I punti della crisi

  • L’ascesa di Conte sembra irrefrenabile. Di Maio paga l’inesperienza. Questi sono alcuni dei refrain più gettonati degli ultimi giorni. Non è così: intanto Di Maio sta ancora trattando con il PD, sul programma, sulle poltrone, su tutto. Può farlo da una posizione di forza,da capo politico con le spalle sufficientemente coperte: nero su bianco, i regolamenti del M5S gli danno poteri quasi assoluti, ex aequo con Casaleggio. Motivo per il quale non deve stupire l’improvviso voltafaccia sull’accordo col PD. Fino alla fine, niente può essere considerato sicuro al 100%: «il Garante o il Capo Politico possono chiedere la ripetizione della consultazione, che in tal caso s’intenderà confermata solo qualora abbia partecipato alla votazione almeno la maggioranza assoluta degli iscritti ammessi al voto».
  • Salvini voleva i pieni poteri, questo è stato il motivo col quale ha scatenato la crisi; sappiamo che non è vero, ma come motivazione pubblica è decisamente spendibile, soprattutto in senso propagandistico. La figura di Conte per alcuni riesce a raccogliere attorno a sé il consenso dei parlamentari del MoVimento: anche questo non è del tutto vero, ma è ugualmente spendibile per rafforzare la figura di “avvocato del popolo”, ormai proiettata con forza sullo scenario politico. Di Maio, prima di aprire in maniera positiva al PD, ha ammesso che la Lega gli avrebbe concesso di essere il primo ministro. Uscita irrituale, che avrebbe dovuto insospettire il PD: i due forni sono restati sempre aperti e Di Maio preferisce tornare a sfornare con Salvini. Possibile che nel PD nessuno lo abbia capito?
  • Appena dopo l’ok di Mattarella al Conte Bis, sul blog di Grillo è apparso un post favorevole a ministri tecnici nel nuovo governo. Altra uscita decisamente irrituale: dopo anni di “uno vale uno”, demonizzazione della figura del “politico di professione”, di continua avversione verso le “competenze dei professoroni”, possibile che il M5S si trasformi in una sorta di Monti bis? Troppe incongruenze, eppure poche domande in tal senso.
  • «Chi tocca Di Maio tocca il M5S». La personalizzazione dello scontro in atto lascia intendere che, nonostante la delicatezza della situazione in senso politico e istituzionale, gli interessi di partito del M5S – quindi di Di Maio e Casaleggio su tutti – saranno preminenti fino alla fine: altro motivo per diffidare dell’accordo, che sembra sempre più un capestro, col PD.
  • Di Maio negli ultimi anni ha rotto il tabù delle alleanze, inventandosi il “contratto di governo” e finendo per portare Conte al posto dove lui voleva essere. La rinuncia a Palazzo Chigi è stata dolorosa la prima volta, figuriamoci una seconda: se Salvini ha davvero concesso a Di Maio di essere primo ministro in una riedizione del contratto legastellato, l’accordo col PD è potenzialmente carta straccia.
  • La sovradeterminazione della rete, l’eccessiva fiducia negli strumenti digitali: alla fine Salvini ha ricopiato alla grande i M5S, anche negli errori… ma adesso il marketing non basta più. Di Maio e Salvini, anche se su binari leggermente diversi, hanno continuato a fare campagna elettorale a spron battuto, come se fossero stati loro opposizione, mentre invece erano al governo. Questo è uno dei motivi per il quale la figura di Conte è riuscita a emergere positivamente; negli ultimi mesi, a fronte delle sparate dei due vicepremier, l’avvocato ha mantenuto un contegno più morigerato, diciamo istituzionale. Eppure, Conte ha di fatto sottoscritto e appoggiato tutto il peggio della politica legastellata, anche i porti chiusi.
  • Mara Carfagna ha affermato che “la destra sovranista ha fatto scelte di campo in totale rottura con quella liberale. Ha sdoganato odio, razzismo, antieuropeismo, scelte economiche assistenzialiste”. Il fatto che a destra si apra un dibattito sulla possibilità di portare avanti o meno una linea politica “sovranista”, la dice lunga sugli errori di Salvini. Il problema è che il consenso sovranista è destinato a crescere e nessuna destra liberale si vede all’orizzonte; il fatto, poi, che gli ex-berlusconiani tendano oggi a vendersi come “moderati”, è quasi surreale.