Disneyland Pt. II


Roberto Ciccarelli ha recentemente pubblicato un libro da titolo Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale. Un passaggio di enorme significato è il seguente, nel quale l’autore sottolinea come la maggior parte di noi ignori di essere un lavoratore digitale non retribuito.

«Instagram ha milioni di utenti che lavorano gratis postando foto grazie agli smartphone. Oggi non si può parlare seriamente di lavoratori senza parlare di utenti e consumatori che lavorano per una piattaforma e producono il suo valore. È una differenza fondamentale da capire. Il punto da dove partire è questo: ciascuno di noi è una forza lavoro. Produce gratis un valore attraverso le piattaforme. Questa attività va pagata anche se non rientra in un rapporto di lavoro».

Nemmeno un mese fa, Beppe Grillo ha scritto sul suo blog: “Speriamo che scompaia questo dogma del lavoro. Poincaré, uno dei più grandi scienziati al mondo, lavorava 3 ore al giorno, come Darwin. Dobbiamo lavorare di meno non di più. Ma noi mettiamo ancora al centro il lavoro”.

Linko qui l’estratto, in modo che possiate evitare di lavorare gratis per Grillo, cliccando sul suo sito. In realtà, in questo intervento il comico non sta parlando del lavoro in senso assoluto, tantomeno del problema della disoccupazione, ma sta anticipando cosa farà, o quantomeno cosa sta tentando di fare, l’inner circle Di Maio-Casaleggio, ora al governo con Salvini.

Nella retorica di Grillo si assiste spesso a questo stratagemma: parlare di argomenti condivisibili e di facile presa, mescolando ovvietà e senso comune: prima sedurre il lettore/spettatore, poi veicolare il messaggio sotteso. Prendiamo  la frase “nasci con un reddito, nasci con una cittadinanza digitale, nasci con una mail, nasci con l’energia necessaria per vivere, ti devo dare l’ingresso alla conoscenza, quindi un po’ di internet deve essere gratis per tutti“.

Praticamente un’anticipazione di quanto sostenuto di recente da Di Maio, la mezzora gratis di internet per i poveri. Torniamo a Grillo, quello che veramente conta però è qui: “I nuovi sistemi della Pa dovranno essere come il sistema operativo di Rousseau, che è una cosa così straordinaria. Ed è difficile da far capire, perché è un sistema completamente rovesciato rispetto a quello che noi abbiamo sempre pensato sulla politica e la democrazia. Una persona ha uno strumento facilissimo con cui può fare un referendum alla settimana”.


Grillo continua a fare il megafono, anche in modo a volte grottesco, come testimonia il video-farsa sulle buche a Roma , (interpretandolo come già fatto in precedenza, il messaggio è in realtà “selezioniamo le persone a sorte e le mettiamo in parlamento”, con tanto di bufala sulla democrazia ateniese).

Di Maio è costretto a governare,  e come ben sa anche il comico, non potrà fare altro che portare avanti un disegno eterodiretto, oppure, per meglio dire, fungere da rappresentante di una sovragestione. Sui temi dannatamente seri è chiaro che Di Maio al momento non può avere risposte, inoltre sta andando a ruota di Salvini, inseguendolo sul piano della comunicazione. Spesso quando arriva il suo turno rischia di combinare pasticci, come nel caso dell’Ilva, sul quale si è anche contraddetto con Grillo.

“Mi si chiede di risolvere in 15 giorni questione rinviata per 6 anni. Non abbiamo superpoteri”

Altro esempio, la questione RAI, dove ugualmente Di Maio è sembrato in disaccordo con Grillo, anche qui sprecando malamente il suo turno di battuta con una puerile dichiarazione sulla necessità di fare una sorta di Netflix all’italiana. Banalizzazioni che annacquano quanto di buono c’è a volte in altre prese di posizione, come quella sulle leggi sul copyright in Internet, attualmente in discussione presso il Parlamento Europeo.

Altre questioni spinose sono il ruolo di Roberto Fico, relegato in un ruolo istituzionale che non gli permette di prendere, ufficialmente, le redini dell’ala sinistra del M5S, che rappresenta probabilmente ancora oggi un terzo dei suoi elettori, e quello di Vincenzo Spadafora, sotto attacco reputazionale e forse destinato in extremis a competere per la regione Campania, se dovesse essere confermato il siluramento di Valeria Ciarambino.

Fico ha dichiarato che “quando si parla di Ong bisogna capire cosa si vuole intendere. Fanno un lavoro straordinario. L’inchiesta di Palermo archiviata, l’inchiesta di Catania da un anno non cava un ragno dal buco”, in tal modo sconfessando Salvini e in generale la costruzione cospiratoria della narrazione contro i migranti, che si affida tanto al popultainment dei video di Luca Donadel, che a cavalli di battaglia come il (bufaloso) piano Kalergi.


Facciamo un passo indietro. Il governo legastellato non nasce oggi per caso, non è un frutto (solo) della propaganda politica, o meglio del popultainment, neanche è sintetizzabile nello schema destra-sinistra, per quanto sia evidentemente di destra liberista, sovranista e autoritaria.

Siamo arrivati a questa fase politica nel giro di un decennio, la prima tappa è stata la crisi monetaria del 2008, un momento decisivo che ha fecondato l’humus della protesta nel periodo 2010-12, quei focolai di movimentismo che Manuel Castells ha definito reti d’indignazione e di speranza. Con il default greco e l’inasprimento dello scontro finanziario nel 2015, quell’humus ha infine contribuito a generare la tempesta perfetta dell’ultimo biennio 2017-18, ovvero Brexit, Trump, Salvimaio in rapida successione.

I prossimi anni probabilmente saranno i più difficili da affrontare e la voglia di rivalsa anti-estabilishment, che oggi significa anche avere Borghi e Bagnai alle Commissioni Economiche, non si placherà facilmente. Ecco perchè un provvedimento come il Decreto Dignità sfornato da Di Maio sembra un mero contentino, non soddisfa appieno le imprese e ugualmente scontenta i lavoratori.

Tutto ciò mentre Salvini continua a mietere facili successi promettendo la legge sulla legittima difesa, o facendo a pugni con Tito Boeri, reo di avergli ricordato che, numeri alla mano, gli immigrati servono tanto a coprire mestieri che gli italiani non vogliono più fare, quanto a pagare i contributi del sistema pensionistico.

Il M5S è preso in un cul-de-sac e una svolta secca per tornare indietro sembra al momento impossibile: le elezioni europee di maggio 2019 potrebbero segnare una svolta, in un senso o nell’altro, ma è difficile ipotizzare un tracollo della Lega e una forte affermazione pentastellata, tale da togliere a Salvini il coltello dalla parte del manico.

La previsione al momento più facile da fare, non per questo insulsa, è che il M5S porterà avanti le sue contraddizioni – spaccature interne, inner circle di Di Maio, ruolo di Grillo e Di Battista – per procedere spedito verso le aree di interesse che, specialmente per Casaleggio, significano costruzione di consenso e fiducia nel medio-lungo periodo: pubblica amministrazione, scuola e formazione, editoria e spettacolo.

Tutti questi cluster sociali sono in passato stati egemonizzati dalla sinistra, garantendo serbatoi di voti consistenti. Anche se il M5S dovesse perdere punti percentuali alle prossime politiche, ad esempio scendere dal 32% al 25-28%, potrebbe in ogni caso continuare a dire la sua nei processi di governo, forte anche dell’esperienza maturata in questi anni.

Di Maio in definitiva potrebbe rappresentare un significativo anello di congiunzione tra Berlusconi e Renzi, tra il modello dell’azienda-partito e quello del patchwork neoliberista post-democratico. Il che ci porta alla prossima e conclusiva parte, che sarà dedicata alla sinistra che non c’è più.