La politica ai tempi del COVID

La soluzione al dilemma la fornisce Matteo Renzi: “Trasformiamo la crisi in un’opportunità”. Per questa classe politica effettivamente l’epidemia si sta rivelando un’occasione importante. Ponendo di lato i malus derivanti dalla catastrofe, che è globale, risulta evidente come alcuni processi potrebbero risultare favorevoli, e non di poco, ai partiti politici e ai leader in gioco.

La strategia di sparizione di Conte è risultata perfetta per gestire il Covid. L’avvocato si é buttato nella mischia al momento opportuno, sfruttando l’iniziale cattiva gestione della comunicazione della crisi, e più in generale dell’epidemia. L’Italia avrebbe dovuto attivarsi ben prima del 2020, ma probabilmente nessuno ha voluto giocarsi la carta dell’impopolarità durante il periodo delle festività natalizie (col loro potenziale consumistico).

Quando l’OMS dichiarava emergenza internazionale a gennaio 2020, la politica italiana era impreparata, avendo sottovalutato il COVID. Durante il mese di febbraio, i soliti volti noti del popultainment italiano, continuavano a darsi battaglia a colpi di propaganda. Renzi, Salvini e Di Maio si sono prodotti nei soliti show, mentre Conte era silente e il virus avanzava.


Quando a fine febbraio scoppia l’enorme focolaio in Lombardia, nella Lega, Salvini in testa, perdura l’incapacità di gestire la comunicazione della crisi, come dimostra l’uscita infelice di Attilio Fontana, nel denunciare il contagio in diretta Facebook. In maniera bipartisan, Sala e Salvini gettano benzina sul fuoco, chiedendo la riapertura della regione “per far ripartire l’Italia”. Zingaretti si fa un aperitivo con i colleghi e annuncia il proprio contagio una decina di giorni dopo.

Quando a fine febbraio l’OMS sta per dichiarare lo stato di pandemia, entra in gioco Conte. L’Italia, invece di agire subito, ha aspettato marzo. L’azione poi risulta chiaramente convulsa: invece di applicare dei protocolli differenziati, dividere il paese in zone diverse, si cerca il colpo a effetto. Così viene generato uno dei più grossi errori della storia della comunicazione politica recente: la bozza del decreto legge che trasforma l’Italia in zona rossa, esce prima del tempo.

Il risultato lo vedremo probabilmente nelle prossime settimane: decine di migliaia di persone riversatesi dal nord verso il sud, per tornare alle proprie case, dai familiari. Chiaramente, tutto ciò si sarebbe dovuto fare in modo controllato, rispettando i protocolli, ma il governo aveva troppa necessità di agire in fretta e furia, sottovalutando il fattore panico.


Altro esempio di comunicazione sbagliata, lo ha offerto Vincenzo De Luca, che pensando di lucrare un po’ di propaganda sulle spalle della paurosa epidemia, rilanciava con un’ordinanza ancora più restrittiva, secondo cui le forze dell’ordine avrebbero dovuto mettere in quarantena chiunque per strada e imponendo il divieto di fare sport in solitaria (contrariamente a quanto previsto dal decreto governativo). Laddove la smentita dello staff di De Luca arrivava la sera stessa, assieme poi a quella del prefetto di Napoli, era già troppo tardi.

La sparata di De Luca ha contribuito a generare un clima di caos e terrore, a Palermo c’è stato il caso di un corridore picchiato da agenti di polizia, in altri paesi della Campania per giorni si è assistito a ronde di vigili urbani, armati di diffusori acustici che rimbombavano la fake news dello sceriffo salernitano.


Nel frattempo, Grillo e Casaleggio hanno piazzato come consulente di Conte, un certo Gunter Pauli, guru dell’economia anarco-capitalista in salsa ecologista e fan del regime cinese. Con l’attuale stato di sospensione della democrazia, l’Italia si avvia verso il modello sino-americano, a grandi falcate: le big-co di Silicon Valley da un lato, le lobbies nazionali dall’altro, il paese in mezzo, stretto in una morsa.

Con le elezioni di ogni tipo rinviate, le crisi politiche dei partiti di maggioranza vanno in sordina e al momento chiunque sia al governo ha la possibilità di giocarsi carte importanti: in periodi di crisi così gravi, se non si fanno grosse sciocchezze, è difficile perdere consenso. Con l’imposizione di misure così drastiche, dopo aver evitato di prendere posizione nella fase iniziale, il governo spinge in avanti un limite verso la gestione sicuritaria del territorio, alimentando il sentimento della delazione e dell’odio civile, a favore del conformismo becero.

Laddove le libertà personali si fermano, viene lasciato invece andare il settore produttivo, finché si può, tracciando un confine biopolitico preciso: la vita umana è importante, ma il capitale di più. Chiunque oggi sia giovane dovrebbe pensare di emigrare il prima possibile, nei prossimi anni. Il sentiero verso la distopia è tracciato, ormai troppo in profondità.