Non è la RAI e nemmeno 1984 di Orwell, è Grillodrome

Agosto 2018 è iniziato con il balletto politico sulla possibile nomina di Marcello Foa alla presidenza della RAI, un nome che sintetizza al meglio il pastiche rossobrunista e complottista che fa da collante all’ideologia legastellata.

Queste vacanze avrebbero potuto essere tutto sommato tranquille una volta sciolto il nodo RAI, sul quale probabilmente Berlusconi ancora influisce con un certo peso. Foa o non Foa poco sarebbe cambiato: questo è il governo dei social media manager, dei Casalino e dello staff di Casaleggio, dello stesso figlio di Foa nello staff di Salvini: ormai si ragiona solo per strategie di marketing virale.

Tutto quanto accade viene filtrato e assemblato sotto forma di comunicazione e propaganda digitale, dalle proposte di legge ai proclami ideologici, ogni singola posizione e ogni uscita,  tutto è strutturato come social posting:  dirette Facebook, foto su Instagram, tweet e repost, tutto poi sapientemente ripreso da rotocalchi e tv.

Foa e suo figlio sono semplicemente lo specchio dell’egemonia comunicativa di oggi, che per funzionare deve comprendere vecchi e nuovi media, opportunamente settati attraverso una logica di accordatura e rimodulazione. Lo staff di Casaleggio che passa in blocco a Roma per dirigere il governo (in politica chi fa la comunicazione è praticamente il Governo stesso) è solo un segno dei tempi.

Poi però succede che nel bel mezzo del più classico dei periodi di pax politica, Ferragosto, crolla un ponte a Genova. Salvini quasi non rilancia, troppo occupato a prendersela coi clandestini, Di Maio subito cala la bufala,  mentre in rete qualcuno inizia a ricordare la narrazione grillina del “Ci viene poi raccontata, a turno, la favoletta dell’imminente crollo del Ponte Morandi”.

Questo uno dei  link ufficiali, mentre un l’altro è stato prontamente occultato dopo la tragedia, ma resta consultabile qui. 

YouTube poi ci regala il pezzo forte, ovvero il comico genovese pronto a cavalcare ogni tema sociale sul quale lucrare facile consenso, come in passato il NoTav. Quando la realtà presenta il conto si fa presto a smentire. A gennaio 2018, Di Maio dichiarava candidamente che non bisognava finanziare il Gronda, come testimonia l’Ansa.

10 bufale sul crollo

Una crisi richiede provvedimenti urgenti, polso fermo, coesione istituzionale. Ma nel governo dei social media è molto più facile e redditizio cavalcare lo stato di eccezione, richiamarsi al giustizialismo tout court e alla delega populista. Il cancellamento de facto dello stato di diritto a favore di uno spettacolo continuo di rivolgimento si risolve in un tipico addossare la colpa  ai governi precedenti.

La tragedia devastante di Genova ha prodotto un bagno di realtà inaspettato, proprio quando la politica si aspettava i cittadini  mollo nel mare d’agosto, a pensare ad altro. Con la realtà che si è messa di traverso per rovinare il disegno di marketing del cambiamento, i vari social media manager di regime hanno benpensato di trovare subito il nemico da sacrificare in un’autodafè digitale.

Quel  “non possiamo aspettare la giustizia” pronunciato da Conte dimostra che non c’è alcuna visione strategica in questo governo, che è pronto a surfare le onde emozionali come un Damiano Er Faina o una Chiara Ferragni qualsiasi, anche a costo di calpestare lo “stato di diritto” e la separazione dei poteri.

“Via a revoca della concessione ad Autostrade. Non possiamo aspettare i tempi della Giustizia”

Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio e professore di diritto (?)

Il futuro e la sicurezza di milioni di viaggiatori su gomma che si spostano per l’Italia: questo è un tema di interesse nazionale, quindi obiettivo di governo, dovere da perseguire per ogni politico eletto. I like e le condivisioni, la distruzione della reputazione delle aziende che non si chiamano Casaleggio Associati, il fuoco alzo zero contro i nemici della patria, queste sembrano invece le priorità del governo legastellato.

Non che il precedente governo Renzi abbia fatto di meglio, per carità, ma qui siamo di fronte a qualcosa di diverso.

Userò una metafora familiare per spiegarlo. Immaginate di stare comodamente seduti a cena, il nonno si alza e inciampa in una mattonella che si è sollevata dal resto del pavimento, cade per terra e si fa male. Mentre qualcuno inizia a inveire contro il piastrellista, sostenendo che bisognerebbe subito trovarlo per vendicarsi malamente, la mamma urla che la colpa è della domestica rumena, si sa che gli stranieri sono diversi da noi; il fratello piccolo si scaglia contro la ditta che produce le piastrelle e inizia a farne shitposting sui social, vostro padre invece cerca qualcuno di voi cui imputare la scelta di quel determinato pavimento.

Nel frattempo, il nonno è per terra, col femore mezzo rotto e una costola incrinata, nessuno ascolta i suoi lamenti, nessuno lo aiuta, anzi a un certo punto arriva il cane e gliela fa addosso. Il quotidiano The Independent lo ha detto in altri termini, ma la sostanza è questa.

Il SalviMaio si sta comportando così con la faccenda di Genova e probabilmente dopo i roboanti proclami fatti contro la società autostradale per revocare le concessioni, nulla accadrà, mentre il rossobruno dei due continenti, Di Battista, invoca l’autarchia: nazionalizziamo tutto.

Non è la Rai perché non c’è Ambra che se la prende coi comunisti mentre Boncompagni detta in auricolare, non è 1984 perché le tracce dalla rete sulla posizione No Gronda non possono (per ora) farle sparire del tutto, è Grillodrome perché siamo diventati il paese dove Facebook è come la televisione di 40 anni fa prima dell’omicidio Moro, tutti ci credono e basta la parola del comico-politico-capitano di fiducia per sentirsi al sicuro, nelle nostre tiepide case, e chi se ne frega se ogni tanto il nonno rompe i coglioni.