Popultainment

A fine gennaio Conte sosteneva che l’Italia era già pronta per il Covid. Restando appiattito sulla linea del regime cinese, l’Italia ha per i primi mesi del 2020 fatto finta di nulla, o quasi. Oggi che la pandemia è grave, Conte si è scoperto decisionista e, scavalcando il Parlamento, sta giocando coi decreti d’urgenza, che si accompagnano alle dirette facebook.

Popultainment significa fare politica attraverso un rapporto gamificato, all’interno di una cornice di intrattenimento, comunicando con uno stile populista. Non si capisce perché Conte debba usare un metodo del genere in un momento in cui la comunicazione della crisi necessiterebbe di uno stile maggiormente formale, scarno, lontano dai toni della propaganda elettorale.

Soprattutto, in momento così cruciale, non si capisce perché affidare comunicazioni d’interesse nazionale a uno strumento proprietario nord-americano, ovvero il social network di Mark Zukerberg. O meglio, la ragione è facilmente intuibile: Conte preferisce usare uno strumento dove l’unica interazione può essere lo sfogo emozionale, gamificato attraverso l’interfaccia di Facebook, e allora via a cuoricini e like, piuttosto che permettere a giornalisti e altri di intervenire in maniera più approfondita.

Altro elemento assolutamente deprecabile, la strategia del leak: si fanno uscire le anticipazioni per tastare il sentiment del pubblico e poi si corregge il tiro via via che bisogna ufficializzare il decreto. Esempi pratici: quando si è provato ad anticipare una possibile riduzione dell’orario dei supermercati, la gente si è accalcata in fila sin dal mattino, ottenendo l’effetto contrario. La misura non è stata in seguito adottata. Ben più grave, l’anticipazione sulla chiusura totale dei reparti produttivi: quando Confindustria ha appreso l’anticipazione e alzato la voce, via via il listone di attività derubricate da non necessarie a necessarie è aumentata, causando malcontento nei sindacati e nei lavoratori, mostrando ancora una volta che la terribile crisi sanitaria del Covid non si ferma davanti all’interesse del capitale.

Tra le ultime parole interessanti da analizzare nel discorso del 24 marzo, quelle sulle autonomie regionali: “La disciplina di cornice ce la riserviamo noi come governo, ma lasciamo la possibilità alle regioni di fronte a specifiche situazioni, la possibilità di adottare anche misure ulteriori”. Un modo come un altro per dare libero sfogo ai governatori in cerca di visibilità, come De Luca, lavandosi le mani delle responsabilità e dando ancora più adito alle forze militari e di polizia di interpretare a proprio piacimento i dispositivi di sicurezza.

Infine, rispetto al possibile sciopero dei benzinai, Conte ha annunciato una sorta di precettazione; questo governo non farebbe mai uno sgarbo ad Amazon e alla logistica, vero? Poi una chiusura in perfetto stile Tatcher – There Is No Alternative: “I sindacati sanno che le porte di Chigi e dei ministeri sono sempre aperte. Per me il metodo migliore è il confronto. Ma la possibilità di decisione spetta al governo. Non possiamo introdurre modalità di codecisione come nella concerteazione degli anni 90 che è un periodo superato”. “Stiamo facendo degli aggiustamenti coinvolgendo anche i sindacati che non sono rimasti soddisfatti per alcune scelte. Mi auguro che non ci siano scioperi di sorta. In questa fase il paese non se lo può permettere”.

Insomma, il bastone e la carota, come pure in occasione dell’anticipazione uscita sulla possibilità di estendere la zona rossa fino al 31 luglio, ripresa solo come una possibilità, ma senza dare rassicurazioni specifiche. Forse, tra qualche anno saremo pronti a ragionare meglio sul perché il popultainment è la politica peggiore di questi anni. In attesa, cliccate amen e convididete una preghiera per San Giuseppi Avvocato d’Italia.

Un’emergenza, è per sempre

Il turbinio di decreti, lo scavalcamento del Parlamento, la spinta dei governatori regionali, lo strapotere di Confindustria. Nonostante in questo periodo di crisi Covid19, Conte stia viaggiando su percentuali di gradimento enormi (fenomeno logico in situazioni del genere), i nodi politici rischiano di venire al pettine, in ogni modo.

Se Meloni e Salvini attaccano Conte, accusandolo di essere una sorta di dittatore che toglie centralità alla politica democratica, significa che la situazione è tragicomica. Abbastanza da ricordare che, in Italia, qualsiasi evento rischia di essere travolto e anche la serietà della pandemia rischia di trasformarsi nell’ennessima operetta nazional-popolare.

L’opposizione, del resto, sa benissimo che in questo momento essere fuori dai giochi significa perdere un treno importante, non solo per risalire la china dei sondaggi, ma per consolidare l’egemonia del discorso sovranista-identitario, che in un momento di crisi così non può che andare a gonfie vele. Come dimostrato chiaramente dall’uscita del Comandante Alfa, che strizza l’occhio al sentiment para-fascista e golpista e, da un lato, fa pensare quanto sia fortunoso non avere Salvini in carica, al momento.

Di qui in poi, Salvini farà di tutto per entrare a far parte dell’azione di governo, anche invocando una sorta di cabina di crisi, o un governo tecnico, che meglio ancora potrebbe poi aprire le porte a una futura campagna elettorale, tra le macerie. La narrazione della pandemia, oltre alla colpevolizzazione del singolo per occultare le colpe politiche, già si sta rivolgendo all’immigrazione: se la sanità pubblica non è in grado di gestire l’emergenza, non è a causa di decenni di tagli e di smantellamento in nome dell’austerity e delle privatizzazioni, ma per colpa dei 40€ agli immigrati.


Il M5S, pur essendo dentro al governo, in questo momento sta toccando poco palla, per usare un gergo calcistico utile a sottolineare che il Covid è talmente forte da essere riuscito a fermare in Italia sia il campionato di calcio che i riti di religione. Per una forza politica che aspira a essere una novella DC, è chiaro che l’attuale strapotere di Conte, con la sua comunicazione che mescola abilmente i repertori dal santino digitale all’eroe nazionalpopolare in diretta facebook, risulti un pericolo. Ma la sua battaglia, il M5S tutto sommato l’ha già vinta.

Non stupisce l’uscita di Casaleggio, che ha provato a cavalcare il sentiment della pandemia, richiamando i video distopici di Gaia, o la sparata complottistica di Gunter Pauli, sulla falsa correlazione tra 5G e Covid. Pauli, affiancato a Conte come consigliere economico, rappresenta la logica evoluzione di una cultura politico-aziendale che si fonda sul mito del guru e dell’ideologia flessibile che mescola ultra-liberismo, ecologismo e utopismo digitale: su questo torneremo in futuro, perché il focus bisogna spostarlo su Di Maio, nel suo ruolo di ministro degli esteri.

Di Maio quando si è spostato alla Farnesina ha deciso di portarsi dietro le deleghe del Mise al commercio estero. Pochi mesi prima, quando Di Maio era vicepremier con Salvini, aveva ritenuto “inaccettabile” che tali deleghe venissero trasferite dal ministero per lo sviluppo economico a quello degli esteri. Come fatto notare da qualche altro commentatore, Di Maio negli ultimi tempi sembra quasi un portavoce del governo di Xi Jinping. Idem il blog di Grillo, uno strumento di propaganda al servizio del regime cinese.

Tra prosecchi e pizzette tra Di Maio e Xi Jinping, sviolinate a Huawei e negazione delle repressioni di regime sul blog del comico, è da tempo iniziata una sorta di China-washing per sdoganare il regime di Pechino in Italia. Dal golden power a favore di Huawei per la gestione delle infrastrutture di comunicazione 5G, alla Via della Seta percorsa da Grillo e da numerosi esponenti pentastellati, a fine 2019 sembrava che l’argomento Cina dovesse spaccare la politica italiana, soprattutto l’asse M5S-PD.

Grazie all’epidemia di Covid19, tutto questo è solo un ricordo. Il China-washing, iniziato il 23 marzo 2019 con l’accordo “Via della Seta” ai tempi del governo M5S-Lega, ha spostato l’equilibrio geopolitico dell’Italia in maniera sostanziale, perché ormai risulta evidente che non si tratta di un mero rapporto commerciale. La cinesizzazione dell’Italia è un dato di fatto, e la narrazione della pandemia lo dimostra.

Laddove la posizione geografica al centro del Mediterraneo rappresenta un ovvio assetto strategico da spendere nelle relazioni industriali e commerciali, non era certo pensabile, in tempi brevi, che il China-washing potesse produrre un cambio di percezione, così repentino e radicale, nell’opinione pubblica italiana. Oggi il modello cinese è considerato esemplare, soprattutto da chi vuole “l’uomo forte” al comando (si vedano in tal senso le dichiarazioni di De Luca sul fucilare chi non rispetta la quarantena “come in Cina”) e auspica una militarizzazione e irregimentamento del sistema-paese.

La Cina sta spendendo notevoli risorse per gestire al meglio la narrazione della crisi: bisogna far dimenticare in fretta che Pechino ha mentito sulla portata dell’epidemia, scatenando un effetto domino globale. Il regime ha bisogno di costruire l’immagine di chi ha sconfitto il virus a ogni costo e ora può insegnare agli altri come fare. L’Italia è chiaramente il veicolo primario di questo disegno propagandistico.

Nel nostro paese un po’ tutta la stampa mainstream è schierata a favore della narrazione cinese, nessuno ricorda che il regime cinese ha fatto sparire, letteralmente, i giornalisti che hanno provato a raccontare la verità, che il modello Wuhan non è sostenibile, perché non democratico. I medici e i giornalisti, vaporizzati dal regime, hanno provato a lanciare un allarme ben prima che scoppiasse l’isteria: un sacrificio che, alla luce di quanto accaduto, sembra essere stato inutile.

In Italia il governo ha sostenuto il modello cinese del sopire e troncare fino alla fine di febbraio. Ancora oggi, le misure del governo italiano non contemplano l’impiego su vasta scala dei tamponi, preferendo la militarizzazione delle strade e la colpevolizzazione dei cittadini. A breve non dovremmo stupirci se qualcuno iniziasse a dare per vere anche le bufale scientifiche del regime cinese, che dice di aver sconfitto il virus grazie alla medicina tradizionale.

La rinuncia alla privacy è un altro tassello importante della cinesizzazione dell’Italia. Le maggiori compagnie telefoniche italiane hanno già (metaforicamente) calato le braghe, gli OTT della rete idem, tutti in prima fila per fornire i dati ai governi e a breve è facile supporre l’introduzione di una app governativa per il monitoraggio dei cittadini. In questo caso, il modello sarebbe quello sud-coreano, che però prevede un massiccio uso dei tamponi, che invece qui in Italia al momento sembra un miraggio.

Insomma, pare evidente che la gestione italiana e quella cinese convergono, anche quando ad esempio Conte sceglie di non fare conferenze stampa, ma di apparire su Facebook. Allo stesso modo, la sacrificabilità dei lavoratori, immolati sull’altare di Confindustria, denota un approccio biopolitico decisamente da regime: la vita vale, di più il capitale. Non sfigurano in tal senso le parole di Geraci, Lega, uno dei fautori della Via della Seta: “La Cina ha preso misure drastiche nel breve in cambio di guadagni nel medio termine. Si rialzerà più forte di prima; i consumatori sono già abituati a nuovi modi di vivere, quindi nuove opportunità”. Sottolineiamo, i consumatori, non i cittadini: i consumatori.

Il China-washing è utile a veicolare la buona narrazione della quarantena di Wuhan, ma nessuno in questo momento può accedere con trasparenza ai dati e stupisce che nessuno faccia domande sulla scomparsa dei giornalisti che hanno provato a raccontare come il regime stesse nascondendo la verità. Tutto questo mentre anche in Italia si mente sui numeri reali: si pensi alle statistiche falsate sul “40% di lombardi in giro”, usate per un giro di vite ulteriore sulle libertà personali e per giustificare la sorveglianza digitale, oppure alla mancanza di una strategia di screening tramite tampone, cui si contrappone la volontà di imporre app di tracciamento obbligatorio.

La Cina oggi si presta a imporre un’ideologia totalitaria, che il nostro governo sta sdoganando, cogliendo l’occasione della pandemia. Poco importa se tra qualche tempo i cinesi verranno a prendere ciò che resta del paese per pochi spiccioli, approfittando dell’enorme crisi generata dal Covid, da loro stessi veicolato al mondo intero.


Quest’improvvisa epidemia globale si sta trasformando nell’arma perfetta per il soft power del regime cinese e per chi è pronto ad attuare il china-washing, come il nostro governo. Un contagio, quindi, non solo biologico, ma economico e politico-culturale, che finisce per sdoganare il regime di Pechino, esaltandone l’efficienza nella gestione della crisi e tacendo sul come, in realtà, è generatore della stessa.

Il China-washing celebra i metodi non democratici nella gestione delle emergenze e impone scelte radicali, che vanno dalla cancellazione dei diritti fondamentali, alla militarizzazione degli spazi fisici e virtuali, fino alla cancellazione della vita sociale. Celebra, inoltre, un modello patriarcale dello stato, sorvegliante e punitore, diametralmente opposto al modello democratico, che cancella buona parte del progresso degli ultimi secoli, in particolare le conquiste ottenute dopo la sconfitta dei regimi totalitari novecenteschi.

La politica ai tempi del COVID

La soluzione al dilemma la fornisce Matteo Renzi: “Trasformiamo la crisi in un’opportunità”. Per questa classe politica effettivamente l’epidemia si sta rivelando un’occasione importante. Ponendo di lato i malus derivanti dalla catastrofe, che è globale, risulta evidente come alcuni processi potrebbero risultare favorevoli, e non di poco, ai partiti politici e ai leader in gioco.

La strategia di sparizione di Conte è risultata perfetta per gestire il Covid. L’avvocato si é buttato nella mischia al momento opportuno, sfruttando l’iniziale cattiva gestione della comunicazione della crisi, e più in generale dell’epidemia. L’Italia avrebbe dovuto attivarsi ben prima del 2020, ma probabilmente nessuno ha voluto giocarsi la carta dell’impopolarità durante il periodo delle festività natalizie (col loro potenziale consumistico).

Quando l’OMS dichiarava emergenza internazionale a gennaio 2020, la politica italiana era impreparata, avendo sottovalutato il COVID. Durante il mese di febbraio, i soliti volti noti del popultainment italiano, continuavano a darsi battaglia a colpi di propaganda. Renzi, Salvini e Di Maio si sono prodotti nei soliti show, mentre Conte era silente e il virus avanzava.


Quando a fine febbraio scoppia l’enorme focolaio in Lombardia, nella Lega, Salvini in testa, perdura l’incapacità di gestire la comunicazione della crisi, come dimostra l’uscita infelice di Attilio Fontana, nel denunciare il contagio in diretta Facebook. In maniera bipartisan, Sala e Salvini gettano benzina sul fuoco, chiedendo la riapertura della regione “per far ripartire l’Italia”. Zingaretti si fa un aperitivo con i colleghi e annuncia il proprio contagio una decina di giorni dopo.

Quando a fine febbraio l’OMS sta per dichiarare lo stato di pandemia, entra in gioco Conte. L’Italia, invece di agire subito, ha aspettato marzo. L’azione poi risulta chiaramente convulsa: invece di applicare dei protocolli differenziati, dividere il paese in zone diverse, si cerca il colpo a effetto. Così viene generato uno dei più grossi errori della storia della comunicazione politica recente: la bozza del decreto legge che trasforma l’Italia in zona rossa, esce prima del tempo.

Il risultato lo vedremo probabilmente nelle prossime settimane: decine di migliaia di persone riversatesi dal nord verso il sud, per tornare alle proprie case, dai familiari. Chiaramente, tutto ciò si sarebbe dovuto fare in modo controllato, rispettando i protocolli, ma il governo aveva troppa necessità di agire in fretta e furia, sottovalutando il fattore panico.


Altro esempio di comunicazione sbagliata, lo ha offerto Vincenzo De Luca, che pensando di lucrare un po’ di propaganda sulle spalle della paurosa epidemia, rilanciava con un’ordinanza ancora più restrittiva, secondo cui le forze dell’ordine avrebbero dovuto mettere in quarantena chiunque per strada e imponendo il divieto di fare sport in solitaria (contrariamente a quanto previsto dal decreto governativo). Laddove la smentita dello staff di De Luca arrivava la sera stessa, assieme poi a quella del prefetto di Napoli, era già troppo tardi.

La sparata di De Luca ha contribuito a generare un clima di caos e terrore, a Palermo c’è stato il caso di un corridore picchiato da agenti di polizia, in altri paesi della Campania per giorni si è assistito a ronde di vigili urbani, armati di diffusori acustici che rimbombavano la fake news dello sceriffo salernitano.


Nel frattempo, Grillo e Casaleggio hanno piazzato come consulente di Conte, un certo Gunter Pauli, guru dell’economia anarco-capitalista in salsa ecologista e fan del regime cinese. Con l’attuale stato di sospensione della democrazia, l’Italia si avvia verso il modello sino-americano, a grandi falcate: le big-co di Silicon Valley da un lato, le lobbies nazionali dall’altro, il paese in mezzo, stretto in una morsa.

Con le elezioni di ogni tipo rinviate, le crisi politiche dei partiti di maggioranza vanno in sordina e al momento chiunque sia al governo ha la possibilità di giocarsi carte importanti: in periodi di crisi così gravi, se non si fanno grosse sciocchezze, è difficile perdere consenso. Con l’imposizione di misure così drastiche, dopo aver evitato di prendere posizione nella fase iniziale, il governo spinge in avanti un limite verso la gestione sicuritaria del territorio, alimentando il sentimento della delazione e dell’odio civile, a favore del conformismo becero.

Laddove le libertà personali si fermano, viene lasciato invece andare il settore produttivo, finché si può, tracciando un confine biopolitico preciso: la vita umana è importante, ma il capitale di più. Chiunque oggi sia giovane dovrebbe pensare di emigrare il prima possibile, nei prossimi anni. Il sentiero verso la distopia è tracciato, ormai troppo in profondità.

Elezioni e saldi di stagione. Eterno ritorno agli anni ’90

Il 2020 sembra promettere una nuova scoppiettante fase politica, con le dimissioni di Luigi Di Maio e il tracollo del M5S in Emilia Romagna e in Calabria, lo sfacelo di Roma con Virginia Raggi, la mancanza di una visione politica omogenea: all’interno di un movimento/partito sempre più balcanizzato si giocano effettivamente le sorti del governo. Andiamo a fare un lunghissimo recap dell’ultimo periodo politico.

I due governi sin qui nati dalle alleanze, o per meglio dire dalle convergenze parallele del M5S con il centrodestra e poi col centrosinistra, hanno evidenziato come in Italia le classi dirigenti siano rimaste ancorate al peggior trasformismo e alla sete di potere della politica pre-tangentopoli.

Benvenuti anni ’80-’90, eppure siamo nel 2020; il finale della serie tv 1994, che mette assieme la grande crisi del 2008, la caduta di Berlusconi e l’ascesa dei primi grillini, è perfetto per ricordare che non ci siamo ancora schiodati da quello scenario lì. Politica personalizzata, post-ideologia, conformismo e trasformismo, ricerca del facile consenso, ipersemplificazione: le radici del populismo italiano sono solide e ampiamente bipartisan.

In questi due anni gli slogan del nuovo corso politico targato M5S sono via via divenuti propaganda buona per le sponsorizzate su facebook e poco altro. Anni in cui il M5S è riuscito in buona parte a implodere: le elezioni regionali appena tenutesi e quelle future, imporranno scelte dolorose: esserci e prendere sberle, oppure non esserci e sparire dallo schermo. Un bel dilemma per i pentastellati, alle prese con la prevedibile frammentazione strutturale del proprio sistema, non certo pensato per l’impegno istituzionale e di governo e che quindi sta mostrando tutti i suoi limiti naturali. La contraddizione è troppo grande per non essere un intralcio: far convivere l’assetto aziendale-proprietario di Casaleggio, le propaggini politico-istituzionali, di cui Di Maio è l’espressione massima, il carrozzone di Beppe Grillo col suo potere di influencer, sembra impossibile.

“Il primo obiettivo è che il Movimento continui a esistere e che come forza autonoma continui a esprimere la sua presenza. Non parlo di terza via o campo progressista, se non prima di dire ‘riusciamo a mettere in campo una serie di cose per dire che siamo ancora vivi’?”

Vincenzo Spadafora

Conte è abbastanza popolare per pensare di diventare il leader di una coalizione anti-sovranista?

Conte esordiva sul palcoscenico della politica italiana con queste parole: “Rispetto a prassi che prevedevano valutazioni scambiate nel chiuso di conciliaboli tra leader politici per lo più incentrate sulla ripartizione di ruoli personali e ben poco sui contenuti del programma, noi inauguriamo una stagione nuova”. Autodefinitosi “avvocato del popolo”, non rinunciava alla facile citazione berlusconiana: “aggiungerò tanta passione che sgorga naturale nel servire il paese che amo”.

“Una persona gradevole ed equilibrata, che negli ultimi mesi ha assunto posizioni coraggiose, pronunciando parole ferme e chiare nei confronti dell’operato di Salvini”

Vincenzo De Luca su Conte

Conte ha collezionato ampio gradimento, posizionandosi come politico moderato di nuova generazione, guardando vagamente al centro-sinistra più che altro in chiave anti-Salvini e attirando attenzioni tanto dalla diaspora grillina, quanto dalle schegge della sinistra. Renzi e Di Maio dovranno fare i conti anche con l’avvocato, mentre Salvini dovrà vedersela con Giorgia Meloni, che gli insidia il primato nella coalizione; motivi per i quali le elezioni nazionali possono ancora aspettare e tutto sommato si può ipotizzare che questo governo terrà.

Vaticano, industriali, stampa: al momento Conte gode di gradimento anche in questi ambiti, il resto dipende dalla sua ambizione. Se in futuro si dovesse votare con una legge elettorale proporzionale e considerando che il finto tripolarismo degli ultimi anni sta tornando a essere un bipolarismo (pro/contro il sovranismo e le destre, col vuoto a “sinistra”), allora Conte potrebbe essere un personaggio spendibile.

Le reazioni del Forum Ambrosetti al Conte Bis

Conte è stato subito sovranista e decisionista con Salvini, collaterale e benevolo con Casaleggio, poi europeista nei suoi giri diplomatici con Merkel e Macron, ma anche filo Putin e filo Trump a seconda della rotta presa dall’aereo di stato. La “strategia della sparizione” orchestrata per consumarlo il meno possibile sotto i riflettori dei media, per poi apparire solo nei momenti buoni e col giusto setting, alla fine ha pagato. Esempio perfetto della realizzazione sul lungo periodo di questa strategia, è l’uscita trionfale di Conte nel salotto di Lilli Gruber a La 7, all’indomani delle elezioni regionali, un momento nel quale l’avvocato ha potuto bersagliare Salvini e al contempo chiamare a raccolta l’esecutivo. Se Conte non fosse stato prima prudente, non avrebbe potuto sfruttare al meglio un’occasione del genere; questa è l’essenza della sua sparizione, ovvero la capacità di non andare a sbattere contro la centralità di Salvini nei suoi momenti di saturazione, evitando di fare la fine del Titanic.

Mentre l’egemonia discorsiva di Salvini si scioglieva come neve al sole dopo aver spinto con eccessiva foga nell’estate del Papeete, quando La Bestia di Morisi sembrava azzoppata e mite, Conte era già pronto a riemergere da protagonista. Dando in questo modo una bella lezione a molti altri galletti, come Renzi e Di Maio, spesso troppo avidi di visibilità e per questo inghiottiti nella sovraesposizione mediatica.

Col passo di lato di Di Maio, ora la centralità di Conte potrebbe risultare magnetica, direzionandosi tanto verso i transfughi pentastellati che verso l’elettorato moderato. La sua strategia di “sparizione” a livello mediatico ha pagato, si è giocato sin qui bene le carte (citofonare Casalino per i dettagli), ora bisogna vedere se il suo spessore politico sarà abbastanza solido per resistere a un periodo di logoramento che si preannuncia incessante per questo governo: le decisioni importanti sono state sin qui rimandate e tutti sono pronti a scannarsi per le nomine (Eni, Poste, Inps, ecc.), incombono nuove elezioni regionali, il taglio delle poltrone potrebbe portare a nuovi riposizionamenti e cambi di casacca. Questo governo ballerà forte e di continuo e, rispetto ai cambi di casacca, il travaso di parlamentari non può che spaventare il M5S più degli altri.


Di Maio lascia per non morire?

Le dimissioni di Di Maio sembravano ormai da tempo un atto ineluttabile. Prima con la Lega e poi col PD, l’aura anti-establishment del M5S si è dissolta: oggi la posizione anti-casta sembra solo un bel ricordo del passato. Di Battista e Di Maio lo sapevano benissimo, come del resto Paragone e tanti altri, tra cui Casaleggio; del resto sin qui il governo col PD è stato in buona parte raccontato come progetto di volontà quasi esclusiva di Beppe Grillo. Certo, sembra facile oggi dare per spacciato il M5S,che in futuro riuscirà probabilmente con successo ad attrarre ancora voti da qualsiasi posizione politica, ma il progetto di una novella Democrazia Cristiana, con il web e i social al posto di Dio e della Chiesa, sembra decisamente naufragato.

La spaccatura in 3 grandi partizioni principali – Casaleggio-organizzazione partitico-aziendale, truppa di politici eletti tra parlamentari, sindaci di spicco, ecc., Grillo-asset generale di influenza – rende il M5S un corpo fragile, dal futuro incerto.

Al M5S basterà forse veleggiare intorno al˜10/18% per influire ancora nello scenario politico attuale, centrato sull’assetto delle tre destre, ma è evidente che dopo l’alleanza col PD niente sarà più uguale a prima e ciò spinge a fare due considerazioni principali. Intanto, non è chiara e comprensibile la volontà del M5S nella sua totalità, anche se continuare a contare nelle dinamiche di potere del governo nazionale dovrebbe essere l’obiettivo primario e di sopravvivenza. In seconda battuta, i soggetti che detengono il potere maggiore, a partire da Casaleggio e dai frontmen DiMA-DiBba, che aspiravano chiaramente a ben altre posizioni, dovranno appunto confrontarsi con la totalità; fin qui il M5S si è dotato via via di corpi intermedi, ultimi in questo senso i Facilitatori, annullando l’originario slogan “uno vale uno”, a favore di una dimensione di potere sempre più piramidale.

I pentastellati devono risolvere il prima possibile queste incongruenze, oppure la base della piramide continuerà a sfaldarsi, facendo precipitare il vertice nel vuoto. Qualcosa che Grillo aveva ampiamente compreso da tempo, giocando il tutto per tutto in questa legislatura e aprendo all’accordo col PD, pur di non sparire.

Casaleggio in questa situazione appare più debole, in quanto tra il rischio di scissione e il ridimensionamento del numero degli eletti – sia per minori consensi, sia per l’eventuale riduzione del numero dei parlamentari – vede man mano ridimensionarsi lo strumento politico-imprenditoriale costruito ad hoc con l’ultimo statuto targato Lanzalone. Le dimissioni di Di Maio da capo politico appaiono come il logico risultato di una pressione costante tra chi preferirebbe un M5S indipendente, capace di muovere i propri passi rispetto alla gestione politica.

Per adesso, Casaleggio potrà continuare, attraverso Rousseau, a gestire buona parte dei processi interni, a influire in modo decisivo sull’agenda politica e sugli obiettivi, nonché su candidature, alleanze, consultazioni. Nonostante il moltiplicarsi di corpi intermedi per aprire all’apparente fase di direzione collegiale impressa dalle dimissioni di Di Maio, restano alcuni nodi difficili da sciogliere e non è da escludere che la battaglia interna al M5S per la “purezza” faccia vittime illustri, inaugurando una sorta di stagione del terrore 2.0.

Il direttorio di Casaleggio potrebbe scatenare anche una guerra a colpi di carta bollata contro i transfughi, ma ciò probabilmente non farebbe altro che accelerare la distruzione dall’interno, in modo irreversibile. La base della piramide è composta anche da persone rimaste per anni ad aspettare una candidatura, ma oggi quanti punterebbero in bianco sul M5S nella speranza di essere eletti? La sostituibilità degli elementi, la famosa metafora del formicaio in cui gli operai eseguono un progetto di cui nessuno ha veramente consapevolezza, tranne i capi, inizia in tal senso a mostrare i suoi grossi limiti.

Per adesso, l’abbandono di Di Maio sembra un atto per chetare gli animi, per poi riaccenderli in occasione dell’ennesimo riassestamento, ma il cammino verso la riorganizzazione diventa sempre più complesso. Le elezioni regionali hanno svelato il segreto di Pulcinella: il M5S è un corpo politico vulnerabile e senza radicamento territoriale, con gli organi esposti e in piena guerra per il potere interno.

Di Maio e Di Battista aspirano entrambi a tornare in sella, ben sapendo che il M5S, da poderoso destriero, sta diventando quasi un ronzino.

Quando i partiti diventano “personali”. Si identificano con il Capo. Ma su Di Maio incombe l’immagine del fondatore. Beppe Grillo. E si proietta l’ombra del Signore della Piattaforma. Casaleggio. Mentre altri “capi”, come Alessandro Di Battista, si (ri)propongono. Così, sarà difficile per Di Maio riprendere il ruolo assunto fino ad oggi. Ma, soprattutto, sarà difficile per il M5s recitare di nuovo la parte del “non-partito”. Perché il “non-partito” (oggi) è (un) “partito”. Ed è difficile convincere gli elettori, anzitutto i propri, del contrario.

Ilvo Diamanti

Personaggi un tempo ortodossi fino al midollo, come Roberta Lombardi, oggi tessono tele col PD. La Lombardi con una lettera aperta a Repubblica, uno dei quotidiani da sempre odiati dal M5S, ha lanciato un chiaro messaggio a Zingaretti: [rispetto alla doppia abolizione prescrizione/concessioni autostradali] “Mi aspetto che a portarla avanti sia soprattutto il Movimento 5 Stelle ma che a farla propria sia il Pd se in grado di dimostrare che davvero ha cambiato passo. Infine una sfida per questo governo che ha tutto da guadagnare per la sua credibilità, oltre che per la sua stessa sopravvivenza. Giusto per richiamare la sfida lanciata proprio da te, Nicola: se non ci sono risultati dobbiamo prenderne atto.” Un politichese chiarissimo, basta un poco di zucchero, la pillola va giù e il governo durerà di più.

«Nella nostra storia tutto dice che siamo progressisti e riformisti, per natura»

Roberta Lombardi

Quest’estate Di Maio avrebbe fatto carte false per tornare con Salvini e diventare egli stesso primo ministro, Casaleggio ugualmente avrebbe preferito tornare a destra, piuttosto che col PD; in definitiva, queste dimissioni di Di Maio possono anche sembrare uno schiaffo a Grillo, ma ricordano più la storia del marito cornuto che per far dispiacere alla moglie, si taglia il membro.

Un corpo che perde i pezzi, questo è il M5S attuale: Di Battista, rimasto in naftalina per correre alle prossime elezioni verso posizioni di prestigio che in questo momento probabilmente il M5S non può assicurargli del tutto; Grillo, stanco da anni e consapevole che questa è l’unica occasione per fare qualcosa; Casaleggio che non ha ancora consolidato la propria posizione ed è forse in questo momento il più preoccupato. Sullo sfondo, una truppa di parlamentari ben imbrigliata in una struttura sempre più compatta e verticistica, che però rischia di sciogliersi come neve al sole in caso di crollo elettorale netto.

Grillo tempo fa ricordava che il M5S era stato una sorta di biglietto della lotteria per chi dal nulla si era ritrovato un posto al sole nei palazzi romani: questa dinamica peserà sempre di più, e Casaleggio sa che deve consolidare e snellire, per restare solo coi fedelissimi.

«In Emilia-Romagna la partita è stata impostata malissimo e finirà anche peggio. La cosa drammatica è che il Movimento aveva la possibilità di iniziare a radicarsi sul territorio, ma se tu imposti il tuo radicamento su delle battaglie nei consigli regionali e comunali contro il Pd e poi ti presenti da alleato di governo del centrosinistra, allora finisci male». “La composizione del team dei Facilitatori M5S che si dovrebbe occupare di “industria e impresa” è ridicolo. Nessun imprenditore li prenderà mai sul serio”

Luigi Paragone

Di recente in un post su Facebook, Grillo ha annunciato l’annullamento del suo nuovo tour di spettacoli: «Devo purtroppo comunicarvi che sono costretto ad annullare le date del mio prossimo tour Terrapiattista , in partenza a febbraio, per un problema di apnee notturne che negli ultimi tempi non mi sta permettendo di riposare e lavorare correttamente. A breve mi dovrà sottoporre a un intervento chirurgico e, tra degenza e convalescenza, non sarò in condizione di portare il mio spettacolo in giro per l’ Italia. Avremo modo di recuperare il tour in futuro».

Strizzando l’occhio alle narrative complottiste e ad ogni generica contronarrazione, Grillo col suo blog rinnovato stava di fatto tentando da un paio di anni di fermare l’emorragia di immaginario: «La cultura, l’ informazione, la scienza ci hanno tradito, come la politica. Tutto è scontato, prevedibile, e allo stesso tempo incerto. Solo attraverso il dubbio possiamo davvero essere liberi».

Paragone, dopo l’espulsione, ha annunciato di voler tornare a coltivare il rapporto diretto con gli elettori, magari facendo uno spettacolo assieme a Di Battista. Fusaro e VoxItalia di fatto hanno da tempo occupato uno spazio discorsivo in cui prima era egemone il M5S di Grillo. Salvini e la galassia di influencer dell’alt-right nostrana ugualmente hanno eroso un importante spazio al flusso imaginifico grillino. La narrativa complottista e l’atteggiamento anarco-liberista oggi si può trovare ovunque, nel marketing relazionale di molti influencer del web: il punto di saturazione è vicino e gli spettacoli di Grillo da anni non funzionano più. Capovolgere il palco, trasformare la politica in stand-up comedy e poi serializzare la vita istituzionale; tutto è già stato fatto e rifatto, siamo al remake del reboot della supercazzola.


I problemi di Grillo rivelano l’impossibilità di saldare l’originario sentimento anti-politico del M5S, con l’attitudine al potere di Di Maio e Casaleggio. Non dimentichiamo che le dimissioni da capo politico sono state accompagnate dalle accuse verso “i nemici interni”. Secondo Di Maio: “Nessuna forza politica è mai stata sconfitta dall’esterno. I peggiori nemici sono quelli che al nostro interno lavorano non per il gruppo, ma per la loro visibilità”. E ancora “c’è chi è stato nelle retrovie e senza prendersi responsabilità è uscito allo scoperto solo per pugnalare alle spalle”. Di Maio ha chiuso il sipario lanciando attacchi sia a chi è dentro, sia a chi è fuori dal M5S, lasciando intendere che la svolta filo-istituzionale non prevede di tornare indietro all’opposizione.

Di Maio e Casaleggio vogliono un partito agile e snello, composto da pretoriani in grado di votare sempre compatti e fungere da ago della bilancia, imponendo agenda politica agli altri e, in altri termini, facendo lobbysmo puro per garantire gli interessi del vertice. Se Di Battista pensa ancora di inseguire i Gilet gialli, Maduro e le storie da hipster terzomondista su Instagram e sul blog de Il Fatto Quotidiano, bisognerà arrivare a uno scontro finale.

Questa versione del M5S non ha alcun interesse a uscire dall’euro tout court e a inseguire l’internazionale populista: Di Maio e Casaleggio vogliono il potere, le poltrone, la stabilità per durare nel tempo.

“Mentre tu sei in ferie c’è un Movimento alla deriva… O stai dentro o stai fuori” [commento apparso sul profilo Instagram]. “In vacanza a Khorramshar a studiare il conflitto con l’Iraq per poter scrivere in futuro robe che non leggi altrove”, s’infuria Dibba, “ma tu sei qui a giudicare in modo così superficiale”. È solo l’inizio. “Ringrazia i 5 Stelle, il più grande ufficio di collocamento del mondo”, graffia un altro. La risposta è piccata: “Vivi nella tua bolla, amico mio. Contento tu”. Finché qualcuno non gli domanda cosa aspetti a riprendere il ruolo di un tempo. “Grazie – è la replica che svela il piano segreto – . Appena finito di fare le mie ricerche (lo ripeto non sono pagato con denaro pubblico e devo come tutti portare avanti le mie attività) tornerò”

Alessandro Di Battista, La Repubblica

Le convergenze parallele cui il M5S si è prestato pur di restare al governo in questa legislatura segnalano la consapevolezza maturata in seno all’inner circle: questa è forse l’unica occasione vera per sfruttare al massimo il potere ottenuto convertendo il consenso elettorale. Del resto, mai come stavolta i conflitti d’interessi sono stati portati allo scoperto in modo quasi perentorio e ostentativo, come a ribadire quanto sia forte l’intenzione di porsi come sistema di lobbying puro, ben sapendo che il futuro ridimensionamento a livello nazionale del M5S non darà chance simili.

“Prima ho suonato un campanello d’allarme, poi le sirene e dopo ho gridato con tutto il fiato che avevo in gola – dice ora il consigliere comunale bolognese – fare questa lista era una scelta priva di senso. Non si è voluto guardare in faccia la realtà e ascoltare chi conosce bene questa terra. Gli Stati generali era un dovere farli prima di Waterloo. Fermarsi non voleva dire scappare, voleva dire usare il cervello e organizzarsi per ripartire”.

Max Bugani

Di Maio ha anche sostenuto “per me l’Italia è nel patto atlantico, nell’Unione europea, nell’euro. Ho fatto campagna elettorale dicendo queste cose e tutti, eletti e non eletti erano con me. Perché adesso mi accusano?”. E infine «Vito Crimi e il team del futuro ci porteranno fino agli Stati generali, dove discuteremo la nuova carta dei valori del Movimento. Discuteremo su progetti e temi. Discuteremo sul cosa. Subito dopo gli Stati generali passeremo al chi». In primavera, è facile ipotizzare che Di Maio tenterà di riprendersi tutto e forse Casaleggio proverà a costruire un’altra armatura di contenimento per il corpo slegato del M5S.

Bisogna chiedersi però se l’idea di un M5S “terza via”, in grado di macinare i consensi da ogni parte politica per influire attivamente su ogni governo, sia ancora condivisa dalla maggior parte dei capibastone. Quando Di Maio diceva «Il M5S sarà sempre l’ago della bilancia di ogni governo, saremo sempre in Parlamento, per noi è difficile tornare indietro», poneva una cesura fondamentale con quello che era stato il movimento originario di Grillo, aprendo una fase governista modellata ad hoc sullo statuto scritto da Luca Lanzalone, che gli garantiva il comando quasi assoluto assieme a Casaleggio.

Sin qui “terza via” ha significato più o meno destra sovranista e populismo digitale, mentre il governismo pragmatico di Conte spinge verso un moderato progressismo e alcune correnti interne del M5S, si pensi a Fioramonti e Fico, guardano verso il centro-sinistra. Come già detto in precedenza, troppe contraddizioni si sono accumulate e in primavera ci si aspetta che qualcosa succeda per davvero. La recente manifestazione contro i vitalizi tenutasi a Roma, con i bus di sostenitori pentastellati (che un po’ ricordano i famosi pacchetti turistico-politici di berlusconiana memoria), gli slogan giustizialisti e i membri del governo in auto blu, segna per l’ennesima volta un cortocircuito difficilmente sostenibile nel lungo periodo. Molto dipende dalla legge elettorale e dalla capacità di assorbimento del M5S all’interno del prossimo scenario politico.

“Mi fa ridere andare in piazza con i cartelli “no alleanze” mentre governiamo il Paese con altre quattro forze politiche”

Max Bugani

La crisi balneare del governo legastellato andava interpretata anche come risultato di un assetto politico europeo post elezioni, ovvero la nascita dell’asse Merkel-Von der Leyen, eletta presidente proprio con i voti di M5S e Pd. Come già detto, la polarizzazione verso l’asse sovranista si spiega in ambito internazionale guardando a fenomeni come il consolidamento di Trump e la Brexit di Boris Johnson. Arginare il fronte sovranista significa anche combattere l’alt-right, ma lasciando inalterato l’approccio neo-liberista in stile Blair-Clinton-Obama.

Il governo moderato di Conte rappresenta bene questa congiuntura e del resto il PD, nonostante la derenzizzazione, resta un partito che può imbarcare tranquillamente politici come Pierferdinando Casini e Beatrice Lorenzin (assetto delle tre destre). Sulla convergenza del settore privato e quello pubblico in ambito di governance (pubblica amministrazione, servizi, ecc.), Casaleggio potrebbe anche prima o poi accorgersi che le posizioni non sono poi così diverse. D’Alema è uno di quelli che lo ha capito da tempo e a questo punto bisogna solo vedere cosa accadrà con le nomine pesanti che attendono questo governo. Un nuovo lobbismo è alle porte? Molto probabilmente, sì.


Per concludere, due parole su Salvini, che sembra un po’ sottotone negli ultimi mesi. Dopo aver definito il ribaltone PD-M5S come “un complotto, in corso da tempo”, ricordando il Berlusconi del 2011, a Salvini è però mancato lo spazio per sviluppare questa narrazione. Le campagne elettorali non espressamente a carattere nazionale sono poco adatte a ciò; quando arriverà la prossima campagna elettorale nazionale, questo complottino all’interno della narrativa sovranista potrebbe apparire come minestra riscaldata. Le tensioni interne al centrodestra permangono e la leadership di Salvini, all’interno della stessa Lega, potrebbe essere messa in discussione.

Con l’ascesa piuttosto rapida della Meloni, la centralità del discorso politico a destra si sta spostando e la famosa Bestia di Morisi sta mostrando tutti i suoi limiti. Forse bisognerebbe chiedersi come mai per mesi e mesi si è fatta così tanta pubblicità a un team di comunicazione che aveva il vantaggio di poter sparare ad alzo zero su chiunque incrociasse la posizione di vantaggio di un vice-premier intento a fare campagna elettorale permanente, invece di governare. Eppure, in altri tempi sia il PD renziano che il M5S casaleggiano hanno saputo usare determinati strumenti di comunicazione in modi similari. E qui torniamo alla lungimiranza della strategia di sparizione di Conte, la più redditizia sin qui.

Facile riscuotere successo quando si è sulla cresta dell’onda, meno quando bisogna inseguire: del resto quando Di Maio lanciava la campagna elettorale sui “taxi del mare”, riscuotendo notevoli successi, la Bestia era ancora nella sua cuccia. Nello scorso anno si è posta tanta enfasi su un modo di fare comunicazione che non ha nulla di nuovo, nutrendosi degli avanzi delle grandi campagne americane, non ultima quella di Trump. Di questo parlerò nel post scriptum sulle Sardine, che sono l’altra faccia della medaglia in quest’era di popultainment (intrattenimento politico gamificato).

I punti della crisi

  • L’ascesa di Conte sembra irrefrenabile. Di Maio paga l’inesperienza. Questi sono alcuni dei refrain più gettonati degli ultimi giorni. Non è così: intanto Di Maio sta ancora trattando con il PD, sul programma, sulle poltrone, su tutto. Può farlo da una posizione di forza,da capo politico con le spalle sufficientemente coperte: nero su bianco, i regolamenti del M5S gli danno poteri quasi assoluti, ex aequo con Casaleggio. Motivo per il quale non deve stupire l’improvviso voltafaccia sull’accordo col PD. Fino alla fine, niente può essere considerato sicuro al 100%: «il Garante o il Capo Politico possono chiedere la ripetizione della consultazione, che in tal caso s’intenderà confermata solo qualora abbia partecipato alla votazione almeno la maggioranza assoluta degli iscritti ammessi al voto».
  • Salvini voleva i pieni poteri, questo è stato il motivo col quale ha scatenato la crisi; sappiamo che non è vero, ma come motivazione pubblica è decisamente spendibile, soprattutto in senso propagandistico. La figura di Conte per alcuni riesce a raccogliere attorno a sé il consenso dei parlamentari del MoVimento: anche questo non è del tutto vero, ma è ugualmente spendibile per rafforzare la figura di “avvocato del popolo”, ormai proiettata con forza sullo scenario politico. Di Maio, prima di aprire in maniera positiva al PD, ha ammesso che la Lega gli avrebbe concesso di essere il primo ministro. Uscita irrituale, che avrebbe dovuto insospettire il PD: i due forni sono restati sempre aperti e Di Maio preferisce tornare a sfornare con Salvini. Possibile che nel PD nessuno lo abbia capito?
  • Appena dopo l’ok di Mattarella al Conte Bis, sul blog di Grillo è apparso un post favorevole a ministri tecnici nel nuovo governo. Altra uscita decisamente irrituale: dopo anni di “uno vale uno”, demonizzazione della figura del “politico di professione”, di continua avversione verso le “competenze dei professoroni”, possibile che il M5S si trasformi in una sorta di Monti bis? Troppe incongruenze, eppure poche domande in tal senso.
  • «Chi tocca Di Maio tocca il M5S». La personalizzazione dello scontro in atto lascia intendere che, nonostante la delicatezza della situazione in senso politico e istituzionale, gli interessi di partito del M5S – quindi di Di Maio e Casaleggio su tutti – saranno preminenti fino alla fine: altro motivo per diffidare dell’accordo, che sembra sempre più un capestro, col PD.
  • Di Maio negli ultimi anni ha rotto il tabù delle alleanze, inventandosi il “contratto di governo” e finendo per portare Conte al posto dove lui voleva essere. La rinuncia a Palazzo Chigi è stata dolorosa la prima volta, figuriamoci una seconda: se Salvini ha davvero concesso a Di Maio di essere primo ministro in una riedizione del contratto legastellato, l’accordo col PD è potenzialmente carta straccia.
  • La sovradeterminazione della rete, l’eccessiva fiducia negli strumenti digitali: alla fine Salvini ha ricopiato alla grande i M5S, anche negli errori… ma adesso il marketing non basta più. Di Maio e Salvini, anche se su binari leggermente diversi, hanno continuato a fare campagna elettorale a spron battuto, come se fossero stati loro opposizione, mentre invece erano al governo. Questo è uno dei motivi per il quale la figura di Conte è riuscita a emergere positivamente; negli ultimi mesi, a fronte delle sparate dei due vicepremier, l’avvocato ha mantenuto un contegno più morigerato, diciamo istituzionale. Eppure, Conte ha di fatto sottoscritto e appoggiato tutto il peggio della politica legastellata, anche i porti chiusi.
  • Mara Carfagna ha affermato che “la destra sovranista ha fatto scelte di campo in totale rottura con quella liberale. Ha sdoganato odio, razzismo, antieuropeismo, scelte economiche assistenzialiste”. Il fatto che a destra si apra un dibattito sulla possibilità di portare avanti o meno una linea politica “sovranista”, la dice lunga sugli errori di Salvini. Il problema è che il consenso sovranista è destinato a crescere e nessuna destra liberale si vede all’orizzonte; il fatto, poi, che gli ex-berlusconiani tendano oggi a vendersi come “moderati”, è quasi surreale.

Un’estate italiana: crisi politica e popultainment

Scrivevo a giugno: un’estate fa, il goveno di noi due. L’incipit a distanza di pochi mesi si è rivelato decisamente azzeccato, vale la pena ripeterlo pari pari.

La formazione del governo legastellato è sembrato un grande atto di forza per un Luigi Di Maio alla prima esperienza seria in ambito istituzionale. A un anno di distanza, il bacio della morte di Salvini si rivela vincente, avendo in parte svuotato l’essenza del M5S, ormai balcanizzato e sin troppo legato agli interessi privati della Casaleggio Associati, piuttosto che a quelli del paese-nazione.

Ripartiamo dall’estate di Salvini, iniziata con lo scontro polarizzante con Carola Rackete, una vera fortuna per la sua macchina della propaganda, e proseguita col beach tour al Papeete, con tanto di polemiche sull’inno italiano suonato in console e i selfie sovranisti.

Risultati immagini per salvini papeete

La crisi di governo consumata sulla sabbia segna alcuni punti chiave del popultainment gialloverde. L’intrattenimento politico di stampo populista, gamificato attraverso l’interazione sui social network, continua a strutturarsi attraverso un immaginario nazional-popolare, non dissimile da quello berlusconiano. Sembra un po’ di vivere costantemente nei film trash che hanno accompagnato gli anni d’oro del berlusconismo e tutto sommato il messaggio politico è il medesimo: votatemi e io permetterò a voi tutti di vivere così.

Personificare il desiderio degli italiani oggi sembra molto più facile, rispetto a un ventennio fa. Il crudo realismo post crisi monetaria impone desideri minori: laddove Berlusconi prometteva ville, donne e coppe dei campioni, oggi Salvini si limita al lido sovranista, rigorosamente libero dai vucumprà, con dj set, drink e selfie. Abbastanza per l’italiano medio? Questo lo vedremo alle prossime elezioni, ma sembra evidente il trend in ascesa del salvinismo. Le inchieste sul Russiagate e la poca visione politica di Salvini stesso, che deve affidarsi al proprio inner circle e alla propaganda di Morisi per sperare nel meglio, sono le più evidenti spine nel fianco.

La crisi balneare di Salvini è figlia di un desiderio proibito: costringere Mattarella a rimpiazzare il governo legastellato con uno tecnico. Dopo un anno di alleanza, durante la quale i due partiti hanno pensato più alla propaganda elettorale continua che alla realpolitik, con una finanziaria alle porte difficile da affrontare e un probabile aumento dell’IVA, che significherebbe far incazzare gli italiani durante il periodo natalizio, nessuno ha veramente voglia di continuare a fingere un “contratto di governo”, che alla distanza si è rivelato essere un banalissimo inciucio politico per ottenere potere, poltrone e dicasteri.

Per capire il comportamento di Salvini bisogna guardare molto più all’Europa, che non all’Italia. L’ascesa dei sovranisti non c’è stata, quindi il parlamento europeo difficilmente avallerà le farloccate sovraniste; il Brexit resta sullo sfondo e i rapporti economici tra paesi non vedono certo l’Italia in una posizione favorita. Inoltre, il Russiagate può rivelarsi un temibile contrappeso mediatico in caso di campagna elettorale.

In caso di confronto elettorale, l’Italia diventerebbe un paese al centro delle attenzioni (e delle sperimentazioni), soprattutto per il ruolo di Facebook, del dark advertising (e quindi dei dark funds che lo finanziano) e di tutto quel calderone di alt-right che da anni prolifera nel vuoto di regolamentazione della propaganda digitale. Facebook è una società commerciale, nel corso degli anni ha sempre favorito gli assetti di potere, a partire da quello di Obama. il suo coinvolgimento con l’alt-right è stato determinante, ma potrebbe iniziare a cambiare, soprattutto dopo il lancio della criptomoneta Libra, che è al centro del mirino proprio del parlamento europeo.

La rappresentazione mediatica di Salvini è populista nel senso più puro del termine – difendo il mio popolo dall’Europa, dagli immigrati, dai professoroni, ecc. – e proprio per questo riesce a intercettare al meglio il risentimento, ma alla fine si scontra con la realtà delle cose. Inscenare, teatralizzare, trasformare il potere politico in uno spettacolo – continuo, interattivo, iperreale grazie ai social media – consente di canalizzare la rabbia verso i simulacri della politica – di nuovo, Europa, immigrati, lobbies, ecc. -, ma senza un valido progetto amministrativo e una solida visione del reale, tutto ciò è destinato a naufragare.

Nel momento in cui naufraga, cosa c’è di meglio di un governo tecnico per ricominciare il loop del popultainment? In questo senso, la partita vera si gioca con Mattarella. Ecco perché, a distanza di giorni, le posizioni di Salvini sulla crisi sono cambiate varie volte: le combinazioni in cui egli risulta vincente sono diverse, ognuna prevede anche un malus, ma è chiaro che non vuole andare veramente a nuove elezioni prima della prossima primavera.

Le elezioni anticipate sembrano uno spauracchio agitato a vanvera; a Salvini va benissimo un’allenza tra M5S e PD, che lo metterebbe in condizione di fare un’infuocata campagna elettorale per traghettare buona parte dei voti di destra dei pentastellati. Uno scenario per certi versi anche migliore del governo tecnico, nell’attesa della definitiva uscita di scena di Berlusconi (che comporterà un travaso politico, in parte già avvenuto pro Lega, anche verso un probabile partito personale di Renzi) e con la speranza di un sopimento degli scandali sui rubli (godendo, nel frattempo, dell’immunità parlamentare).

Un accordo M5S-PD potrebbe significare però una legge elettorale cucita su misura per arginare il centro-destra, ma allo stesso tempo rischierebbe di svuotare molto i consensi dei pentastellati, che, dopo un trasformismo del genere, pagherebbero sicuramente il conto ai propri elettori.

Prima di affrontare il nodo della crisi rispetto al M5S, vale la pena spendere poche parole sul PD e su Renzi. Come osserva Marco Damilano, i due Mattei sembrano uno solo. Entrambi figli ed eredi del berlusconismo, entrambi legati al culto e alla personificazione del partito, i due Matteo hanno eseguito la transizione dei rispettivi partiti: Salvini recuperando i cocci di Bossi, Renzi prendendo un monolite e trasformandolo in una struttura leggera e post-berlusconiana, traghettando a destra uno degli ultimi grandi partiti social-democratici in Europa.

Questa crisi offre a Renzi una doppia occasione: rottamare definitivamente il PD, che da un’alleanza col M5S finirebbe quasi sicuramente schiantato, e mettere sul piatto di quella stessa alleanza una serie di condizioni utili a recuperare buona parte di quanto andato perso con il referendum costituzionale che lo aveva visto uscire di scena. La truppa renziana in parlamento è forte e un accordo coi grillini, che restano sempre il primo partito delle elezioni 2018, potrebbe dare ampi margini di movimento. Del resto, la visione renziana non è per niente incompatibile con quella di Casaleggio, soprattutto per quanto riguarda la disintermediazione e l’ingresso dei privati nei processi di governance.

Il rapporto tra Zingaretti e Renzi si articola in una curiosa pantomima: intenti a rianimare il M5S, i due in realtà stanno consumando una sorta di scontro finale all’interno del PD, alla fine del quale probabilmente si resterà col cerino in mano, dopo aver offerto sponda a Di Maio, che nel frattempo si sarà riaccordato con Salvini.

La trattativa PD-M5S offre uno spunto per ragionare sul ruolo di Davide Casaleggio: è stato lui, infatti, a chiamare direttamente Zingaretti per avviarla, e sempre lui l’ha di fatto affossata nei giorni successivi. Il PD è un partito di professionisti ed è lecito supporre che qualcuno al suo interno abbia ragionato su alcuni passaggi fondamentali:

  • Casaleggio vuole il placet sul suo personale conflitto d’interessi, soprattutto garanzie sull’Agcom, da sempre nel mirino dell’inner circle pentastellato.
  • lasciare Di Maio al suo posto, o magari dargli ancora più potere: per Casaleggio è fondamentale che il risultato elettorale del 2018 sia capitalizzato al massimo, in quanto è difficile ipotizzare in futuro un M5S su livelli simili. Avere un’ampia fetta di senatori e parlamentari, che in futuro diminuiranno anche per il taglio previsto, significa maggiori introiti per l’azienda; dare a Di Maio il maggior spazio possibile è il giusto compenso per chi sta gestendo al meglio gli interessi del partito-azienda
  • aprire il campo con la strategia dei due forni, come già visto durante la faticosa gestazione che ha portato al contratto di governo legastellato, è stata una mossa tattica utile a dare uno spazio e un posizionamento favorevole al M5S, non certo al PD

Il PD si sta muovendo in modo sgraziato: servirebbe lo scossone definitivo per provocare la scissione tra il partito personale di Renzi e i cocci restanti. Questo processo, ritardato anche troppo, è necessario per far crollare la finta polarizzazione tra Lega e M5S: tolto di mezzo il PD, che nella narrativa legastellata è la causa di ogni male passato, presente e futuro, lo scenario potrebbe evolvere e riequilibrarsi.

La questione M5S è chiaramente la più intricata. Se la Lega è un partito monolitico che segue Salvini e la sua leadership e il PD è un partito divorato da correnti e personalismi, invece la creatura di Grillo e Casaleggio vive in questa fase la sua definitiva essenza post-partitica. L’organizzazione in post-partito significa soprattutto centralizzazione e controllo dei canali comunicativi-organizzativi, attraverso la struttura privata di marketing e comunicazione che fa capo a Casaleggio, unitamente a una galassia di influencer – Di Battista su tutti – che sulla scia dell’influencer 0 – Beppe Grillo – portano avanti una strategia editoriale multimediamix – dalla carta stampata ai social media – e soprattutto una galassia politica composta, non solo, da semplici pedine parlamentari, ma da ministri e personaggi di spicco nel governo.

L’analisi di questo specifico scenario già contiene una risposta fondamentale al quesito: perché la posizione sulla crisi del M5S è così ondivaga? O meglio, da un lato influencer o politici di rango, come Di Battista e Paragone, tifano per un ritorno all’alleanza con Salvini, dall’altro politici di retrovia come Patuanelli e Gallo spingono per un accordo col PD. Il M5S necessita sempre di un doppio posizionamento, è nella sua natura di partito pigliatutto.

Facciamo un recap, partendo da Grillo. Il comico-non politico ha diviso ormai da tempo il suo percorso con Casaleggio, come anticipavo qui. Grillo non riveste ruoli istituzionali, resta formalmente il “garante” del M5S e questo, se da un lato lo mette al riparo dalle cause degli ex-attivisti, lo espone in ogni caso alle contestazioni. Nei suoi ultimi spettacoli-comizi ormai si è ampiamente vista una scollatura, soprattutto da parte dei simpatizzanti della prima ora e da quella vasta porzione di pubblico cresciuta a pane e complotti: no vax, signoraggio bancario, scie chimiche, ecc. Senza poi dimenticare le grane No Tap, No Ilva, No Triv, No Tav, Xylella: tutte situazioni politiche nate dal basso, territoriali e specifiche, ma rivolte alla figura nazionale del M5S nella sua complessità. Tutte battaglie che il post-partito ha dapprima cannibalizzato, per ottenere consenso, poi abiurato una volta raggiunto i palazzi di governo. Buona parte di questo scontento viene, a volte anche ingiustamente, risucchiato da Grillo, che per anni ha sbraitato su tutto e tutti e ora sembra impotente, nonostante il M5S sia al massimo storico.

La riorganizzazione del M5S avvenuta a cavallo del 2017-18 ha sancito una spartizione di potere – Di Maio capo politico, Casaleggio erede dell’assetto organizzativo e gestore di Rousseau – e ha consentito a Grillo di evitare le beghe come l’indagine del Garante della privacy per l’utilizzo dei dati personali e le cause con gli attivisti cacciati e inibiti all’uso del simbolo. Lo scontento della fanbase è invece incontrollabile e in questo senso forse Grillo sta pagando un prezzo molto alto.

La carica simbolica di Grillo è chiaramente apparsa in questa crisi: radunare lo stato maggiore pentastellato nella sua villa è stata la prima risposta data a Salvini. Il comico-garante, il figlio del cofondatore del M5S, poi Di Maio, Fico, Taverna, Di Battista, i capigruppo, tutti insieme appassionatamente a Marina di Bibbona: un luogo consono a una crisi di governo balneare .

Il messaggio, poi amplificato sul blog del comico, è stato sin da subito molto chiaro: “Salvini è interlocutore non più credibile e inaffidabile”. Il leader del Carroccio a quel punto li ha accusati di voler andare con Renzi e Di Maio ha ribattuto “Un governo c’era, era forte e quel qualcuno l’ha buttato giù per rincorrere i sondaggi”. Sembrava finita, il M5S sembrava tornato compatto e con una linea politica solida, non più il partito ridimensionato dalle ultime elezioni europee e sull’orlo della guerra interna tra bande. Bisogna però tenere a mente le ultime parole di Salvini in risposta a questo ultimatum: ” Ascolterò Conte senza pregiudizi. Mio telefono è sempre acceso”.

In poche parole, la linea M5S-PD è stata affidata a Grillo, in modo da riportare in auge l’idea secondo cui nel M5S ci sarebbe una corrente “di sinistra” facente capo a Fico e altri, che vorrebbero riportare il movimento alle origini, insieme al capocomico. Tutto molto suggestivo e soprattutto utile a dare un’immagine multiforme per acchiappare elettori a destra e a manca, ma assolutamente incompatibile con quella che è, di fatto, l’organizzazione di potere all’interno del M5S.

Infatti, Zingaretti riceve una chiamata direttamente da Davide Casaleggio, per aprire la famosa trattativa “giallorossa”, non da Grillo, Di Maio, Fico, o chi altro.

Meme by Logo Comune

Dopo aver ufficialmente aperto al PD, Casaleggio fa tutt’altro, tipo far sapere all’inner circle che in realtà l’accordo non si deve fare, come svelato da un sms pubblicato da Dagospia e Il Foglio. Max Bugani, fedelissimo pretoriano del partito azienda, si dimette e fa sapere anche lui che l’accordo col PD non si deve fare. Mentre lo stato maggiore del PD si affanna a trovare una quadra, Di Maio va al mare con la fidanzata e nessuna votazione su Rousseau viene indetta.

I due forni a oggi sembrano serviti più che altro a ottenere ancora una volta un vantaggio strategico, ma ancora non è chiaro chi sarà il vincente di questa partita. Andiamo con ordine, per tirare le somme:

  • Salvini ha aperto la crisi perché voleva un governo tecnico che sgravasse quello gialloverde da un autunno caldo in cui affrontare la recessione economica, un possibile aumento dell’IVA e più in generale una difficile congiuntura politico-economica di livello europeo e globale allo stesso tempo. Per Salvini sia il governo tecnico che un’alleanza M5S-PD significano aumento del consenso e soprattutto aumento della polarizzazione popolo vs. elite, di cui egli è al momento il miglior interprete, rispetto a un M5S che dopo l’esperienza di governo sembra essere svuotato dal suo originario impegno anticasta. Un articolo illuminante su questo scenario lo ha scritto Mario Giordano: “il popolo puzza, proprio come quelli che stanno lì in fila sulla spiaggia, aspettando di farsi un selfie con Salvini. Il popolo ha le ascelle pezzate e l’alito pesante. Il popolo, soprattutto, non conosce gli austeri scritti di Sabino Cassese, non si esprime nelle forme gradite a Paolo Mieli, magari osa andare a votare senza prima aver compulsato l’ultimo editoriale di Repubblica. E per questo può essere degradato a «popolino», come ha scritto Eugenio Scalfari, o descritto come congrega di villani analfabeti. Niente di nuovo. È già successo con la Brexit. È già successo con Trump. Quando il popolo non si adegua alla volontà della gente che conta, fa schifo.” Ricordate quelli che 10 anni fa credevano a ogni sciocchezza letta sul blog di Grillo, gli stessi che oggi vanno a contestarlo perché non parla più di signoraggio, scie chimiche, no euro, ecc. Buona parte di questi voti andranno alla Lega, Salvini lo sa benissimo. Inoltre, la sinistra italiana è da alcuni decenni che ha deciso di non volersi più accollare il “popolino”, andandosi a rifugiare nelle elite medio-borghesi. La destra italiana avrà gioco facile per i prossimi anni, c’è poco da fare.
  • Renzi è riuscito a tornare al centro dello scenario, ha il controllo di buona parte del PD dall’interno e può decidere come e quando farlo crollare, ha indebolito ulteriormente Zingaretti ed è molto probabile che alla fine di un’eventuale governo giallorosso, non resterebbe altro che la definitiva scissione. Renzi può permettersi di giocare su più tavoli, essere allo stesso tempo fautore e distruttore di un’alleanza, secondo il proprio interesse, per andare a elezioni e scontrarsi con l’altro Matteo, Salvini. Magari perdendo, ma potendo contare su un nuovo assetto politico, libero dal logoro brand PD, post-ideologico e leggero in stile M5S, personalizzato, elitario e composto da professionisti della politica come fu Forza Italia, in definitiva non di destra, non di sinistra.
  • Di Maio qualche mese fa annunciava che “il mandato Zero è un mandato, il primo, che non si conta nella regola dei due mandati”. L’uso della supercazzola in politica è un classico, ma il livello di parossismo raggiunto dal M5S per aggirare le regole, da esso stesso imposte in tempi che paiono oggi remoti, politicamente parlando, è qualcosa di mai visto. La politica dei “due forni”, il mercanteggiare su nomine e poltrone, l’occhio lungo su tempi e mandati: il potere dei palazzi romani che non dà scampo a nessuno, scorre vivo nelle vene dei pentastellati: un processo di trasformazione che ricorda quello della Lega Nord di Bossi. Mentre Di Maio pensava a come ricandidarsi, alle correnti interne stravolte dalla batosta alle elezioni europee e alla complicata convivenza con il suo futuro sostituto, Di Battista, è arrivata la crisi balneare. Una svolta straordinaria per un partito che dopo un anno di allenza con la Lega aveva iniziato a perdere sostegno, a essere costantemente cannibalizzato e umiliato da Salvini. Con la crisi il potere è tornato in un qualche modo al M5S, primo partito alle scorse elezioni. Di Maio ha sin qui tentato in ogni modo di alzare la posta, perché in fondo sa benissimo che questa è l’unica occasione che ha per diventare capo di governo. Ecco perché alla fine la trattativa col PD salterà, quasi sicuramente, per riattivare quella con Salvini.

Fantascienza politica? Può essere, ma questo scenario andrebbe bene un po’ a tutti i contendenti in gioco. Salvini tornerebbe ridimensionato, potendo però soffiare sul fuoco della propaganda: con una forte recessione e l’aumento dell’IVA alle porte, la responsabilità ricadrebbe maggiormente su Di Maio, specialmente se a capo del governo. Renzi allo stesso modo potrebbe continuare sullo sfondo i suoi giochi di divisione del PD, per formare la propria creatura e sganciarsi in modo definitivo, solo al momento giusto. Casaleggio continuerebbe a sfruttare la base degli eletti per raccogliere fondi, con la sicurezza di non vedere normato il proprio conflitto di interessi e con la speranza di arrivare al 2020 per sancire il proprio ingresso in campi come formazione digitale, blockchain, ecc., forte di un accesso privilegiato.

Difficile però credere che Mattarella permetterà un lungo stallo, come accaduto l’estate scorsa; certo, potrebbe aprire a un governo tecnico o di transizione, se Salvini e Di Maio non dovessero effettivamente ripetere l’alleanza legastellata, stavolta senza Conte e magari con l’entrata della Meloni. L’ipotesi più remota è il concretizzarsi dell’accordo giallorosso, magari con la speranza di tenere fuorigioco Salvini per qualche tempo.

Questa crisi di mezz’estate, oltre a questi interrogativi che dovrebbero essere risolti nei prossimi (si spera) giorni, lascia alcuni punti fermi di cui tenere conto nei prossimi anni:

  1. Facebook e i maggiori social network, sono diventati la terza camera politica e questo insieme può essere assimilato agli altri media mainstream. I telegiornali aprono citando “il ministro in diretta facebook”, “ha risposto dal suo account instagram”, “le chat roventi di whatsapp”, ecc. Sembra ipotizzabile che il ruolo di Facebook, dopo i troppi scandali degli ultimi anni, cambierà, soprattutto in sede di campagna elettorale. Inoltre, avanza l’età media degli user e col moltiplicarsi dei canali social e l’aumento di consapevolezza delle giovani generazioni, probabilmente la falsa idea di “internet commerciale = informazione libera/alternativa” diverrà sempre meno sostenibile.
  2. Il primo punto introduce il secondo: lo sdoganamento e l’ascesa dell’alt-right (cui Facebook ha contribuito in maniera decisiva) sono ormai fenomeni stabili, storicizzabili e per questo comprensibili, arginabili. Il discorso è troppo lungo e complesso per essere affrontato in un punto di sintesi, la problematica maggiore rispetto all’Italia è dover guardare contemporaneamente al salvinismo (sovranismo + alt-right) e ai pentastellati (alt-right in salsa utopico-digitale).
  3. Il conflitto di interessi di Casaleggio è molto pericoloso per il nostro sistema-paese. Il M5S è nato contrapposto ai partiti tradizionali, alle grandi aziende e alle lobby di potere, contro i media tradizionali, contro il Parlamento. Oggi è un’organizzazione post-partitica che riprende buona parte delle prassi dei vecchi partiti, sovragestito da un’azienda che agisce come una lobby di potere, gestendo diversi media e una piattaforma digitale che risponde anche all’attività parlamentare. Tutto ciò è insostenibile e può accadere solo grazie alla soglia d’indifferenza che da anni narcotizza il senso comune degli italiani.
  4. Questa legislatura dovrebbe effettivamente chiudere l’ultimo ventennio politico, lasciando in eredità una sorta di post-berlusconismo, senza più Berlusconi stesso, ma replicato nella sua essenza in vari leader minori: Renzi, Salvini, Di Maio. La P2, a confronto, sembra Disneyland.

Un’estate fa, il governo di noi due

News - altrestorie
La formazione del governo legastellato è sembrato un grande atto di forza per un Luigi Di Maio alla prima esperienza seria in ambito istituzionale. A un anno di distanza, il bacio della morte di Salvini si rivela vincente, avendo in parte svuotato l’essenza del M5S, ormai balcanizzato e sin troppo legato agli interessi privati della Casaleggio Associati, piuttosto che a quelli del paese-nazione.

C’era una volta il contratto di governo, con l’avvocato Conte garante del popolo e i due alfieri, Salvini e Di Maio, pronti a cambiare l’Italia. Cosa resta di questa narrazione a un anno di distanza?

Poca roba. Salvini è il grande vincitore e l’episodio Sea-Watch con l’arresto di Carola Rackete conferma la facilità di macinare consenso da parte della Lega sul tema immigrazione.

Il nazional-populismo sovranista di Salvini si candida a essere il futuro asse del nuovo centrodestra con la Meloni e quel che resta di Forza Italia, in una sorta di grande narrazione che mette al centro dell’agenda politica gran parte dei temi sdoganati per anni dai partiti di estrema destra, in una sorta di alt-right all’italiana che aspira a seguire la scia di Trump, come in passato Berlusconi fece con Bush.

Semplificando al massimo i temi di questo progetto politico, affiorano tutti i grandi complotti, – piano Kalergi, signoraggio bancario, negazionismo scientifico – che possono essere sintetizzati così: “abbiamo già visto i professoroni all’opera, ce ne freghiamo dei cosiddetti competenti, vogliamo emettere moneta nazionale e slegarci dall’Europa, chiudiamo le frontiere, al rogo negri, froci, comunisti, femministe, ecc.”

L’efficacia di questo immaginario è indubbia e l’egemonia mediatica di questo asse politico, che spopola tanto in Tv che su Facebook, è chiara. Il problema è che occorrerebbe fare cassa subito, andando a nuove elezioni, ma è difficile mandare gambe all’aria questo governo in maniera indolore e Salvini è probabilmente l’unico che ha l’interesse a farlo.

Questi i motivi:

  • La Lega in caso di crisi potrebbe dire che a causa del contratto di governo e dei limiti imposti dal M5S non riesce a fare ciò che i suoi elettori desiderano, uscendone rafforzata, ma
  • il presidente Mattarella potrebbe dare incarico esplorativo a qualcuno in grado di trovare una maggioranza trasversale, nella quale molti parlamentari alla prima legislatura confluirebbero (anche per poter maturare la pensione), inoltre
  • gli alleati di Salvini, soprattutto la Meloni, sanno che conviene far sgonfiare la bolla di entusiasmo intorno al frontman leghista, aspettando il progressivo scioglimento delle truppe berlusconiane e preparandosi al meglio per le future elezioni, con una coalizione più equilibrata, anche perché
  • proclami a parte, chiunque abbia un minimo di competenza geoeconomica, strategica e politica, sa benissimo che l’Italia è un paese senza materie prime, che vive di export e turismo, e occorrerebbe una visione d’insieme concreta per avviare una pratica negoziale seria per poter uscire dall’euro e avviare un nuovo corso monetario, motivo per cui
  • la propaganda di Salvini è destinata a restare tale, mentre nelle retrovie occorre lavorare per capire davvero cosa fare: coi proclami e la propaganda si vincono le elezioni, ma governare è un’altra cosa e gli italiani, specialmente quando arriva Ferragosto e poi Natale, iniziano a farsi i conti in tasca e a berciare contro chiunque in quel momento sia al potere.

Il M5S non finisce certo qui, non deve ingannare il 17% preso alle Europee, elezioni nelle quali i pentastellati non hanno mai brillato; il Parlamento Europeo è un oggetto estraneo, quasi ostile ai grillini, che non hanno una collocazione vera e propria e già in passato hanno mostrato ben poca sostanza alle prese con la realpolitik d’oltralpe.

Il logoramento interno dell’inner circle costruito intorno a Di Maio dalla Casaleggio Associati è evidente, il posizionamento di Di Battista va letto proprio nel senso di un avvicendamento ormai prossimo, in caso di catastrofe, o di rimpasto.

Questo governo difficilmente cadrà, anche se il rimpasto appare un’arma spendibile da Salvini nei confronti di Di Maio, che nel frattempo può solo sperare in grane giudiziarie della Lega per avere qualcosa da mettere a proprio favore sulla bilancia.

Lo stesso Conte può diventare un ostacolo per Di Maio, in quanto la volatilità dell’elettorato del M5S potrebbe essere preda di un futuro partito fondato dall’attuale primo ministro. In tal senso, la territorialità di Lega, di FDL e del (ciò che rimane) PD può rappresentare nel lungo periodo un grattacapo per il M5S, che non a caso negli ultimi tempi ha rispolverato Di Battista per riaccendere gli animi.

Tra la successione di Mattarella e la pletora di nomine ancora in ballo nel breve periodo, non ultima la lottizzazione dell’Agcom, un organismo centrale per permettere a Casaleggio di ratificare il proprio conflitto d’interessi (ugualmente a quanto accadeva ai tempi d’oro del berlusconismo), è difficile credere che a breve ci possa essere una crisi di governo degna di questo nome. Chi ha voglia di fare opposizione è il benvenuto, dato che finora si è visto ben poco.

La morte dei miracoli: psychoGrillo, Di Maio e il televoto per l’Europa

Facciamo un recap di questi ultimi mesi. Lo scenario non è troppo complesso: Salvini avanza a passi decisi, il suo impegno nel contratto di governo gli consente di giocare su tavoli facili (panico sicuritario, xenofobia, razzismo, nazionalismo), dove può massimizzare il risultato con pochissimo impegno. In retrovia, l’ossatura della Lega (ex Nord), il partito più anziano tra quelli attuali, gli consente di dormire sonni tranquilli; tutti sanno cosa fare, anche in caso di crisi giudiziaria, e gli scossoni vengono ammortizzati con la coesione e l’organizzazione interna.

Con la fase calante di Berlusconi e l’ascesa della Meloni, nasce un assetto politico a geometria variabile in cui la Lega è il perno centrale di un nuovo centrodestra, anche se il facile consenso di Salvini rischia di fare la fine di un altro Matteo: Renzi.

Il M5S è invece meno compatto: Casaleggio corre la sua personale maratona, una gara rischiosa per il logoramento che impone, ma che può garantirgli stabilità futura e radicamento nel settore digitale in forte espansione. Le lunghe mani e gli interessi (aziendali) su blockchain, voto elettronico ed economia digitale, sono l’unica vera partita aperta in tal senso.

Con queste elezioni europee Di Maio e la sua compagine di governo subiscono uno stress molto intenso e le annunciate misure chiave (reddito di cittadinanza, quota 100) rischiano di restare nell’ombra, anche qui ricordando la fugace parabola renziana. Da un lato, queste iniziative dovrebbero garantire un serbatoio elettorale notevole, soprattuto al sud Italia, dove il movimento si muove un po’ come la Democrazia Cristiana di un tempo, ma dall’altro rischiano concretamente di scomparire, o quantomeno essere depotenziate, col passare del tempo, con le eventuali clausole di salvaguardia IVA, o con la recessione che di fatto già c’è. Una spada di Damocle che pesa in ugual modo su Di Maio e Salvini, soprattutto perché non c’è stata la tanto paventata ascesa dell’internazionale sovranista in Europa, con buona pace di Bannon e dell’alt-right cacio e pepe nostrana, che raccoglie miseri zerovirgola.

In un certo senso l’alt-right è qualcosa che aveva già concepito Berlusconi nei primi anni duemila, dando spazio nella sua coalizione ai partitini di destra estrema e permettendo loro di colonizzare buona parte dell’egemonia discorsiva e delle pratiche simboliche di piazza e di aggregazione del centrodestra. Salvini ha fatto qualcosa del genere implementando nella sua macchina del consenso la gran parte dei tormentoni nazional-populisti e xenofobi nostrani, ma la frenata europea del sovranismo significa che adesso dovrà fare i conti in casa con le promesse fatte, con gli slogan lanciati, con il livore e la rabbia tanto amabilmente coltivati: non sarà facile.

Il bivio di Salvini è questo: continuare finché dura col M5S, sperando che questi faccia saltare il governo, in modo da addossargli tutta la colpa e andare poi a vincere le elezioni e governare col nuovo centrodestra, oppure far saltare lui i giochi, capitalizzando il prima possibile il consenso elettorale, col rischio però di ritrovarsi lui stesso semi azzoppato da uno scenario politico troppo compresso, senza vincitori e vinti. Sullo sfondo, clausole di salvaguardia dell’Iva, sforamento dei vincoli di bilancio, governo tecnico in autunno?

La batosta elettorale europea invece significa per Di Maio il dover provare a tenere serrate le fila, tacere i malumori interni, affrontare i molti grattacapi nell’inner circle pentastellato. Forse questa è la prima vera maturità politica per Di Maio, che ora dovrà affrontare le correnti interne, Nugnes, Fattori, Fico, e quelle esterne, imprenditori, Europa, paese reale. Dopo queste elezioni europee, dietro le quinte probabilmente sorride sornione Alessandro Di Battista.

Grillo nel frattempo ha giocato una partita tutta sua, ha riconquistato, floppando, la televisione grazie a Freccero, ha cercato di blastare dal suo blog per far dimenticare il patto pro-scienza con Burioni e Renzi, che gli è anche costata la contestazione dei NoVax a Milano. Cercare di occultare la sempre più netta percezione che il M5S sia già la nuova K4$Ta!! è una missione impossibile e l’idea di cavalcare i terrapiattisti la dice lunga sulla lucidità del Grillo Parlante.

Durante queste elezioni europee si è vista una militarizzazione di ogni spazio comunicativo come nemmeno ai tempi del berlusconismo. L’apparente polarizzazione tra Lega e M5S ha garantito alla compagine di governo di occupare uno spazio molto ampio, ma l’idea dei pentastellati di recuperare consenso a sinistra ha di fatto consentito a Salvini di mietere facile consenso nella zona grigia: queste elezioni segnano un ritorno alle ideologie, altro che il seppellimento di destra e sinistra come categorie politiche superate.

Le regionali in Abruzzo del resto aveva già evidenziato una tendenza prevista e annunciata da tempo: M5S in basso, Lega in alto, un qualcosa che si muove a sinistra di un PD in affanno ma stabile. Adesso i rapporti di forza all’interno del governo sono di fatto ridimensionati, ma l’incertezza regnerà sovrana per tutta l’estate, molto probabilmente. La tendenza del PD a strombazzare la propria rinascita, è come vedere un albero con le radici morte che a primavera produce qualche timida fogliolina: finché non verrà chiesto il conto ai renziani e si chiuderanno i conti con il partito personale e coi capibastone, il PD sarà il più grande ostacolo per una rinascita della sinistra in Italia.

Intanto, la figura di Conte è divenuta ormai abbastanza indipendente per fare da parafulmine e non è da escludere che proprio lui possa fungere da terminale per una rimoderazione del governo, facendo soprattutto da cuscinetto con Mattarella e con l’Europa. Le figure di mediazione saranno centrali, di qui in poi, soprattutto vista l’insipienza politica di molti esponenti di questo governo.

Nonostante tutti i grandi proclami già infrantisi sotto la scure della realtà economica (le manovre si fanno dovendo quadrare i conti, senza fuffa e senza immaginari di propaganda) e una manovra scritta praticamente sotto dettatura europea, non c’erano state sin qui grandi crepe nella narrativa del governo, anche grazie al vistoso fumo negli occhi prodotto dalla campagna anti-migranti e dal reddito di cittadinanza. Dopo queste elezioni europee qualcuno potrebbe iniziare a chiedere il conto, e senza il fronte sovranista antieuropeo a spalleggiarli, Salvini e Di Maio balleranno più di Conte. Gli unici perdenti, in questo scenario, sono gli italiani.

Una manovra correttiva potrebbe anche rientrare nello storytelling sovranista legastellato: siamo costretti a farla perché non vogliono lasciarci liberi di fare quello che vogliamo. Una narrazione del genere non sarebbe certo disprezzabile e funzionerebbe sicuramente, ma il problema è il medio-lungo periodo.

Nei contratti c’è spesso qualcosa di nascosto e il contratto del #governodelcambiamento non fa eccezione. La manovra si è dovuta adeguare ai canoni e ai vincoli dettati da Bruxelles, alle clausole di salvaguardia sull’IVA, alla solita sovragestione economica cui anche i precedenti governi hanno dovuto sottostare per via dei limiti politici ed economici dell’Italia. Queste elezioni europee sanciscono ancora di più questo dislivello politico.

Lo scenario politico è mutevole, magmatico e, Renzi docet, tutto può cambiare in un amen. Mentre Salvini combatte i migranti e fa il cosplay della polizia, mentre Di Maio elargisce reddito di cittadinanza e radica il suo partito specialmente al sud, qualcuno in cabina di regia starà pensando a come raccogliere i cocci.

La politica italiana da questo punto di vista evidenzia una fase puberale, adolescenziale. Sembra che l’unico interesse possibile sia vivere il momento, esibire forza muscolare, gridare da un balcone, esibirsi in selfie e dirette facebook. A nessuno sembra interessare lo scenario geopolitico globale, l’economia e i rapporti internazionali, nessuno vuole una visione del futuro, a eccezione di quanto passa la propaganda. Si surfa l’onda emozionale, senza alcuna remora, senza incamerare alcuna esperienza concreta. Qualcosa di simile si era già visto con Berlusconi e soprattutto con l’ultimo Renzi.

Anche Di Maio dopo queste elezioni europee sa che rischia di seguire le orme di Renzi: entrambi si sono spostati a destra per governare, trovandosi poi con parte dell’elettorato liquido a defluire dal proprio partito verso la destra vera. Nel 2013 gli stellati prendevano il 25% alle elezioni nazionali e poi nel 2014 il 21% alle europee: 3 milioni di voti persi per strada, prima di arrivare al 32% alle ultime nazionali. Posto che questo sia il loro massimo raggiungibile, è lecito aspettarsi almeno altri due cicli importanti, superiori al 20%, abbastanza per influire nei futuri governi.

L’Italia è un paese pieno di anziani e di debito pubblico, motivo per il quale chi verrà dopo i gialloverdi si ritroverà coi soliti problemi: come abbassare il debito, come rimodulare la pressione fiscale, come aumentare il tasso di natalità, come rinforzare le infrastrutture e il welfare. Insomma, governare davvero. Perché alla fine, dopo aver lasciato casa a un branco di adolescenti in calore, c’è sempre bisogno di qualcuno per rimettere in ordine: ecco perché dopo Salvini e Di Maio, lo spettro di Draghi può sembrare più di una fragile visione.

Lettera aperta a Mentana su un governo impresentabile

Direttore Mentana, lei è un professionista serio ed è una fortuna in questo paese dove l’informazione sembra una guerra tra bande. La sua lettera all’onorevole Di Maio, contiene parole molto significative: “Liberi il suo gruppo senatoriale e il M5s da questa squalificata compagnia, e da idee ripugnanti che da decenni non si associavano più a nessuna figura pubblica italiana. “

La storia dei protocolli dei savi di Sion è una bufala dura a morire, su questo siamo d’accordo. Prima che certi argomenti diventassero, per così dire, trend topic nella politica italiana, erano generalmente relegati “fuori dall’arco costituzionale”. Certe narrative complottiste per decenni hanno sedimentato nell’immaginario, adesso sono tutte in bella vista, al potere. Non è un caso se oggi si organizzano incontri no-vax in Parlamento, non è un caso se la narrativa cospiratoria viene utilizzata ogni qual volta c’è da giustificare qualcosa.

Qualche giorno fa i nostri politici hanno usato la mezza verità sul “colonialismo francese” inframmezzandola con la narrativa sul “franco CFA”, lo hanno fatto a reti unificate e con questo intendo: trasmissioni TV, blog, profili social, ecc. Anche se si usano questi dispositivi di propaganda assieme, alla fine basta semplificare per capire il frame di partenza, decostruendo il discorso complessivo. Il “sovranismo monetario” rimanda al “signoraggio bancario”, che a sua volta nasce dai “protocolli dei savi di Sion”. Pensare che dietro ciò non ci sia una strategia è quantomeno ingenuo.

Qualcuno potrebbe sostenere che dietro l’agenda politica di questa “internazionale sovranista” ci sia Steve Bannon, ma questo non è dato saperlo con certezza. Quello che si potrebbe aggiungere è che da anni questa propaganda in Italia ha nomi e cognomi, è stata foraggiata da personaggi noti (e meno noti), spinta da agenzie di marketing e comunicazione legate alla politica, fino a egemonizzare il discorso pubblico.

Ogni giorno queste narrative sono condivise da migliaia di persone sui social, e l’odio è alimentato continuamente verso i diversi, verso chi ha un altro colore della pelle, verso le persone LBGT, verso gli ebrei e gli stranieri, verso chiunque sia additato come nemico del giorno. Pensare che tutto ciò stia accadendo per puro caso, o che sia colpa dell’amplificazione dei social media, è fuorviante.

Tutto sta accadendo per un disegno preciso. Per questo la presa di posizione di Enrico Mentana non è sufficiente e ci attendono anni pericolosi, in cui la memoria storica andrà irremediabilmente perduta e gli errori del passato torneranno sotto forma di “cambiamento”.

Buon 2019!

Finisce letteralmente coi botti il 2018 politico del M5S, che in un solo colpo rottama definitivamente la regola dei due mandati ed espelle un po’ di dissidenti a partire dal simbolo De Falco, mosse ampiamente prevedibili e più volte ipotizzate. Torna Di Battista e si crea un affollamento mediatico senza precedenti, tanto che il discorso di Mattarella sarà seguito dagli altri di Salvini, Grillo, Di Maio e Dibba. Una militarizzazione mediatica senza precedenti che serve per continuare ad alimentare una realtà alternativa per i fan e cercare di aprire una nuova fase di campagna elettorale verso le elezioni europee.

Il movimento completamente sostituito dall’inner circle Di Maio-Casaleggio in alcune cose a volte sembra far intravedere un assetto più complesso e variegato, come testimonia il post, prima lanciato e poi ritirato, sul “terrorismo mediatico” da parte del Blog delle Stelle. Analisi da rivedere bene nel 2019, soprattutto in caso di debacle europea.

Nella manovra finanziaria, oltre alle chicche come l’IVA al 5% sul tartufo e alle numerose prebende affidate a destra e manca per fare lobbying, ci sono vere e proprie misure folli, come gli affidamenti diretti sotto soglia da parte dei comuni alle ditte appaltatrici, con una soglia alzata da 40.000 a 150.000. Come ha fatto notare un ex eroe grillino (quando non erano al governo, si capisce) come Raffaele Cantone, senza il requisito della certificazione antimafia si rischia di favorire il crimine organizzato e la corruzione dei funzionari della pubblica amministrazione.

Il M5S sembra per molti aspetti crescere come una brutta copia del PD renziano e laddove Renzi favorì Apple e IBM, il M5S favorisce Amazon (in palese conflitto d’interessi rispetto alla Casaleggio Associati), ma riesce anche a seguire le orme di Berlusconi, favorendo gli evasori fiscali. Una continuità impressionante, anche questa da monitorare bene nel 2019.

Casaleggio padre del resto era un novello forzista e leghista della prima ora e per anni il no ai migranti è stato bombardato sul blog di Grillo. Tutto sta andando esattamente come deve andare, non c’è nulla di cui stupirsi, ormai solo i fan delusi di sinistra non hanno ancora capito che il M5S è destra pura. Sarà il 2019 l’anno buono per il risveglio dell’elettorato pentastellato che ancora si rivede nel progetto originario?

Nel frattempo la concretizzazione dell’immaginario nato sul blog di Grillo, tra teorie del complotto, signoraggio bancario, cure anticancro a base di limone e bicarbonato, vive e prospera in questa manovra, dove si dà il via libera anche chi esercita professioni sanitarie senza titolo, stabilendo una deroga per l’iscrizione agli ordini anche da parte dei professionisti senza titoli che abbiano lavorato, nell’arco di 10 anni, almeno per 36 mesi.

Ma c’è di peggio: la clausola di salvaguardia di 23 miliardi di Iva per il 2020 è una spada che pende anche sul capo di Salvini, che non a caso continua la sua strategia di foodblogging e post buongiornisti per sviare l’attenzione. Nei prossimi anni a quanto arriverà l’IVA? Cosa faranno gli imprenditori del nord-est? L’art attack di Di Maio e la nutella di Salvini non bastano per cancellare del tutto la realtà dei fatti. Mentre Di Maio e Salvini sono alle prese con la loro adolescenza politica fatta di bugie e diniego della realtà, cosa faranno gli italiani che veramente non arrivano a fine mese? Quando la bolla di iperrealtà scoppierà, i nostri eroi legastellati probabilmente faranno la fine di Renzi?

Quando Di Maio dice che l’IVA non aumenterà mai finché M5S sarà al governo, significa forse che un po’ di sano realismo gli è rimasto e nemmeno lui crede che questo governo durerà oltre il 2019. Soprattutto, a vedere cosa si agita dietro il sipario del M5S, tra un Di Battista che ritorna, un Casaleggio che fa lobbying a 360° e Grillo che preme per tornare protagonista, sembra chiaro che molti pensano che alle prossimi elezioni, europee e non, il partito non farà lo stesso risultato del 4 marzo scorso. Superata la fase di espansione massima, il M5S ora deve stabilizzarsi e capire come fruttare il potere ottenuto.

La mappa della Luiss Centralità della Lega e isolamento del PD: il nuovo spazio politico italiano conferma quanto detto sulla zona grigia M5S, che sta facendo da comburente per la politica leghista. Senza l’azione del M5S, Salvini non avrebbe acquistato questa centralità e il leit motiv del 2019 sarà vedere i due competitor di governo alla ricerca dell’egemonia per comandare in solitaria.

Buon Anno e arrivederci tutti al 2019!