dell’egemonia comunicativa di oggi, che per funzionare deve comprendere vecchi e nuovi media, opportunamente settati attraverso una logica di accordatura e rimodulazione. Lo staff di Casaleggio che passa in blocco a Roma per dirigere il governo (in politica chi fa la comunicazione è praticamente il Governo stesso) è solo un segno dei tempi.

Poi però succede che nel bel mezzo del più classico dei periodi di pax politica, Ferragosto, crolla un ponte a Genova. Salvini quasi non rilancia, troppo occupato a prendersela coi clandestini, Di Maio subito cala la bufala,  mentre in rete qualcuno inizia a ricordare la narrazione grillina del “Ci viene poi raccontata, a turno, la favoletta dell’imminente crollo del Ponte Morandi”.

Questo uno dei  link ufficiali, mentre un l’altro è stato prontamente occultato dopo la tragedia, ma resta consultabile qui. 

YouTube poi ci regala il pezzo forte, ovvero il comico genovese pronto a cavalcare ogni tema sociale sul quale lucrare facile consenso, come in passato il NoTav. Quando la realtà presenta il conto si fa presto a smentire. A gennaio 2018, Di Maio dichiarava candidamente che non bisognava finanziare il Gronda, come testimonia l’Ansa.

10 bufale sul crollo

Una crisi richiede provvedimenti urgenti, polso fermo, coesione istituzionale. Ma nel governo dei social media è molto più facile e redditizio cavalcare lo stato di eccezione, richiamarsi al giustizialismo tout court e alla delega populista. Il cancellamento de facto dello stato di diritto a favore di uno spettacolo continuo di rivolgimento si risolve in un tipico addossare la colpa  ai governi precedenti.

La tragedia devastante di Genova ha prodotto un bagno di realtà inaspettato, proprio quando la politica si aspettava i cittadini  mollo nel mare d’agosto, a pensare ad altro. Con la realtà che si è messa di traverso per rovinare il disegno di marketing del cambiamento, i vari social media manager di regime hanno benpensato di trovare subito il nemico da sacrificare in un’autodafè digitale.

Quel  “non possiamo aspettare la giustizia” pronunciato da Conte dimostra che non c’è alcuna visione strategica in questo governo, che è pronto a surfare le onde emozionali come un Damiano Er Faina o una Chiara Ferragni qualsiasi, anche a costo di calpestare lo “stato di diritto” e la separazione dei poteri.

“Via a revoca della concessione ad Autostrade. Non possiamo aspettare i tempi della Giustizia”

Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio e professore di diritto (?)

Il futuro e la sicurezza di milioni di viaggiatori su gomma che si spostano per l’Italia: questo è un tema di interesse nazionale, quindi obiettivo di governo, dovere da perseguire per ogni politico eletto. I like e le condivisioni, la distruzione della reputazione delle aziende che non si chiamano Casaleggio Associati, il fuoco alzo zero contro i nemici della patria, queste sembrano invece le priorità del governo legastellato.

Non che il precedente governo Renzi abbia fatto di meglio, per carità, ma qui siamo di fronte a qualcosa di diverso.

Userò una metafora familiare per spiegarlo. Immaginate di stare comodamente seduti a cena, il nonno si alza e inciampa in una mattonella che si è sollevata dal resto del pavimento, cade per terra e si fa male. Mentre qualcuno inizia a inveire contro il piastrellista, sostenendo che bisognerebbe subito trovarlo per vendicarsi malamente, la mamma urla che la colpa è della domestica rumena, si sa che gli stranieri sono diversi da noi; il fratello piccolo si scaglia contro la ditta che produce le piastrelle e inizia a farne shitposting sui social, vostro padre invece cerca qualcuno di voi cui imputare la scelta di quel determinato pavimento.

Nel frattempo, il nonno è per terra, col femore mezzo rotto e una costola incrinata, nessuno ascolta i suoi lamenti, nessuno lo aiuta, anzi a un certo punto arriva il cane e gliela fa addosso. Il quotidiano The Independent lo ha detto in altri termini, ma la sostanza è questa.

Il SalviMaio si sta comportando così con la faccenda di Genova e probabilmente dopo i roboanti proclami fatti contro la società autostradale per revocare le concessioni, nulla accadrà, mentre il rossobruno dei due continenti, Di Battista, invoca l’autarchia: nazionalizziamo tutto.

Non è la Rai perché non c’è Ambra che se la prende coi comunisti mentre Boncompagni detta in auricolare, non è 1984 perché le tracce dalla rete sulla posizione No Gronda non possono (per ora) farle sparire del tutto, è Grillodrome perché siamo diventati il paese dove Facebook è come la televisione di 40 anni fa prima dell’omicidio Moro, tutti ci credono e basta la parola del comico-politico-capitano di fiducia per sentirsi al sicuro, nelle nostre tiepide case, e chi se ne frega se ogni tanto il nonno rompe i coglioni.

Disneyland Pt. II


Roberto Ciccarelli ha recentemente pubblicato un libro da titolo Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale. Un passaggio di enorme significato è il seguente, nel quale l’autore sottolinea come la maggior parte di noi ignori di essere un lavoratore digitale non retribuito.

«Instagram ha milioni di utenti che lavorano gratis postando foto grazie agli smartphone. Oggi non si può parlare seriamente di lavoratori senza parlare di utenti e consumatori che lavorano per una piattaforma e producono il suo valore. È una differenza fondamentale da capire. Il punto da dove partire è questo: ciascuno di noi è una forza lavoro. Produce gratis un valore attraverso le piattaforme. Questa attività va pagata anche se non rientra in un rapporto di lavoro».

Nemmeno un mese fa, Beppe Grillo ha scritto sul suo blog: “Speriamo che scompaia questo dogma del lavoro. Poincaré, uno dei più grandi scienziati al mondo, lavorava 3 ore al giorno, come Darwin. Dobbiamo lavorare di meno non di più. Ma noi mettiamo ancora al centro il lavoro”.

Linko qui l’estratto, in modo che possiate evitare di lavorare gratis per Grillo, cliccando sul suo sito. In realtà, in questo intervento il comico non sta parlando del lavoro in senso assoluto, tantomeno del problema della disoccupazione, ma sta anticipando cosa farà, o quantomeno cosa sta tentando di fare, l’inner circle Di Maio-Casaleggio, ora al governo con Salvini.

Nella retorica di Grillo si assiste spesso a questo stratagemma: parlare di argomenti condivisibili e di facile presa, mescolando ovvietà e senso comune: prima sedurre il lettore/spettatore, poi veicolare il messaggio sotteso. Prendiamo  la frase “nasci con un reddito, nasci con una cittadinanza digitale, nasci con una mail, nasci con l’energia necessaria per vivere, ti devo dare l’ingresso alla conoscenza, quindi un po’ di internet deve essere gratis per tutti“.

Praticamente un’anticipazione di quanto sostenuto di recente da Di Maio, la mezzora gratis di internet per i poveri. Torniamo a Grillo, quello che veramente conta però è qui: “I nuovi sistemi della Pa dovranno essere come il sistema operativo di Rousseau, che è una cosa così straordinaria. Ed è difficile da far capire, perché è un sistema completamente rovesciato rispetto a quello che noi abbiamo sempre pensato sulla politica e la democrazia. Una persona ha uno strumento facilissimo con cui può fare un referendum alla settimana”.


Grillo continua a fare il megafono, anche in modo a volte grottesco, come testimonia il video-farsa sulle buche a Roma , (interpretandolo come già fatto in precedenza, il messaggio è in realtà “selezioniamo le persone a sorte e le mettiamo in parlamento”, con tanto di bufala sulla democrazia ateniese).

Di Maio è costretto a governare,  e come ben sa anche il comico, non potrà fare altro che portare avanti un disegno eterodiretto, oppure, per meglio dire, fungere da rappresentante di una sovragestione. Sui temi dannatamente seri è chiaro che Di Maio al momento non può avere risposte, inoltre sta andando a ruota di Salvini, inseguendolo sul piano della comunicazione. Spesso quando arriva il suo turno rischia di combinare pasticci, come nel caso dell’Ilva, sul quale si è anche contraddetto con Grillo.

“Mi si chiede di risolvere in 15 giorni questione rinviata per 6 anni. Non abbiamo superpoteri”

Altro esempio, la questione RAI, dove ugualmente Di Maio è sembrato in disaccordo con Grillo, anche qui sprecando malamente il suo turno di battuta con una puerile dichiarazione sulla necessità di fare una sorta di Netflix all’italiana. Banalizzazioni che annacquano quanto di buono c’è a volte in altre prese di posizione, come quella sulle leggi sul copyright in Internet, attualmente in discussione presso il Parlamento Europeo.

Altre questioni spinose sono il ruolo di Roberto Fico, relegato in un ruolo istituzionale che non gli permette di prendere, ufficialmente, le redini dell’ala sinistra del M5S, che rappresenta probabilmente ancora oggi un terzo dei suoi elettori, e quello di Vincenzo Spadafora, sotto attacco reputazionale e forse destinato in extremis a competere per la regione Campania, se dovesse essere confermato il siluramento di Valeria Ciarambino.

Fico ha dichiarato che “quando si parla di Ong bisogna capire cosa si vuole intendere. Fanno un lavoro straordinario. L’inchiesta di Palermo archiviata, l’inchiesta di Catania da un anno non cava un ragno dal buco”, in tal modo sconfessando Salvini e in generale la costruzione cospiratoria della narrazione contro i migranti, che si affida tanto al popultainment dei video di Luca Donadel, che a cavalli di battaglia come il (bufaloso) piano Kalergi.


Facciamo un passo indietro. Il governo legastellato non nasce oggi per caso, non è un frutto (solo) della propaganda politica, o meglio del popultainment, neanche è sintetizzabile nello schema destra-sinistra, per quanto sia evidentemente di destra liberista, sovranista e autoritaria.

Siamo arrivati a questa fase politica nel giro di un decennio, la prima tappa è stata la crisi monetaria del 2008, un momento decisivo che ha fecondato l’humus della protesta nel periodo 2010-12, quei focolai di movimentismo che Manuel Castells ha definito reti d’indignazione e di speranza. Con il default greco e l’inasprimento dello scontro finanziario nel 2015, quell’humus ha infine contribuito a generare la tempesta perfetta dell’ultimo biennio 2017-18, ovvero Brexit, Trump, Salvimaio in rapida successione.

I prossimi anni probabilmente saranno i più difficili da affrontare e la voglia di rivalsa anti-estabilishment, che oggi significa anche avere Borghi e Bagnai alle Commissioni Economiche, non si placherà facilmente. Ecco perchè un provvedimento come il Decreto Dignità sfornato da Di Maio sembra un mero contentino, non soddisfa appieno le imprese e ugualmente scontenta i lavoratori.

Tutto ciò mentre Salvini continua a mietere facili successi promettendo la legge sulla legittima difesa, o facendo a pugni con Tito Boeri, reo di avergli ricordato che, numeri alla mano, gli immigrati servono tanto a coprire mestieri che gli italiani non vogliono più fare, quanto a pagare i contributi del sistema pensionistico.

Il M5S è preso in un cul-de-sac e una svolta secca per tornare indietro sembra al momento impossibile: le elezioni europee di maggio 2019 potrebbero segnare una svolta, in un senso o nell’altro, ma è difficile ipotizzare un tracollo della Lega e una forte affermazione pentastellata, tale da togliere a Salvini il coltello dalla parte del manico.

La previsione al momento più facile da fare, non per questo insulsa, è che il M5S porterà avanti le sue contraddizioni – spaccature interne, inner circle di Di Maio, ruolo di Grillo e Di Battista – per procedere spedito verso le aree di interesse che, specialmente per Casaleggio, significano costruzione di consenso e fiducia nel medio-lungo periodo: pubblica amministrazione, scuola e formazione, editoria e spettacolo.

Tutti questi cluster sociali sono in passato stati egemonizzati dalla sinistra, garantendo serbatoi di voti consistenti. Anche se il M5S dovesse perdere punti percentuali alle prossime politiche, ad esempio scendere dal 32% al 25-28%, potrebbe in ogni caso continuare a dire la sua nei processi di governo, forte anche dell’esperienza maturata in questi anni.

Di Maio in definitiva potrebbe rappresentare un significativo anello di congiunzione tra Berlusconi e Renzi, tra il modello dell’azienda-partito e quello del patchwork neoliberista post-democratico. Il che ci porta alla prossima e conclusiva parte, che sarà dedicata alla sinistra che non c’è più.