Un’estate italiana: crisi politica e popultainment

Scrivevo a giugno: un’estate fa, il goveno di noi due. L’incipit a distanza di pochi mesi si è rivelato decisamente azzeccato, vale la pena ripeterlo pari pari.

La formazione del governo legastellato è sembrato un grande atto di forza per un Luigi Di Maio alla prima esperienza seria in ambito istituzionale. A un anno di distanza, il bacio della morte di Salvini si rivela vincente, avendo in parte svuotato l’essenza del M5S, ormai balcanizzato e sin troppo legato agli interessi privati della Casaleggio Associati, piuttosto che a quelli del paese-nazione.

Ripartiamo dall’estate di Salvini, iniziata con lo scontro polarizzante con Carola Rackete, una vera fortuna per la sua macchina della propaganda, e proseguita col beach tour al Papeete, con tanto di polemiche sull’inno italiano suonato in console e i selfie sovranisti.

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La crisi di governo consumata sulla sabbia segna alcuni punti chiave del popultainment gialloverde. L’intrattenimento politico di stampo populista, gamificato attraverso l’interazione sui social network, continua a strutturarsi attraverso un immaginario nazional-popolare, non dissimile da quello berlusconiano. Sembra un po’ di vivere costantemente nei film trash che hanno accompagnato gli anni d’oro del berlusconismo e tutto sommato il messaggio politico è il medesimo: votatemi e io permetterò a voi tutti di vivere così.

Personificare il desiderio degli italiani oggi sembra molto più facile, rispetto a un ventennio fa. Il crudo realismo post crisi monetaria impone desideri minori: laddove Berlusconi prometteva ville, donne e coppe dei campioni, oggi Salvini si limita al lido sovranista, rigorosamente libero dai vucumprà, con dj set, drink e selfie. Abbastanza per l’italiano medio? Questo lo vedremo alle prossime elezioni, ma sembra evidente il trend in ascesa del salvinismo. Le inchieste sul Russiagate e la poca visione politica di Salvini stesso, che deve affidarsi al proprio inner circle e alla propaganda di Morisi per sperare nel meglio, sono le più evidenti spine nel fianco.

La crisi balneare di Salvini è figlia di un desiderio proibito: costringere Mattarella a rimpiazzare il governo legastellato con uno tecnico. Dopo un anno di alleanza, durante la quale i due partiti hanno pensato più alla propaganda elettorale continua che alla realpolitik, con una finanziaria alle porte difficile da affrontare e un probabile aumento dell’IVA, che significherebbe far incazzare gli italiani durante il periodo natalizio, nessuno ha veramente voglia di continuare a fingere un “contratto di governo”, che alla distanza si è rivelato essere un banalissimo inciucio politico per ottenere potere, poltrone e dicasteri.

Per capire il comportamento di Salvini bisogna guardare molto più all’Europa, che non all’Italia. L’ascesa dei sovranisti non c’è stata, quindi il parlamento europeo difficilmente avallerà le farloccate sovraniste; il Brexit resta sullo sfondo e i rapporti economici tra paesi non vedono certo l’Italia in una posizione favorita. Inoltre, il Russiagate può rivelarsi un temibile contrappeso mediatico in caso di campagna elettorale.

In caso di confronto elettorale, l’Italia diventerebbe un paese al centro delle attenzioni (e delle sperimentazioni), soprattutto per il ruolo di Facebook, del dark advertising (e quindi dei dark funds che lo finanziano) e di tutto quel calderone di alt-right che da anni prolifera nel vuoto di regolamentazione della propaganda digitale. Facebook è una società commerciale, nel corso degli anni ha sempre favorito gli assetti di potere, a partire da quello di Obama. il suo coinvolgimento con l’alt-right è stato determinante, ma potrebbe iniziare a cambiare, soprattutto dopo il lancio della criptomoneta Libra, che è al centro del mirino proprio del parlamento europeo.

La rappresentazione mediatica di Salvini è populista nel senso più puro del termine – difendo il mio popolo dall’Europa, dagli immigrati, dai professoroni, ecc. – e proprio per questo riesce a intercettare al meglio il risentimento, ma alla fine si scontra con la realtà delle cose. Inscenare, teatralizzare, trasformare il potere politico in uno spettacolo – continuo, interattivo, iperreale grazie ai social media – consente di canalizzare la rabbia verso i simulacri della politica – di nuovo, Europa, immigrati, lobbies, ecc. -, ma senza un valido progetto amministrativo e una solida visione del reale, tutto ciò è destinato a naufragare.

Nel momento in cui naufraga, cosa c’è di meglio di un governo tecnico per ricominciare il loop del popultainment? In questo senso, la partita vera si gioca con Mattarella. Ecco perché, a distanza di giorni, le posizioni di Salvini sulla crisi sono cambiate varie volte: le combinazioni in cui egli risulta vincente sono diverse, ognuna prevede anche un malus, ma è chiaro che non vuole andare veramente a nuove elezioni prima della prossima primavera.

Le elezioni anticipate sembrano uno spauracchio agitato a vanvera; a Salvini va benissimo un’allenza tra M5S e PD, che lo metterebbe in condizione di fare un’infuocata campagna elettorale per traghettare buona parte dei voti di destra dei pentastellati. Uno scenario per certi versi anche migliore del governo tecnico, nell’attesa della definitiva uscita di scena di Berlusconi (che comporterà un travaso politico, in parte già avvenuto pro Lega, anche verso un probabile partito personale di Renzi) e con la speranza di un sopimento degli scandali sui rubli (godendo, nel frattempo, dell’immunità parlamentare).

Un accordo M5S-PD potrebbe significare però una legge elettorale cucita su misura per arginare il centro-destra, ma allo stesso tempo rischierebbe di svuotare molto i consensi dei pentastellati, che, dopo un trasformismo del genere, pagherebbero sicuramente il conto ai propri elettori.

Prima di affrontare il nodo della crisi rispetto al M5S, vale la pena spendere poche parole sul PD e su Renzi. Come osserva Marco Damilano, i due Mattei sembrano uno solo. Entrambi figli ed eredi del berlusconismo, entrambi legati al culto e alla personificazione del partito, i due Matteo hanno eseguito la transizione dei rispettivi partiti: Salvini recuperando i cocci di Bossi, Renzi prendendo un monolite e trasformandolo in una struttura leggera e post-berlusconiana, traghettando a destra uno degli ultimi grandi partiti social-democratici in Europa.

Questa crisi offre a Renzi una doppia occasione: rottamare definitivamente il PD, che da un’alleanza col M5S finirebbe quasi sicuramente schiantato, e mettere sul piatto di quella stessa alleanza una serie di condizioni utili a recuperare buona parte di quanto andato perso con il referendum costituzionale che lo aveva visto uscire di scena. La truppa renziana in parlamento è forte e un accordo coi grillini, che restano sempre il primo partito delle elezioni 2018, potrebbe dare ampi margini di movimento. Del resto, la visione renziana non è per niente incompatibile con quella di Casaleggio, soprattutto per quanto riguarda la disintermediazione e l’ingresso dei privati nei processi di governance.

Il rapporto tra Zingaretti e Renzi si articola in una curiosa pantomima: intenti a rianimare il M5S, i due in realtà stanno consumando una sorta di scontro finale all’interno del PD, alla fine del quale probabilmente si resterà col cerino in mano, dopo aver offerto sponda a Di Maio, che nel frattempo si sarà riaccordato con Salvini.

La trattativa PD-M5S offre uno spunto per ragionare sul ruolo di Davide Casaleggio: è stato lui, infatti, a chiamare direttamente Zingaretti per avviarla, e sempre lui l’ha di fatto affossata nei giorni successivi. Il PD è un partito di professionisti ed è lecito supporre che qualcuno al suo interno abbia ragionato su alcuni passaggi fondamentali:

  • Casaleggio vuole il placet sul suo personale conflitto d’interessi, soprattutto garanzie sull’Agcom, da sempre nel mirino dell’inner circle pentastellato.
  • lasciare Di Maio al suo posto, o magari dargli ancora più potere: per Casaleggio è fondamentale che il risultato elettorale del 2018 sia capitalizzato al massimo, in quanto è difficile ipotizzare in futuro un M5S su livelli simili. Avere un’ampia fetta di senatori e parlamentari, che in futuro diminuiranno anche per il taglio previsto, significa maggiori introiti per l’azienda; dare a Di Maio il maggior spazio possibile è il giusto compenso per chi sta gestendo al meglio gli interessi del partito-azienda
  • aprire il campo con la strategia dei due forni, come già visto durante la faticosa gestazione che ha portato al contratto di governo legastellato, è stata una mossa tattica utile a dare uno spazio e un posizionamento favorevole al M5S, non certo al PD

Il PD si sta muovendo in modo sgraziato: servirebbe lo scossone definitivo per provocare la scissione tra il partito personale di Renzi e i cocci restanti. Questo processo, ritardato anche troppo, è necessario per far crollare la finta polarizzazione tra Lega e M5S: tolto di mezzo il PD, che nella narrativa legastellata è la causa di ogni male passato, presente e futuro, lo scenario potrebbe evolvere e riequilibrarsi.

La questione M5S è chiaramente la più intricata. Se la Lega è un partito monolitico che segue Salvini e la sua leadership e il PD è un partito divorato da correnti e personalismi, invece la creatura di Grillo e Casaleggio vive in questa fase la sua definitiva essenza post-partitica. L’organizzazione in post-partito significa soprattutto centralizzazione e controllo dei canali comunicativi-organizzativi, attraverso la struttura privata di marketing e comunicazione che fa capo a Casaleggio, unitamente a una galassia di influencer – Di Battista su tutti – che sulla scia dell’influencer 0 – Beppe Grillo – portano avanti una strategia editoriale multimediamix – dalla carta stampata ai social media – e soprattutto una galassia politica composta, non solo, da semplici pedine parlamentari, ma da ministri e personaggi di spicco nel governo.

L’analisi di questo specifico scenario già contiene una risposta fondamentale al quesito: perché la posizione sulla crisi del M5S è così ondivaga? O meglio, da un lato influencer o politici di rango, come Di Battista e Paragone, tifano per un ritorno all’alleanza con Salvini, dall’altro politici di retrovia come Patuanelli e Gallo spingono per un accordo col PD. Il M5S necessita sempre di un doppio posizionamento, è nella sua natura di partito pigliatutto.

Facciamo un recap, partendo da Grillo. Il comico-non politico ha diviso ormai da tempo il suo percorso con Casaleggio, come anticipavo qui. Grillo non riveste ruoli istituzionali, resta formalmente il “garante” del M5S e questo, se da un lato lo mette al riparo dalle cause degli ex-attivisti, lo espone in ogni caso alle contestazioni. Nei suoi ultimi spettacoli-comizi ormai si è ampiamente vista una scollatura, soprattutto da parte dei simpatizzanti della prima ora e da quella vasta porzione di pubblico cresciuta a pane e complotti: no vax, signoraggio bancario, scie chimiche, ecc. Senza poi dimenticare le grane No Tap, No Ilva, No Triv, No Tav, Xylella: tutte situazioni politiche nate dal basso, territoriali e specifiche, ma rivolte alla figura nazionale del M5S nella sua complessità. Tutte battaglie che il post-partito ha dapprima cannibalizzato, per ottenere consenso, poi abiurato una volta raggiunto i palazzi di governo. Buona parte di questo scontento viene, a volte anche ingiustamente, risucchiato da Grillo, che per anni ha sbraitato su tutto e tutti e ora sembra impotente, nonostante il M5S sia al massimo storico.

La riorganizzazione del M5S avvenuta a cavallo del 2017-18 ha sancito una spartizione di potere – Di Maio capo politico, Casaleggio erede dell’assetto organizzativo e gestore di Rousseau – e ha consentito a Grillo di evitare le beghe come l’indagine del Garante della privacy per l’utilizzo dei dati personali e le cause con gli attivisti cacciati e inibiti all’uso del simbolo. Lo scontento della fanbase è invece incontrollabile e in questo senso forse Grillo sta pagando un prezzo molto alto.

La carica simbolica di Grillo è chiaramente apparsa in questa crisi: radunare lo stato maggiore pentastellato nella sua villa è stata la prima risposta data a Salvini. Il comico-garante, il figlio del cofondatore del M5S, poi Di Maio, Fico, Taverna, Di Battista, i capigruppo, tutti insieme appassionatamente a Marina di Bibbona: un luogo consono a una crisi di governo balneare .

Il messaggio, poi amplificato sul blog del comico, è stato sin da subito molto chiaro: “Salvini è interlocutore non più credibile e inaffidabile”. Il leader del Carroccio a quel punto li ha accusati di voler andare con Renzi e Di Maio ha ribattuto “Un governo c’era, era forte e quel qualcuno l’ha buttato giù per rincorrere i sondaggi”. Sembrava finita, il M5S sembrava tornato compatto e con una linea politica solida, non più il partito ridimensionato dalle ultime elezioni europee e sull’orlo della guerra interna tra bande. Bisogna però tenere a mente le ultime parole di Salvini in risposta a questo ultimatum: ” Ascolterò Conte senza pregiudizi. Mio telefono è sempre acceso”.

In poche parole, la linea M5S-PD è stata affidata a Grillo, in modo da riportare in auge l’idea secondo cui nel M5S ci sarebbe una corrente “di sinistra” facente capo a Fico e altri, che vorrebbero riportare il movimento alle origini, insieme al capocomico. Tutto molto suggestivo e soprattutto utile a dare un’immagine multiforme per acchiappare elettori a destra e a manca, ma assolutamente incompatibile con quella che è, di fatto, l’organizzazione di potere all’interno del M5S.

Infatti, Zingaretti riceve una chiamata direttamente da Davide Casaleggio, per aprire la famosa trattativa “giallorossa”, non da Grillo, Di Maio, Fico, o chi altro.

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Dopo aver ufficialmente aperto al PD, Casaleggio fa tutt’altro, tipo far sapere all’inner circle che in realtà l’accordo non si deve fare, come svelato da un sms pubblicato da Dagospia e Il Foglio. Max Bugani, fedelissimo pretoriano del partito azienda, si dimette e fa sapere anche lui che l’accordo col PD non si deve fare. Mentre lo stato maggiore del PD si affanna a trovare una quadra, Di Maio va al mare con la fidanzata e nessuna votazione su Rousseau viene indetta.

I due forni a oggi sembrano serviti più che altro a ottenere ancora una volta un vantaggio strategico, ma ancora non è chiaro chi sarà il vincente di questa partita. Andiamo con ordine, per tirare le somme:

  • Salvini ha aperto la crisi perché voleva un governo tecnico che sgravasse quello gialloverde da un autunno caldo in cui affrontare la recessione economica, un possibile aumento dell’IVA e più in generale una difficile congiuntura politico-economica di livello europeo e globale allo stesso tempo. Per Salvini sia il governo tecnico che un’alleanza M5S-PD significano aumento del consenso e soprattutto aumento della polarizzazione popolo vs. elite, di cui egli è al momento il miglior interprete, rispetto a un M5S che dopo l’esperienza di governo sembra essere svuotato dal suo originario impegno anticasta. Un articolo illuminante su questo scenario lo ha scritto Mario Giordano: “il popolo puzza, proprio come quelli che stanno lì in fila sulla spiaggia, aspettando di farsi un selfie con Salvini. Il popolo ha le ascelle pezzate e l’alito pesante. Il popolo, soprattutto, non conosce gli austeri scritti di Sabino Cassese, non si esprime nelle forme gradite a Paolo Mieli, magari osa andare a votare senza prima aver compulsato l’ultimo editoriale di Repubblica. E per questo può essere degradato a «popolino», come ha scritto Eugenio Scalfari, o descritto come congrega di villani analfabeti. Niente di nuovo. È già successo con la Brexit. È già successo con Trump. Quando il popolo non si adegua alla volontà della gente che conta, fa schifo.” Ricordate quelli che 10 anni fa credevano a ogni sciocchezza letta sul blog di Grillo, gli stessi che oggi vanno a contestarlo perché non parla più di signoraggio, scie chimiche, no euro, ecc. Buona parte di questi voti andranno alla Lega, Salvini lo sa benissimo. Inoltre, la sinistra italiana è da alcuni decenni che ha deciso di non volersi più accollare il “popolino”, andandosi a rifugiare nelle elite medio-borghesi. La destra italiana avrà gioco facile per i prossimi anni, c’è poco da fare.
  • Renzi è riuscito a tornare al centro dello scenario, ha il controllo di buona parte del PD dall’interno e può decidere come e quando farlo crollare, ha indebolito ulteriormente Zingaretti ed è molto probabile che alla fine di un’eventuale governo giallorosso, non resterebbe altro che la definitiva scissione. Renzi può permettersi di giocare su più tavoli, essere allo stesso tempo fautore e distruttore di un’alleanza, secondo il proprio interesse, per andare a elezioni e scontrarsi con l’altro Matteo, Salvini. Magari perdendo, ma potendo contare su un nuovo assetto politico, libero dal logoro brand PD, post-ideologico e leggero in stile M5S, personalizzato, elitario e composto da professionisti della politica come fu Forza Italia, in definitiva non di destra, non di sinistra.
  • Di Maio qualche mese fa annunciava che “il mandato Zero è un mandato, il primo, che non si conta nella regola dei due mandati”. L’uso della supercazzola in politica è un classico, ma il livello di parossismo raggiunto dal M5S per aggirare le regole, da esso stesso imposte in tempi che paiono oggi remoti, politicamente parlando, è qualcosa di mai visto. La politica dei “due forni”, il mercanteggiare su nomine e poltrone, l’occhio lungo su tempi e mandati: il potere dei palazzi romani che non dà scampo a nessuno, scorre vivo nelle vene dei pentastellati: un processo di trasformazione che ricorda quello della Lega Nord di Bossi. Mentre Di Maio pensava a come ricandidarsi, alle correnti interne stravolte dalla batosta alle elezioni europee e alla complicata convivenza con il suo futuro sostituto, Di Battista, è arrivata la crisi balneare. Una svolta straordinaria per un partito che dopo un anno di allenza con la Lega aveva iniziato a perdere sostegno, a essere costantemente cannibalizzato e umiliato da Salvini. Con la crisi il potere è tornato in un qualche modo al M5S, primo partito alle scorse elezioni. Di Maio ha sin qui tentato in ogni modo di alzare la posta, perché in fondo sa benissimo che questa è l’unica occasione che ha per diventare capo di governo. Ecco perché alla fine la trattativa col PD salterà, quasi sicuramente, per riattivare quella con Salvini.

Fantascienza politica? Può essere, ma questo scenario andrebbe bene un po’ a tutti i contendenti in gioco. Salvini tornerebbe ridimensionato, potendo però soffiare sul fuoco della propaganda: con una forte recessione e l’aumento dell’IVA alle porte, la responsabilità ricadrebbe maggiormente su Di Maio, specialmente se a capo del governo. Renzi allo stesso modo potrebbe continuare sullo sfondo i suoi giochi di divisione del PD, per formare la propria creatura e sganciarsi in modo definitivo, solo al momento giusto. Casaleggio continuerebbe a sfruttare la base degli eletti per raccogliere fondi, con la sicurezza di non vedere normato il proprio conflitto di interessi e con la speranza di arrivare al 2020 per sancire il proprio ingresso in campi come formazione digitale, blockchain, ecc., forte di un accesso privilegiato.

Difficile però credere che Mattarella permetterà un lungo stallo, come accaduto l’estate scorsa; certo, potrebbe aprire a un governo tecnico o di transizione, se Salvini e Di Maio non dovessero effettivamente ripetere l’alleanza legastellata, stavolta senza Conte e magari con l’entrata della Meloni. L’ipotesi più remota è il concretizzarsi dell’accordo giallorosso, magari con la speranza di tenere fuorigioco Salvini per qualche tempo.

Questa crisi di mezz’estate, oltre a questi interrogativi che dovrebbero essere risolti nei prossimi (si spera) giorni, lascia alcuni punti fermi di cui tenere conto nei prossimi anni:

  1. Facebook e i maggiori social network, sono diventati la terza camera politica e questo insieme può essere assimilato agli altri media mainstream. I telegiornali aprono citando “il ministro in diretta facebook”, “ha risposto dal suo account instagram”, “le chat roventi di whatsapp”, ecc. Sembra ipotizzabile che il ruolo di Facebook, dopo i troppi scandali degli ultimi anni, cambierà, soprattutto in sede di campagna elettorale. Inoltre, avanza l’età media degli user e col moltiplicarsi dei canali social e l’aumento di consapevolezza delle giovani generazioni, probabilmente la falsa idea di “internet commerciale = informazione libera/alternativa” diverrà sempre meno sostenibile.
  2. Il primo punto introduce il secondo: lo sdoganamento e l’ascesa dell’alt-right (cui Facebook ha contribuito in maniera decisiva) sono ormai fenomeni stabili, storicizzabili e per questo comprensibili, arginabili. Il discorso è troppo lungo e complesso per essere affrontato in un punto di sintesi, la problematica maggiore rispetto all’Italia è dover guardare contemporaneamente al salvinismo (sovranismo + alt-right) e ai pentastellati (alt-right in salsa utopico-digitale).
  3. Il conflitto di interessi di Casaleggio è molto pericoloso per il nostro sistema-paese. Il M5S è nato contrapposto ai partiti tradizionali, alle grandi aziende e alle lobby di potere, contro i media tradizionali, contro il Parlamento. Oggi è un’organizzazione post-partitica che riprende buona parte delle prassi dei vecchi partiti, sovragestito da un’azienda che agisce come una lobby di potere, gestendo diversi media e una piattaforma digitale che risponde anche all’attività parlamentare. Tutto ciò è insostenibile e può accadere solo grazie alla soglia d’indifferenza che da anni narcotizza il senso comune degli italiani.
  4. Questa legislatura dovrebbe effettivamente chiudere l’ultimo ventennio politico, lasciando in eredità una sorta di post-berlusconismo, senza più Berlusconi stesso, ma replicato nella sua essenza in vari leader minori: Renzi, Salvini, Di Maio. La P2, a confronto, sembra Disneyland.