Elezioni e saldi di stagione. Eterno ritorno agli anni ’90

Il 2020 sembra promettere una nuova scoppiettante fase politica, con le dimissioni di Luigi Di Maio e il tracollo del M5S in Emilia Romagna e in Calabria, lo sfacelo di Roma con Virginia Raggi, la mancanza di una visione politica omogenea: all’interno di un movimento/partito sempre più balcanizzato si giocano effettivamente le sorti del governo. Andiamo a fare un lunghissimo recap dell’ultimo periodo politico.

I due governi sin qui nati dalle alleanze, o per meglio dire dalle convergenze parallele del M5S con il centrodestra e poi col centrosinistra, hanno evidenziato come in Italia le classi dirigenti siano rimaste ancorate al peggior trasformismo e alla sete di potere della politica pre-tangentopoli.

Benvenuti anni ’80-’90, eppure siamo nel 2020; il finale della serie tv 1994, che mette assieme la grande crisi del 2008, la caduta di Berlusconi e l’ascesa dei primi grillini, è perfetto per ricordare che non ci siamo ancora schiodati da quello scenario lì. Politica personalizzata, post-ideologia, conformismo e trasformismo, ricerca del facile consenso, ipersemplificazione: le radici del populismo italiano sono solide e ampiamente bipartisan.

In questi due anni gli slogan del nuovo corso politico targato M5S sono via via divenuti propaganda buona per le sponsorizzate su facebook e poco altro. Anni in cui il M5S è riuscito in buona parte a implodere: le elezioni regionali appena tenutesi e quelle future, imporranno scelte dolorose: esserci e prendere sberle, oppure non esserci e sparire dallo schermo. Un bel dilemma per i pentastellati, alle prese con la prevedibile frammentazione strutturale del proprio sistema, non certo pensato per l’impegno istituzionale e di governo e che quindi sta mostrando tutti i suoi limiti naturali. La contraddizione è troppo grande per non essere un intralcio: far convivere l’assetto aziendale-proprietario di Casaleggio, le propaggini politico-istituzionali, di cui Di Maio è l’espressione massima, il carrozzone di Beppe Grillo col suo potere di influencer, sembra impossibile.

“Il primo obiettivo è che il Movimento continui a esistere e che come forza autonoma continui a esprimere la sua presenza. Non parlo di terza via o campo progressista, se non prima di dire ‘riusciamo a mettere in campo una serie di cose per dire che siamo ancora vivi’?”

Vincenzo Spadafora

Conte è abbastanza popolare per pensare di diventare il leader di una coalizione anti-sovranista?

Conte esordiva sul palcoscenico della politica italiana con queste parole: “Rispetto a prassi che prevedevano valutazioni scambiate nel chiuso di conciliaboli tra leader politici per lo più incentrate sulla ripartizione di ruoli personali e ben poco sui contenuti del programma, noi inauguriamo una stagione nuova”. Autodefinitosi “avvocato del popolo”, non rinunciava alla facile citazione berlusconiana: “aggiungerò tanta passione che sgorga naturale nel servire il paese che amo”.

“Una persona gradevole ed equilibrata, che negli ultimi mesi ha assunto posizioni coraggiose, pronunciando parole ferme e chiare nei confronti dell’operato di Salvini”

Vincenzo De Luca su Conte

Conte ha collezionato ampio gradimento, posizionandosi come politico moderato di nuova generazione, guardando vagamente al centro-sinistra più che altro in chiave anti-Salvini e attirando attenzioni tanto dalla diaspora grillina, quanto dalle schegge della sinistra. Renzi e Di Maio dovranno fare i conti anche con l’avvocato, mentre Salvini dovrà vedersela con Giorgia Meloni, che gli insidia il primato nella coalizione; motivi per i quali le elezioni nazionali possono ancora aspettare e tutto sommato si può ipotizzare che questo governo terrà.

Vaticano, industriali, stampa: al momento Conte gode di gradimento anche in questi ambiti, il resto dipende dalla sua ambizione. Se in futuro si dovesse votare con una legge elettorale proporzionale e considerando che il finto tripolarismo degli ultimi anni sta tornando a essere un bipolarismo (pro/contro il sovranismo e le destre, col vuoto a “sinistra”), allora Conte potrebbe essere un personaggio spendibile.

Le reazioni del Forum Ambrosetti al Conte Bis

Conte è stato subito sovranista e decisionista con Salvini, collaterale e benevolo con Casaleggio, poi europeista nei suoi giri diplomatici con Merkel e Macron, ma anche filo Putin e filo Trump a seconda della rotta presa dall’aereo di stato. La “strategia della sparizione” orchestrata per consumarlo il meno possibile sotto i riflettori dei media, per poi apparire solo nei momenti buoni e col giusto setting, alla fine ha pagato. Esempio perfetto della realizzazione sul lungo periodo di questa strategia, è l’uscita trionfale di Conte nel salotto di Lilli Gruber a La 7, all’indomani delle elezioni regionali, un momento nel quale l’avvocato ha potuto bersagliare Salvini e al contempo chiamare a raccolta l’esecutivo. Se Conte non fosse stato prima prudente, non avrebbe potuto sfruttare al meglio un’occasione del genere; questa è l’essenza della sua sparizione, ovvero la capacità di non andare a sbattere contro la centralità di Salvini nei suoi momenti di saturazione, evitando di fare la fine del Titanic.

Mentre l’egemonia discorsiva di Salvini si scioglieva come neve al sole dopo aver spinto con eccessiva foga nell’estate del Papeete, quando La Bestia di Morisi sembrava azzoppata e mite, Conte era già pronto a riemergere da protagonista. Dando in questo modo una bella lezione a molti altri galletti, come Renzi e Di Maio, spesso troppo avidi di visibilità e per questo inghiottiti nella sovraesposizione mediatica.

Col passo di lato di Di Maio, ora la centralità di Conte potrebbe risultare magnetica, direzionandosi tanto verso i transfughi pentastellati che verso l’elettorato moderato. La sua strategia di “sparizione” a livello mediatico ha pagato, si è giocato sin qui bene le carte (citofonare Casalino per i dettagli), ora bisogna vedere se il suo spessore politico sarà abbastanza solido per resistere a un periodo di logoramento che si preannuncia incessante per questo governo: le decisioni importanti sono state sin qui rimandate e tutti sono pronti a scannarsi per le nomine (Eni, Poste, Inps, ecc.), incombono nuove elezioni regionali, il taglio delle poltrone potrebbe portare a nuovi riposizionamenti e cambi di casacca. Questo governo ballerà forte e di continuo e, rispetto ai cambi di casacca, il travaso di parlamentari non può che spaventare il M5S più degli altri.


Di Maio lascia per non morire?

Le dimissioni di Di Maio sembravano ormai da tempo un atto ineluttabile. Prima con la Lega e poi col PD, l’aura anti-establishment del M5S si è dissolta: oggi la posizione anti-casta sembra solo un bel ricordo del passato. Di Battista e Di Maio lo sapevano benissimo, come del resto Paragone e tanti altri, tra cui Casaleggio; del resto sin qui il governo col PD è stato in buona parte raccontato come progetto di volontà quasi esclusiva di Beppe Grillo. Certo, sembra facile oggi dare per spacciato il M5S,che in futuro riuscirà probabilmente con successo ad attrarre ancora voti da qualsiasi posizione politica, ma il progetto di una novella Democrazia Cristiana, con il web e i social al posto di Dio e della Chiesa, sembra decisamente naufragato.

La spaccatura in 3 grandi partizioni principali – Casaleggio-organizzazione partitico-aziendale, truppa di politici eletti tra parlamentari, sindaci di spicco, ecc., Grillo-asset generale di influenza – rende il M5S un corpo fragile, dal futuro incerto.

Al M5S basterà forse veleggiare intorno al˜10/18% per influire ancora nello scenario politico attuale, centrato sull’assetto delle tre destre, ma è evidente che dopo l’alleanza col PD niente sarà più uguale a prima e ciò spinge a fare due considerazioni principali. Intanto, non è chiara e comprensibile la volontà del M5S nella sua totalità, anche se continuare a contare nelle dinamiche di potere del governo nazionale dovrebbe essere l’obiettivo primario e di sopravvivenza. In seconda battuta, i soggetti che detengono il potere maggiore, a partire da Casaleggio e dai frontmen DiMA-DiBba, che aspiravano chiaramente a ben altre posizioni, dovranno appunto confrontarsi con la totalità; fin qui il M5S si è dotato via via di corpi intermedi, ultimi in questo senso i Facilitatori, annullando l’originario slogan “uno vale uno”, a favore di una dimensione di potere sempre più piramidale.

I pentastellati devono risolvere il prima possibile queste incongruenze, oppure la base della piramide continuerà a sfaldarsi, facendo precipitare il vertice nel vuoto. Qualcosa che Grillo aveva ampiamente compreso da tempo, giocando il tutto per tutto in questa legislatura e aprendo all’accordo col PD, pur di non sparire.

Casaleggio in questa situazione appare più debole, in quanto tra il rischio di scissione e il ridimensionamento del numero degli eletti – sia per minori consensi, sia per l’eventuale riduzione del numero dei parlamentari – vede man mano ridimensionarsi lo strumento politico-imprenditoriale costruito ad hoc con l’ultimo statuto targato Lanzalone. Le dimissioni di Di Maio da capo politico appaiono come il logico risultato di una pressione costante tra chi preferirebbe un M5S indipendente, capace di muovere i propri passi rispetto alla gestione politica.

Per adesso, Casaleggio potrà continuare, attraverso Rousseau, a gestire buona parte dei processi interni, a influire in modo decisivo sull’agenda politica e sugli obiettivi, nonché su candidature, alleanze, consultazioni. Nonostante il moltiplicarsi di corpi intermedi per aprire all’apparente fase di direzione collegiale impressa dalle dimissioni di Di Maio, restano alcuni nodi difficili da sciogliere e non è da escludere che la battaglia interna al M5S per la “purezza” faccia vittime illustri, inaugurando una sorta di stagione del terrore 2.0.

Il direttorio di Casaleggio potrebbe scatenare anche una guerra a colpi di carta bollata contro i transfughi, ma ciò probabilmente non farebbe altro che accelerare la distruzione dall’interno, in modo irreversibile. La base della piramide è composta anche da persone rimaste per anni ad aspettare una candidatura, ma oggi quanti punterebbero in bianco sul M5S nella speranza di essere eletti? La sostituibilità degli elementi, la famosa metafora del formicaio in cui gli operai eseguono un progetto di cui nessuno ha veramente consapevolezza, tranne i capi, inizia in tal senso a mostrare i suoi grossi limiti.

Per adesso, l’abbandono di Di Maio sembra un atto per chetare gli animi, per poi riaccenderli in occasione dell’ennesimo riassestamento, ma il cammino verso la riorganizzazione diventa sempre più complesso. Le elezioni regionali hanno svelato il segreto di Pulcinella: il M5S è un corpo politico vulnerabile e senza radicamento territoriale, con gli organi esposti e in piena guerra per il potere interno.

Di Maio e Di Battista aspirano entrambi a tornare in sella, ben sapendo che il M5S, da poderoso destriero, sta diventando quasi un ronzino.

Quando i partiti diventano “personali”. Si identificano con il Capo. Ma su Di Maio incombe l’immagine del fondatore. Beppe Grillo. E si proietta l’ombra del Signore della Piattaforma. Casaleggio. Mentre altri “capi”, come Alessandro Di Battista, si (ri)propongono. Così, sarà difficile per Di Maio riprendere il ruolo assunto fino ad oggi. Ma, soprattutto, sarà difficile per il M5s recitare di nuovo la parte del “non-partito”. Perché il “non-partito” (oggi) è (un) “partito”. Ed è difficile convincere gli elettori, anzitutto i propri, del contrario.

Ilvo Diamanti

Personaggi un tempo ortodossi fino al midollo, come Roberta Lombardi, oggi tessono tele col PD. La Lombardi con una lettera aperta a Repubblica, uno dei quotidiani da sempre odiati dal M5S, ha lanciato un chiaro messaggio a Zingaretti: [rispetto alla doppia abolizione prescrizione/concessioni autostradali] “Mi aspetto che a portarla avanti sia soprattutto il Movimento 5 Stelle ma che a farla propria sia il Pd se in grado di dimostrare che davvero ha cambiato passo. Infine una sfida per questo governo che ha tutto da guadagnare per la sua credibilità, oltre che per la sua stessa sopravvivenza. Giusto per richiamare la sfida lanciata proprio da te, Nicola: se non ci sono risultati dobbiamo prenderne atto.” Un politichese chiarissimo, basta un poco di zucchero, la pillola va giù e il governo durerà di più.

«Nella nostra storia tutto dice che siamo progressisti e riformisti, per natura»

Roberta Lombardi

Quest’estate Di Maio avrebbe fatto carte false per tornare con Salvini e diventare egli stesso primo ministro, Casaleggio ugualmente avrebbe preferito tornare a destra, piuttosto che col PD; in definitiva, queste dimissioni di Di Maio possono anche sembrare uno schiaffo a Grillo, ma ricordano più la storia del marito cornuto che per far dispiacere alla moglie, si taglia il membro.

Un corpo che perde i pezzi, questo è il M5S attuale: Di Battista, rimasto in naftalina per correre alle prossime elezioni verso posizioni di prestigio che in questo momento probabilmente il M5S non può assicurargli del tutto; Grillo, stanco da anni e consapevole che questa è l’unica occasione per fare qualcosa; Casaleggio che non ha ancora consolidato la propria posizione ed è forse in questo momento il più preoccupato. Sullo sfondo, una truppa di parlamentari ben imbrigliata in una struttura sempre più compatta e verticistica, che però rischia di sciogliersi come neve al sole in caso di crollo elettorale netto.

Grillo tempo fa ricordava che il M5S era stato una sorta di biglietto della lotteria per chi dal nulla si era ritrovato un posto al sole nei palazzi romani: questa dinamica peserà sempre di più, e Casaleggio sa che deve consolidare e snellire, per restare solo coi fedelissimi.

«In Emilia-Romagna la partita è stata impostata malissimo e finirà anche peggio. La cosa drammatica è che il Movimento aveva la possibilità di iniziare a radicarsi sul territorio, ma se tu imposti il tuo radicamento su delle battaglie nei consigli regionali e comunali contro il Pd e poi ti presenti da alleato di governo del centrosinistra, allora finisci male». “La composizione del team dei Facilitatori M5S che si dovrebbe occupare di “industria e impresa” è ridicolo. Nessun imprenditore li prenderà mai sul serio”

Luigi Paragone

Di recente in un post su Facebook, Grillo ha annunciato l’annullamento del suo nuovo tour di spettacoli: «Devo purtroppo comunicarvi che sono costretto ad annullare le date del mio prossimo tour Terrapiattista , in partenza a febbraio, per un problema di apnee notturne che negli ultimi tempi non mi sta permettendo di riposare e lavorare correttamente. A breve mi dovrà sottoporre a un intervento chirurgico e, tra degenza e convalescenza, non sarò in condizione di portare il mio spettacolo in giro per l’ Italia. Avremo modo di recuperare il tour in futuro».

Strizzando l’occhio alle narrative complottiste e ad ogni generica contronarrazione, Grillo col suo blog rinnovato stava di fatto tentando da un paio di anni di fermare l’emorragia di immaginario: «La cultura, l’ informazione, la scienza ci hanno tradito, come la politica. Tutto è scontato, prevedibile, e allo stesso tempo incerto. Solo attraverso il dubbio possiamo davvero essere liberi».

Paragone, dopo l’espulsione, ha annunciato di voler tornare a coltivare il rapporto diretto con gli elettori, magari facendo uno spettacolo assieme a Di Battista. Fusaro e VoxItalia di fatto hanno da tempo occupato uno spazio discorsivo in cui prima era egemone il M5S di Grillo. Salvini e la galassia di influencer dell’alt-right nostrana ugualmente hanno eroso un importante spazio al flusso imaginifico grillino. La narrativa complottista e l’atteggiamento anarco-liberista oggi si può trovare ovunque, nel marketing relazionale di molti influencer del web: il punto di saturazione è vicino e gli spettacoli di Grillo da anni non funzionano più. Capovolgere il palco, trasformare la politica in stand-up comedy e poi serializzare la vita istituzionale; tutto è già stato fatto e rifatto, siamo al remake del reboot della supercazzola.


I problemi di Grillo rivelano l’impossibilità di saldare l’originario sentimento anti-politico del M5S, con l’attitudine al potere di Di Maio e Casaleggio. Non dimentichiamo che le dimissioni da capo politico sono state accompagnate dalle accuse verso “i nemici interni”. Secondo Di Maio: “Nessuna forza politica è mai stata sconfitta dall’esterno. I peggiori nemici sono quelli che al nostro interno lavorano non per il gruppo, ma per la loro visibilità”. E ancora “c’è chi è stato nelle retrovie e senza prendersi responsabilità è uscito allo scoperto solo per pugnalare alle spalle”. Di Maio ha chiuso il sipario lanciando attacchi sia a chi è dentro, sia a chi è fuori dal M5S, lasciando intendere che la svolta filo-istituzionale non prevede di tornare indietro all’opposizione.

Di Maio e Casaleggio vogliono un partito agile e snello, composto da pretoriani in grado di votare sempre compatti e fungere da ago della bilancia, imponendo agenda politica agli altri e, in altri termini, facendo lobbysmo puro per garantire gli interessi del vertice. Se Di Battista pensa ancora di inseguire i Gilet gialli, Maduro e le storie da hipster terzomondista su Instagram e sul blog de Il Fatto Quotidiano, bisognerà arrivare a uno scontro finale.

Questa versione del M5S non ha alcun interesse a uscire dall’euro tout court e a inseguire l’internazionale populista: Di Maio e Casaleggio vogliono il potere, le poltrone, la stabilità per durare nel tempo.

“Mentre tu sei in ferie c’è un Movimento alla deriva… O stai dentro o stai fuori” [commento apparso sul profilo Instagram]. “In vacanza a Khorramshar a studiare il conflitto con l’Iraq per poter scrivere in futuro robe che non leggi altrove”, s’infuria Dibba, “ma tu sei qui a giudicare in modo così superficiale”. È solo l’inizio. “Ringrazia i 5 Stelle, il più grande ufficio di collocamento del mondo”, graffia un altro. La risposta è piccata: “Vivi nella tua bolla, amico mio. Contento tu”. Finché qualcuno non gli domanda cosa aspetti a riprendere il ruolo di un tempo. “Grazie – è la replica che svela il piano segreto – . Appena finito di fare le mie ricerche (lo ripeto non sono pagato con denaro pubblico e devo come tutti portare avanti le mie attività) tornerò”

Alessandro Di Battista, La Repubblica

Le convergenze parallele cui il M5S si è prestato pur di restare al governo in questa legislatura segnalano la consapevolezza maturata in seno all’inner circle: questa è forse l’unica occasione vera per sfruttare al massimo il potere ottenuto convertendo il consenso elettorale. Del resto, mai come stavolta i conflitti d’interessi sono stati portati allo scoperto in modo quasi perentorio e ostentativo, come a ribadire quanto sia forte l’intenzione di porsi come sistema di lobbying puro, ben sapendo che il futuro ridimensionamento a livello nazionale del M5S non darà chance simili.

“Prima ho suonato un campanello d’allarme, poi le sirene e dopo ho gridato con tutto il fiato che avevo in gola – dice ora il consigliere comunale bolognese – fare questa lista era una scelta priva di senso. Non si è voluto guardare in faccia la realtà e ascoltare chi conosce bene questa terra. Gli Stati generali era un dovere farli prima di Waterloo. Fermarsi non voleva dire scappare, voleva dire usare il cervello e organizzarsi per ripartire”.

Max Bugani

Di Maio ha anche sostenuto “per me l’Italia è nel patto atlantico, nell’Unione europea, nell’euro. Ho fatto campagna elettorale dicendo queste cose e tutti, eletti e non eletti erano con me. Perché adesso mi accusano?”. E infine «Vito Crimi e il team del futuro ci porteranno fino agli Stati generali, dove discuteremo la nuova carta dei valori del Movimento. Discuteremo su progetti e temi. Discuteremo sul cosa. Subito dopo gli Stati generali passeremo al chi». In primavera, è facile ipotizzare che Di Maio tenterà di riprendersi tutto e forse Casaleggio proverà a costruire un’altra armatura di contenimento per il corpo slegato del M5S.

Bisogna chiedersi però se l’idea di un M5S “terza via”, in grado di macinare i consensi da ogni parte politica per influire attivamente su ogni governo, sia ancora condivisa dalla maggior parte dei capibastone. Quando Di Maio diceva «Il M5S sarà sempre l’ago della bilancia di ogni governo, saremo sempre in Parlamento, per noi è difficile tornare indietro», poneva una cesura fondamentale con quello che era stato il movimento originario di Grillo, aprendo una fase governista modellata ad hoc sullo statuto scritto da Luca Lanzalone, che gli garantiva il comando quasi assoluto assieme a Casaleggio.

Sin qui “terza via” ha significato più o meno destra sovranista e populismo digitale, mentre il governismo pragmatico di Conte spinge verso un moderato progressismo e alcune correnti interne del M5S, si pensi a Fioramonti e Fico, guardano verso il centro-sinistra. Come già detto in precedenza, troppe contraddizioni si sono accumulate e in primavera ci si aspetta che qualcosa succeda per davvero. La recente manifestazione contro i vitalizi tenutasi a Roma, con i bus di sostenitori pentastellati (che un po’ ricordano i famosi pacchetti turistico-politici di berlusconiana memoria), gli slogan giustizialisti e i membri del governo in auto blu, segna per l’ennesima volta un cortocircuito difficilmente sostenibile nel lungo periodo. Molto dipende dalla legge elettorale e dalla capacità di assorbimento del M5S all’interno del prossimo scenario politico.

“Mi fa ridere andare in piazza con i cartelli “no alleanze” mentre governiamo il Paese con altre quattro forze politiche”

Max Bugani

La crisi balneare del governo legastellato andava interpretata anche come risultato di un assetto politico europeo post elezioni, ovvero la nascita dell’asse Merkel-Von der Leyen, eletta presidente proprio con i voti di M5S e Pd. Come già detto, la polarizzazione verso l’asse sovranista si spiega in ambito internazionale guardando a fenomeni come il consolidamento di Trump e la Brexit di Boris Johnson. Arginare il fronte sovranista significa anche combattere l’alt-right, ma lasciando inalterato l’approccio neo-liberista in stile Blair-Clinton-Obama.

Il governo moderato di Conte rappresenta bene questa congiuntura e del resto il PD, nonostante la derenzizzazione, resta un partito che può imbarcare tranquillamente politici come Pierferdinando Casini e Beatrice Lorenzin (assetto delle tre destre). Sulla convergenza del settore privato e quello pubblico in ambito di governance (pubblica amministrazione, servizi, ecc.), Casaleggio potrebbe anche prima o poi accorgersi che le posizioni non sono poi così diverse. D’Alema è uno di quelli che lo ha capito da tempo e a questo punto bisogna solo vedere cosa accadrà con le nomine pesanti che attendono questo governo. Un nuovo lobbismo è alle porte? Molto probabilmente, sì.


Per concludere, due parole su Salvini, che sembra un po’ sottotone negli ultimi mesi. Dopo aver definito il ribaltone PD-M5S come “un complotto, in corso da tempo”, ricordando il Berlusconi del 2011, a Salvini è però mancato lo spazio per sviluppare questa narrazione. Le campagne elettorali non espressamente a carattere nazionale sono poco adatte a ciò; quando arriverà la prossima campagna elettorale nazionale, questo complottino all’interno della narrativa sovranista potrebbe apparire come minestra riscaldata. Le tensioni interne al centrodestra permangono e la leadership di Salvini, all’interno della stessa Lega, potrebbe essere messa in discussione.

Con l’ascesa piuttosto rapida della Meloni, la centralità del discorso politico a destra si sta spostando e la famosa Bestia di Morisi sta mostrando tutti i suoi limiti. Forse bisognerebbe chiedersi come mai per mesi e mesi si è fatta così tanta pubblicità a un team di comunicazione che aveva il vantaggio di poter sparare ad alzo zero su chiunque incrociasse la posizione di vantaggio di un vice-premier intento a fare campagna elettorale permanente, invece di governare. Eppure, in altri tempi sia il PD renziano che il M5S casaleggiano hanno saputo usare determinati strumenti di comunicazione in modi similari. E qui torniamo alla lungimiranza della strategia di sparizione di Conte, la più redditizia sin qui.

Facile riscuotere successo quando si è sulla cresta dell’onda, meno quando bisogna inseguire: del resto quando Di Maio lanciava la campagna elettorale sui “taxi del mare”, riscuotendo notevoli successi, la Bestia era ancora nella sua cuccia. Nello scorso anno si è posta tanta enfasi su un modo di fare comunicazione che non ha nulla di nuovo, nutrendosi degli avanzi delle grandi campagne americane, non ultima quella di Trump. Di questo parlerò nel post scriptum sulle Sardine, che sono l’altra faccia della medaglia in quest’era di popultainment (intrattenimento politico gamificato).