Vieni avanti, governino

Lino Banfi attualmente campeggia col suo faccione sui manifesti di una nota catena di supermercati: fin qui tutto bene. Lo stesso Lino Banfi che ha fatto da testimonial, ops.. oggi bisognerebbe dire influencer, per una pubblicità governativa su come indossare la mascherina.

Lo stesso Banfi che nel 2019 faceva da spalla a Luigi Di Maio nella kermesse di presentazione del reddito di cittadinanza, dove il comico (Banfi, non di Maio) veniva anche spalleggiato dal politico (Di Maio, non Banfi) come papabile candidato per la rappresentanza UNESCO.

Ciò detto, perché mai ci si dovrebbe sorprendere se i recenti Stati Generali del governo sono risultati una sorta di mix tra il reality alla “Grande Fratello”, la propaganda di regime in stile cinese e il cinepanettone? A inizio giugno si era già capito che Conte, annunciando la fatidica frase “ora tocca alla politica”, avrebbe dato vita a una nuova campagna di propaganda, tanto per strombazzare le politiche assistenzialiste, quanto per annunciare nuove fantomatiche misure di rilancio.

“Ci sono pezzi dello Stato – burocrazia, apparati ministeriali, parlamentari e forze politiche – che lavorano contro il mio esecutivo”: queste parole di Conte hanno segnato l’ultima svolta comunicativa prima della grande parata a Villa Pamphili. Il messaggio, chiaramente rivolto ai capibastone della coalizione, Di Maio Zingaretti Franceschini, è servito anche a esaltare l’avvocato in senso populista, per cercare un rapporto diretto col popolo in stile Salvini, accusando complotti per chiamare a raccolta i fan.

Conte ha fatto piazza pulita di tecnici e task force, silurato il famoso “piano Colao”, chiamato a raccolta i big della politica internazionale, almeno quelli disposti a sfilare sulla sua passerella, e sparato fino all’ultima cartuccia di propaganda, per arrivare sul filo dell’estate senza di fatto annunciare nulla in termini concreti. Come sempre, in Italia la classe politica aspetta che gli italiani vadano in vacanza, sperando nel reset mnemonico del popolo.


Questo governo appare al momento molto debole e la coda di campagna elettorale di Conte appare tutto sommato comprensibile: il primo governo targato Lega-M5S ha visto l’avvocato sempre in secondo piano, sempre alcuni passi indietro, rispetto al primo palco dove si giocava l’egemonia mediatica tra Salvini e Di Maio. Conte e Casalino, hanno imparato bene come, quando e quanto, essere sotto ai riflettori.

Questo governo PD-M5S è frutto di due partiti logori, che devono tirare a campare a tutti i costi. Conte ha sfruttato al meglio il Covid per imporre la sua presenza, la sua agenda, le sue dirette facebook, infine questi Stati Generali, ma la sostanza non cambia: basterebbero pochi slittamenti all’interno di Camera e Senato per vedere la maggioranza cadere. Eppure, il logorio dei due partiti é fondamentale per consentire a Conte di mantenere salda la sua posizione. Una situazione strana, uno stallo alla messicana in cui nessuno dei tre duellanti vuole realmente sparare per primo. Anche perché, i tre duellanti, sanno benissimo che l’inquadatura e la scena funzionano benissimo, come fonte di distrazione di massa.


Laddove il primo governo Conte ha giocato sul tavolo della paura verso lo straniero, spingendo sulle pulsioni sovraniste e xenofobe, il secondo Conte ha invece manipolato al meglio la paura verso il Covid, esibendo un potere patriarcale e paternalista, gestendo l’emergenza con dispositivi polizieschi e spingendo sul piano simbolico del terrore sociale: chiunque può essere infetto, ma non potendolo verificare coi tamponi, ci affidiamo al conformismo alle regole. Ora che l’emergenza sanitaria sembra finire, inizia quella economica: il potere di Conte ha bisogno della paura e dell’incertezza del popolo, da usare come carburante per il proprio consenso. Ma quanto ancora può durare tutto questo?

L’autocelebrazione, la necessità di raccontare il mitico “modello Italia”, uno dei peggiori in assoluto nell’emergenza Covid, eppure osannato in un’epica da regime orwelliano: ecco, tutto questo può durare l’arco di un’estate, poi ci sarà da combattere veramente la crisi economica e sociale. A quel punto, il governo potrebbe essere salvato da una nuova ondata di contagio: se sui numeri si è mentito in modo spudorato durante la prima epidemia, magari in futuro si farà anche peggio, pur di imbrigliare il paese con le redini dell’emergenza, per governare a colpi di decreto e dirette facebook.


La balcanizzazione del M5S è un dato di fatto, già da alcuni anni. In modo fisiologico, se un movimento “antisistema” giunge al potere, si creano fronti interni: poltronisti vs puristi, per sintetizzare. Ma, nel caso del M5S la semplificazione non riesce a spiegare tutto: ci sono motivazioni più profonde, che in parte spiegano anche perché, nonostante si parli da anni di “scissione imminente”, questo poi non accade.

Per potersi scindere, una cosa deve prima essere unita, coesa, singolare: il M5S è sempre stato l’insieme di diverse parti, quella di Grillo, quella di Casaleggio, quella degli attivisti, poi quella degli eletti, ecc. Non avendo una struttura rigida, ma essendo una sorta di magma che è stato via via raffreddato e incanalato in alcune strutture di contenimento, il M5S resta una conformazione ibrida, che solo in anni recenti si è stabilizzata.

Chiaramente, le spinte alla stabilizzazione hanno comportato l’emergere di stratificazioni di potere, di figure di spicco, di gruppi di persone, di tutta una serie di elementi che oggi possono anche sembrare in opposizione tra loro. Alla fine Casaleggio scrive le sue lettere al Corriere della Sera, Grillo ogni tanto ne spara qualcuna delle sue, Di Battista sembra voler spaccare tutto e tutti ogni volta che torna, ma tutto resta com’è.

Finché Casaleggio continuerà a detenere una serie di poteri sul M5S, grazie allo statuto associativo, finché Grillo avrà interesse a mantenere una serie di privilegi (come non essere attaccato per la vicenda del presunto stupro che coinvolge il figlio), finché i parlamentari continueranno a prendere lo stipendio e i pezzi da novanta, come Di Maio e Di Battista, continueranno a giocarsi spazi di celebrità e di potere di primo piano, il castello non cadrà.

A questo punto, torniamo a Conte, che spesso è stato indicato, negli ultimi tempi, come il personaggio capace di spaccare definitivamente il M5S: personalmente, ritengo questo scenario poco credibile. Finché il governo dura, vincono tutti loro, ma Conte resta un elemento sostituibile e molto dipenderà da fattori come il posizionamento dei residui di Berlusconi e dalle strategie dei partiti verso l’elezione del Presidente della Repubblica.

In caso di campagna elettorale, Conte non è detto che possa avanzare grosse pretese verso il M5S, dove carte alla mano, Grillo e Casaleggio comandano ancora. Qualsiasi cosa accada, il M5S potrà in ogni caso scegliere se appoggiarsi a destra, o a sinistra, per formare un futuro governo. In questo senso, i due governi Conte visti sin qui, potrebbero essere l’anticipazione di un futuro assetto politico in cui il M5S continua ad agire da spazio d’interscambio e di connessione tra visioni politiche poco differenti e convergenti in una sorta di governance populista, capace di usare ormai al meglio l’insieme di strumenti, vecchi e nuovi, di propaganda, dalla carta stampata a internet.

In passato avevo definito questo assetto “le tre destre”. Grazie all’epidemia, e all’infodemia, da Covid, proprio di recente è tornata alla ribalta la grande galassia del complottismo, che riunisce estremisti di destra e sinistra, No 5G, No Vax, negazionisti di ogni risma, personaggi capaci di osannare Trump e Maduro allo stesso tempo. Una sorta di nazi-maoismo in salsa socialmediatica, un mix di buongiornismo e memi stantii, tanta roba che in un nuovo-vecchio M5S post governo Conte, ci starebbe benissimo.