La morte dei miracoli: psychoGrillo, Di Maio e il televoto per l’Europa

Facciamo un recap di questi ultimi mesi. Lo scenario non è troppo complesso: Salvini avanza a passi decisi, il suo impegno nel contratto di governo gli consente di giocare su tavoli facili (panico sicuritario, xenofobia, razzismo, nazionalismo), dove può massimizzare il risultato con pochissimo impegno. In retrovia, l’ossatura della Lega (ex Nord), il partito più anziano tra quelli attuali, gli consente di dormire sonni tranquilli; tutti sanno cosa fare, anche in caso di crisi giudiziaria, e gli scossoni vengono ammortizzati con la coesione e l’organizzazione interna.

Con la fase calante di Berlusconi e l’ascesa della Meloni, nasce un assetto politico a geometria variabile in cui la Lega è il perno centrale di un nuovo centrodestra, anche se il facile consenso di Salvini rischia di fare la fine di un altro Matteo: Renzi.

Il M5S è invece meno compatto: Casaleggio corre la sua personale maratona, una gara rischiosa per il logoramento che impone, ma che può garantirgli stabilità futura e radicamento nel settore digitale in forte espansione. Le lunghe mani e gli interessi (aziendali) su blockchain, voto elettronico ed economia digitale, sono l’unica vera partita aperta in tal senso.

Con queste elezioni europee Di Maio e la sua compagine di governo subiscono uno stress molto intenso e le annunciate misure chiave (reddito di cittadinanza, quota 100) rischiano di restare nell’ombra, anche qui ricordando la fugace parabola renziana. Da un lato, queste iniziative dovrebbero garantire un serbatoio elettorale notevole, soprattuto al sud Italia, dove il movimento si muove un po’ come la Democrazia Cristiana di un tempo, ma dall’altro rischiano concretamente di scomparire, o quantomeno essere depotenziate, col passare del tempo, con le eventuali clausole di salvaguardia IVA, o con la recessione che di fatto già c’è. Una spada di Damocle che pesa in ugual modo su Di Maio e Salvini, soprattutto perché non c’è stata la tanto paventata ascesa dell’internazionale sovranista in Europa, con buona pace di Bannon e dell’alt-right cacio e pepe nostrana, che raccoglie miseri zerovirgola.

In un certo senso l’alt-right è qualcosa che aveva già concepito Berlusconi nei primi anni duemila, dando spazio nella sua coalizione ai partitini di destra estrema e permettendo loro di colonizzare buona parte dell’egemonia discorsiva e delle pratiche simboliche di piazza e di aggregazione del centrodestra. Salvini ha fatto qualcosa del genere implementando nella sua macchina del consenso la gran parte dei tormentoni nazional-populisti e xenofobi nostrani, ma la frenata europea del sovranismo significa che adesso dovrà fare i conti in casa con le promesse fatte, con gli slogan lanciati, con il livore e la rabbia tanto amabilmente coltivati: non sarà facile.

Il bivio di Salvini è questo: continuare finché dura col M5S, sperando che questi faccia saltare il governo, in modo da addossargli tutta la colpa e andare poi a vincere le elezioni e governare col nuovo centrodestra, oppure far saltare lui i giochi, capitalizzando il prima possibile il consenso elettorale, col rischio però di ritrovarsi lui stesso semi azzoppato da uno scenario politico troppo compresso, senza vincitori e vinti. Sullo sfondo, clausole di salvaguardia dell’Iva, sforamento dei vincoli di bilancio, governo tecnico in autunno?

La batosta elettorale europea invece significa per Di Maio il dover provare a tenere serrate le fila, tacere i malumori interni, affrontare i molti grattacapi nell’inner circle pentastellato. Forse questa è la prima vera maturità politica per Di Maio, che ora dovrà affrontare le correnti interne, Nugnes, Fattori, Fico, e quelle esterne, imprenditori, Europa, paese reale. Dopo queste elezioni europee, dietro le quinte probabilmente sorride sornione Alessandro Di Battista.

Grillo nel frattempo ha giocato una partita tutta sua, ha riconquistato, floppando, la televisione grazie a Freccero, ha cercato di blastare dal suo blog per far dimenticare il patto pro-scienza con Burioni e Renzi, che gli è anche costata la contestazione dei NoVax a Milano. Cercare di occultare la sempre più netta percezione che il M5S sia già la nuova K4$Ta!! è una missione impossibile e l’idea di cavalcare i terrapiattisti la dice lunga sulla lucidità del Grillo Parlante.

Durante queste elezioni europee si è vista una militarizzazione di ogni spazio comunicativo come nemmeno ai tempi del berlusconismo. L’apparente polarizzazione tra Lega e M5S ha garantito alla compagine di governo di occupare uno spazio molto ampio, ma l’idea dei pentastellati di recuperare consenso a sinistra ha di fatto consentito a Salvini di mietere facile consenso nella zona grigia: queste elezioni segnano un ritorno alle ideologie, altro che il seppellimento di destra e sinistra come categorie politiche superate.

Le regionali in Abruzzo del resto aveva già evidenziato una tendenza prevista e annunciata da tempo: M5S in basso, Lega in alto, un qualcosa che si muove a sinistra di un PD in affanno ma stabile. Adesso i rapporti di forza all’interno del governo sono di fatto ridimensionati, ma l’incertezza regnerà sovrana per tutta l’estate, molto probabilmente. La tendenza del PD a strombazzare la propria rinascita, è come vedere un albero con le radici morte che a primavera produce qualche timida fogliolina: finché non verrà chiesto il conto ai renziani e si chiuderanno i conti con il partito personale e coi capibastone, il PD sarà il più grande ostacolo per una rinascita della sinistra in Italia.

Intanto, la figura di Conte è divenuta ormai abbastanza indipendente per fare da parafulmine e non è da escludere che proprio lui possa fungere da terminale per una rimoderazione del governo, facendo soprattutto da cuscinetto con Mattarella e con l’Europa. Le figure di mediazione saranno centrali, di qui in poi, soprattutto vista l’insipienza politica di molti esponenti di questo governo.

Nonostante tutti i grandi proclami già infrantisi sotto la scure della realtà economica (le manovre si fanno dovendo quadrare i conti, senza fuffa e senza immaginari di propaganda) e una manovra scritta praticamente sotto dettatura europea, non c’erano state sin qui grandi crepe nella narrativa del governo, anche grazie al vistoso fumo negli occhi prodotto dalla campagna anti-migranti e dal reddito di cittadinanza. Dopo queste elezioni europee qualcuno potrebbe iniziare a chiedere il conto, e senza il fronte sovranista antieuropeo a spalleggiarli, Salvini e Di Maio balleranno più di Conte. Gli unici perdenti, in questo scenario, sono gli italiani.

Una manovra correttiva potrebbe anche rientrare nello storytelling sovranista legastellato: siamo costretti a farla perché non vogliono lasciarci liberi di fare quello che vogliamo. Una narrazione del genere non sarebbe certo disprezzabile e funzionerebbe sicuramente, ma il problema è il medio-lungo periodo.

Nei contratti c’è spesso qualcosa di nascosto e il contratto del #governodelcambiamento non fa eccezione. La manovra si è dovuta adeguare ai canoni e ai vincoli dettati da Bruxelles, alle clausole di salvaguardia sull’IVA, alla solita sovragestione economica cui anche i precedenti governi hanno dovuto sottostare per via dei limiti politici ed economici dell’Italia. Queste elezioni europee sanciscono ancora di più questo dislivello politico.

Lo scenario politico è mutevole, magmatico e, Renzi docet, tutto può cambiare in un amen. Mentre Salvini combatte i migranti e fa il cosplay della polizia, mentre Di Maio elargisce reddito di cittadinanza e radica il suo partito specialmente al sud, qualcuno in cabina di regia starà pensando a come raccogliere i cocci.

La politica italiana da questo punto di vista evidenzia una fase puberale, adolescenziale. Sembra che l’unico interesse possibile sia vivere il momento, esibire forza muscolare, gridare da un balcone, esibirsi in selfie e dirette facebook. A nessuno sembra interessare lo scenario geopolitico globale, l’economia e i rapporti internazionali, nessuno vuole una visione del futuro, a eccezione di quanto passa la propaganda. Si surfa l’onda emozionale, senza alcuna remora, senza incamerare alcuna esperienza concreta. Qualcosa di simile si era già visto con Berlusconi e soprattutto con l’ultimo Renzi.

Anche Di Maio dopo queste elezioni europee sa che rischia di seguire le orme di Renzi: entrambi si sono spostati a destra per governare, trovandosi poi con parte dell’elettorato liquido a defluire dal proprio partito verso la destra vera. Nel 2013 gli stellati prendevano il 25% alle elezioni nazionali e poi nel 2014 il 21% alle europee: 3 milioni di voti persi per strada, prima di arrivare al 32% alle ultime nazionali. Posto che questo sia il loro massimo raggiungibile, è lecito aspettarsi almeno altri due cicli importanti, superiori al 20%, abbastanza per influire nei futuri governi.

L’Italia è un paese pieno di anziani e di debito pubblico, motivo per il quale chi verrà dopo i gialloverdi si ritroverà coi soliti problemi: come abbassare il debito, come rimodulare la pressione fiscale, come aumentare il tasso di natalità, come rinforzare le infrastrutture e il welfare. Insomma, governare davvero. Perché alla fine, dopo aver lasciato casa a un branco di adolescenti in calore, c’è sempre bisogno di qualcuno per rimettere in ordine: ecco perché dopo Salvini e Di Maio, lo spettro di Draghi può sembrare più di una fragile visione.