Crisi e comunicazione

Ci sono tre casi di comunicazione della crisi che possono aiutare a comprendere come l’attuale “stato di emergenza” stia ponendo le basi per un futuro assetto autoritario. Non è detto che ciò debba accadere per forza, ma è obbligatorio oggi aumentare la consapevolezza verso il pericolo, se si hanno a cuore la democrazia e i diritti personali.

Il caso di Conte, con la successione di decreti e dirette facebook, pone un serio problema, ponendo un precedente che, in caso di future emergenze, potrebbe essere sfruttato in modo più estremo da qualche politico più spregiudicato. Conferire maggiori poteri al presidente del consiglio, scavalcare il Parlamento, rivolgersi al “popolo” attraverso un social network (di proprietà straniera), l’anticipazione di elementi dei decreti come forma di controllo del sentiment: tutti questi elementi concorrono a cancellare l’assetto democratico fondato sulla Costituzione.

Le scelte di oggi potrebbero rivelarsi un comodo precedente per chi domani volesse perseguire emergenze di carattere diverso (terrorismo, conflitti sociali, ecc.); inoltre mostrano la debolezza intrinseca di questo governo, incapace di calibrare azioni di coordinazione e prevenzione in modo neutrale e appropriato alla situazione.

La comunicazione della crisi dovrebbe rispettare dei protocolli seri e definiti, non prestare il fianco alle tentazioni personalistiche: l’attuale gradimento intorno al 50% di Conte, del resto, fa pensare a una polarizzazione in atto nel paese, tra chi è fiducioso nella comunicazione emozionale e nell’operazione di contenimento militare-poliziesco, e chi invece percepisce il senso di sbandamento dell’intera nazione e i problemi causati dalla pandemia.

Infine, non riuscendo ad arginare il personalismo dei governatori, Conte fatica a imporsi e abdica dal suo ruolo, virtualmente costruito a colpi di dirette facebook e decreti. Nei prossimi mesi il paese sarà allo stremo, a quel punto occorrerà un cambio di passo, sia nelle decisioni, che nelle azioni da intraprendere, ma soprattutto nel correggere il tiro di un modello di comunicazione, apparso sin qui tutt’altro che rassicurante.


Il caso dei governatori in cerca di visibilità, o che talvolta portano istanze corrette, è in parte correlato con quello del governo centrale. Laddove De Luca ha sin qui pensato di occupare lo spazio mediatico che sarebbe stato di Salvini, “l’uomo forte al comando”, ci sono state altre prese di posizione, al nord Italia, che vanno dalla richiesta di cancellazione dei diritti alla privacy, alla richiesta di più tamponi. Ultimo caso di ricerca di visibilità, Virginia Raggi a Roma, anche lei ha cercato di lucrare visibilità dall’epidemia, lanciando un sistema digitale di delazione, che invita i cittadini a segnalare presunti assembramenti, o concittadini in comportamenti sospetti.

Bisogna qui fare una considerazione principale: la pandemia ha chiaramente assunto una centralità inamovibile, nell’infosfera, nell’immaginario e nei pensieri di tutti. Molti politici (e i loro staff di comunicazione) hanno giustamente pensato di andare a occupare spazi di comunicazione a ridosso della bolla Covid. La figura dell'”uomo forte” affascina i governatori e il modello cinese della sorveglianza piace ai sindaci, ma da qui in poi ci si potrà aspettare di tutto.

Campagna shock del sindaco di Cagliari

Il sindaco che urla dal drone: dove cazzo vai!!

Piccolo capolavoro di strategia comunicativa è venuto dal solito De Luca in Campania, che a ridosso dell’ultimo decreto di Conte, ne ha subito prodotto un altro, per sconfessare la linea del governo sulle sanzioni e soprattutto per aumentare i giorni di chiusura sino al 14 aprile. In questi casi va sempre ricordato che, soprattutto al Sud, l’esasperazione sarà a breve intollerabile, in quanto molti cittadini inizieranno a far fatica nella vita quotidiana: allora probabilmente De Luca dovrà rendere noto se col suo lanciafiamme e coi suoi militari è riuscito a debellare il virus.


Il nuovo modulo di autocertificazione chiude in grande bellezza questa carrellata di casi di comunicazione di crisi, gestita nei modi peggiori. L’ultimissimo modello ha raggiunto una densità enorme, tanto da dover essere spiegato con dovizia di particolari. Si tratta di un modulo di non facile comprensione, per una persona con scarse competenze e alfabetizzazione: una situazione non proprio rara nel nostro paese.

Questo modulo rappresenta l’ennesima evoluzione determinata dal ripercuotersi di ordinanze e decreti e, sorprendentemente, la sua annunciazione è stata data dal capo della polizia, che ha usato anche queste parole: “Ci sono le straordinarie persone che combattono negli ospedali e poi c’è un’altra battaglia che vede impegnati i nostri uomini, quella di spezzare la catena del contagio, perseguendo i furbi, chi con comportamenti sbagliati introduce un vulnus al sistema che può vanificare gli sforzi che si stanno facendo”.

Sembra incredibile che nel 2020 si possa affidare alle forze militari e di polizia la cura della persona, o, forse, questa si sta rivelando l’unica scelta, dopo vent’anni di devastazione della sanità pubblica. Laddove si è registrata una forte tendenza alla colpevolizzazione del cittadino, nelle parole del capo della polizia si intravede un’interpretazione ulteriore: la colpa dei contagi appartiene ai furbi, coi loro comportamenti. Concetto lombrosiano, che ricorda secoli bui per la democrazia.

Posto che l’immagine di militari che giudicano lo stato di salute delle persone è qualcosa che rimanda alle disperate scene di ingresso nei campi di concentramento del secolo scorso, oggi almeno il capo della polizia evita di elevare le proprie competenze a quelle biopolitiche, limitandosi a stabilire una correlazioe tra contagi e furbizia. Ricordiamoci queste teorie, quando magari domani si applicheranno norme restrittive a fenomeni diversi da quelli del Covid.