Un’emergenza, è per sempre

Il turbinio di decreti, lo scavalcamento del Parlamento, la spinta dei governatori regionali, lo strapotere di Confindustria. Nonostante in questo periodo di crisi Covid19, Conte stia viaggiando su percentuali di gradimento enormi (fenomeno logico in situazioni del genere), i nodi politici rischiano di venire al pettine, in ogni modo.

Se Meloni e Salvini attaccano Conte, accusandolo di essere una sorta di dittatore che toglie centralità alla politica democratica, significa che la situazione è tragicomica. Abbastanza da ricordare che, in Italia, qualsiasi evento rischia di essere travolto e anche la serietà della pandemia rischia di trasformarsi nell’ennessima operetta nazional-popolare.

L’opposizione, del resto, sa benissimo che in questo momento essere fuori dai giochi significa perdere un treno importante, non solo per risalire la china dei sondaggi, ma per consolidare l’egemonia del discorso sovranista-identitario, che in un momento di crisi così non può che andare a gonfie vele. Come dimostrato chiaramente dall’uscita del Comandante Alfa, che strizza l’occhio al sentiment para-fascista e golpista e, da un lato, fa pensare quanto sia fortunoso non avere Salvini in carica, al momento.

Di qui in poi, Salvini farà di tutto per entrare a far parte dell’azione di governo, anche invocando una sorta di cabina di crisi, o un governo tecnico, che meglio ancora potrebbe poi aprire le porte a una futura campagna elettorale, tra le macerie. La narrazione della pandemia, oltre alla colpevolizzazione del singolo per occultare le colpe politiche, già si sta rivolgendo all’immigrazione: se la sanità pubblica non è in grado di gestire l’emergenza, non è a causa di decenni di tagli e di smantellamento in nome dell’austerity e delle privatizzazioni, ma per colpa dei 40€ agli immigrati.


Il M5S, pur essendo dentro al governo, in questo momento sta toccando poco palla, per usare un gergo calcistico utile a sottolineare che il Covid è talmente forte da essere riuscito a fermare in Italia sia il campionato di calcio che i riti di religione. Per una forza politica che aspira a essere una novella DC, è chiaro che l’attuale strapotere di Conte, con la sua comunicazione che mescola abilmente i repertori dal santino digitale all’eroe nazionalpopolare in diretta facebook, risulti un pericolo. Ma la sua battaglia, il M5S tutto sommato l’ha già vinta.

Non stupisce l’uscita di Casaleggio, che ha provato a cavalcare il sentiment della pandemia, richiamando i video distopici di Gaia, o la sparata complottistica di Gunter Pauli, sulla falsa correlazione tra 5G e Covid. Pauli, affiancato a Conte come consigliere economico, rappresenta la logica evoluzione di una cultura politico-aziendale che si fonda sul mito del guru e dell’ideologia flessibile che mescola ultra-liberismo, ecologismo e utopismo digitale: su questo torneremo in futuro, perché il focus bisogna spostarlo su Di Maio, nel suo ruolo di ministro degli esteri.

Di Maio quando si è spostato alla Farnesina ha deciso di portarsi dietro le deleghe del Mise al commercio estero. Pochi mesi prima, quando Di Maio era vicepremier con Salvini, aveva ritenuto “inaccettabile” che tali deleghe venissero trasferite dal ministero per lo sviluppo economico a quello degli esteri. Come fatto notare da qualche altro commentatore, Di Maio negli ultimi tempi sembra quasi un portavoce del governo di Xi Jinping. Idem il blog di Grillo, uno strumento di propaganda al servizio del regime cinese.

Tra prosecchi e pizzette tra Di Maio e Xi Jinping, sviolinate a Huawei e negazione delle repressioni di regime sul blog del comico, è da tempo iniziata una sorta di China-washing per sdoganare il regime di Pechino in Italia. Dal golden power a favore di Huawei per la gestione delle infrastrutture di comunicazione 5G, alla Via della Seta percorsa da Grillo e da numerosi esponenti pentastellati, a fine 2019 sembrava che l’argomento Cina dovesse spaccare la politica italiana, soprattutto l’asse M5S-PD.

Grazie all’epidemia di Covid19, tutto questo è solo un ricordo. Il China-washing, iniziato il 23 marzo 2019 con l’accordo “Via della Seta” ai tempi del governo M5S-Lega, ha spostato l’equilibrio geopolitico dell’Italia in maniera sostanziale, perché ormai risulta evidente che non si tratta di un mero rapporto commerciale. La cinesizzazione dell’Italia è un dato di fatto, e la narrazione della pandemia lo dimostra.

Laddove la posizione geografica al centro del Mediterraneo rappresenta un ovvio assetto strategico da spendere nelle relazioni industriali e commerciali, non era certo pensabile, in tempi brevi, che il China-washing potesse produrre un cambio di percezione, così repentino e radicale, nell’opinione pubblica italiana. Oggi il modello cinese è considerato esemplare, soprattutto da chi vuole “l’uomo forte” al comando (si vedano in tal senso le dichiarazioni di De Luca sul fucilare chi non rispetta la quarantena “come in Cina”) e auspica una militarizzazione e irregimentamento del sistema-paese.

La Cina sta spendendo notevoli risorse per gestire al meglio la narrazione della crisi: bisogna far dimenticare in fretta che Pechino ha mentito sulla portata dell’epidemia, scatenando un effetto domino globale. Il regime ha bisogno di costruire l’immagine di chi ha sconfitto il virus a ogni costo e ora può insegnare agli altri come fare. L’Italia è chiaramente il veicolo primario di questo disegno propagandistico.

Nel nostro paese un po’ tutta la stampa mainstream è schierata a favore della narrazione cinese, nessuno ricorda che il regime cinese ha fatto sparire, letteralmente, i giornalisti che hanno provato a raccontare la verità, che il modello Wuhan non è sostenibile, perché non democratico. I medici e i giornalisti, vaporizzati dal regime, hanno provato a lanciare un allarme ben prima che scoppiasse l’isteria: un sacrificio che, alla luce di quanto accaduto, sembra essere stato inutile.

In Italia il governo ha sostenuto il modello cinese del sopire e troncare fino alla fine di febbraio. Ancora oggi, le misure del governo italiano non contemplano l’impiego su vasta scala dei tamponi, preferendo la militarizzazione delle strade e la colpevolizzazione dei cittadini. A breve non dovremmo stupirci se qualcuno iniziasse a dare per vere anche le bufale scientifiche del regime cinese, che dice di aver sconfitto il virus grazie alla medicina tradizionale.

La rinuncia alla privacy è un altro tassello importante della cinesizzazione dell’Italia. Le maggiori compagnie telefoniche italiane hanno già (metaforicamente) calato le braghe, gli OTT della rete idem, tutti in prima fila per fornire i dati ai governi e a breve è facile supporre l’introduzione di una app governativa per il monitoraggio dei cittadini. In questo caso, il modello sarebbe quello sud-coreano, che però prevede un massiccio uso dei tamponi, che invece qui in Italia al momento sembra un miraggio.

Insomma, pare evidente che la gestione italiana e quella cinese convergono, anche quando ad esempio Conte sceglie di non fare conferenze stampa, ma di apparire su Facebook. Allo stesso modo, la sacrificabilità dei lavoratori, immolati sull’altare di Confindustria, denota un approccio biopolitico decisamente da regime: la vita vale, di più il capitale. Non sfigurano in tal senso le parole di Geraci, Lega, uno dei fautori della Via della Seta: “La Cina ha preso misure drastiche nel breve in cambio di guadagni nel medio termine. Si rialzerà più forte di prima; i consumatori sono già abituati a nuovi modi di vivere, quindi nuove opportunità”. Sottolineiamo, i consumatori, non i cittadini: i consumatori.

Il China-washing è utile a veicolare la buona narrazione della quarantena di Wuhan, ma nessuno in questo momento può accedere con trasparenza ai dati e stupisce che nessuno faccia domande sulla scomparsa dei giornalisti che hanno provato a raccontare come il regime stesse nascondendo la verità. Tutto questo mentre anche in Italia si mente sui numeri reali: si pensi alle statistiche falsate sul “40% di lombardi in giro”, usate per un giro di vite ulteriore sulle libertà personali e per giustificare la sorveglianza digitale, oppure alla mancanza di una strategia di screening tramite tampone, cui si contrappone la volontà di imporre app di tracciamento obbligatorio.

La Cina oggi si presta a imporre un’ideologia totalitaria, che il nostro governo sta sdoganando, cogliendo l’occasione della pandemia. Poco importa se tra qualche tempo i cinesi verranno a prendere ciò che resta del paese per pochi spiccioli, approfittando dell’enorme crisi generata dal Covid, da loro stessi veicolato al mondo intero.


Quest’improvvisa epidemia globale si sta trasformando nell’arma perfetta per il soft power del regime cinese e per chi è pronto ad attuare il china-washing, come il nostro governo. Un contagio, quindi, non solo biologico, ma economico e politico-culturale, che finisce per sdoganare il regime di Pechino, esaltandone l’efficienza nella gestione della crisi e tacendo sul come, in realtà, è generatore della stessa.

Il China-washing celebra i metodi non democratici nella gestione delle emergenze e impone scelte radicali, che vanno dalla cancellazione dei diritti fondamentali, alla militarizzazione degli spazi fisici e virtuali, fino alla cancellazione della vita sociale. Celebra, inoltre, un modello patriarcale dello stato, sorvegliante e punitore, diametralmente opposto al modello democratico, che cancella buona parte del progresso degli ultimi secoli, in particolare le conquiste ottenute dopo la sconfitta dei regimi totalitari novecenteschi.