Disneyland [ Pt. I ]


 Un simulacro può consistere in  un’immagine, una rappresentazione, un insieme di elementi significanti, e non rimanda necessariamente a una precisa realtà, a un altrove, ma costruisce e produce realtà in maniera autonoma.

Jean Baudrillard già alla fine degli anni ’70 sosteneva che il reale non esiste più, perché sovrastato e sgretolato dai mass media, che subordinano il processo di generazione dei significati attraverso continue mediazioni e rimedazioni, in un gioco di specchi che deforma iterativamente sia il dato che il costrutto.

Il virtuale diviene in tal modo l’essenza del reale stesso, o meglio lo procede,  configurando una nuova realtà,  allo stesso tempo assorbita e ritradotta dallo specchio tecnologico, in maniera sostitutiva, alternativa e surrogata. Il risultato è la sconnessione tra l’individuo e la realtà stessa, in buona parte ciò che oggi chiamiamo post-verità.

Il cortocircuito derivante dalla mancanza di referenza tra realtà e virtualità, identifica  il mondo nuovo come iperrealtà, termine che indica anche il processo di simulazione,  alla base di un nuovo modo di vivere, percepire, comunicare.

Il senso del simulacro risiede nella simulazione, un po’ come la soggettività digitale risiede nei dati strutturati, nei metadati delle connessioni, negli algoritmi delle piattaforme che mettono in relazione tutto ciò: le interazioni tra il corpo fisico/mente individuale i dispositivi tecnologici/mente collettiva sono alla base della società di simulazione.

Ecco perché possiamo parlare di politica disneyland nell’era digitale: una politica che non ha più nessun rapporto col reale, che rifiuta, ugualmente,  di confrontarsi con le tabelle statistiche e con le proiezioni della realtà, preferendo rifugiarsi nella propria modellizzazione, preconcetta e ideologizzata, della società potenziale desiderata, che poi sarebbe quella dei proclami elettorali e degli slogan, dei memi e della propaganda, anche delle fake news.

La metafora del parco giochi è fondamentale per capire come nella politica disneyland si annullino le dicotomie tra realtà e immaginazione, verità e menzogna. L’ambiente mediologico digitale delle piattaforme, grazie alla gamificazione e alla continua quantificazione, è il parco giochi in cui il neoliberismo sta traducendo la rabbia delle masse popolari 2.0 in nuova soggettività disciplinata.

Quando i fatti reali e le rappresentazioni teoriche collassano nel sistema della post-verità – un modello di verità che ai fatti e ai dati verificati oppone la credenza collettiva e la condivisione emozionale – alla politica non resta altro che scenarizzare la propria missione come il necessario ripristino dell’ordine prestabilito, anche a costo di reinventare e rinegoziare il principio di realtà in modo continuativo.

Questi ultimi due processi sono decisivi nella fase del popultainment. Quando le classi sociali perdono fiducia verso il futuro e lottano contro la precarietà del presente hanno due possibilità: riconoscere l’iniquità del sistema capitalista e neoliberista e lottare contro le disuguaglianze che questo produce, oppure individuare la causa dei problemi nelle classi più deboli e precarie, alle quali addossare anche la colpa della corruzione dell’ordine naturale.

La prima direzione è a sinistra, la seconda a destra, nel primo caso si parte dai problemi del presente e del passato per migliorare il futuro, nel secondo si guarda al passato idealizzato per destoricizzare il presente e rimodulare il futuro. Scacciare rom, migranti, diversi, diventa funzionale per ristabilire l’ordine naturale delle cose, per tornare alla prosperità perduta: la semplicità di questo schema e la sua capacità di persuasione è alla base del successo di Salvini.


Screen by Enrico Mentana, La7.

Nonostante che i temi dell’immigrazione siano stati in buona parte fatti propri dal M5S, a fare cassa è Salvini. Nella comunicazione politica c’è un meccanismo di fondo che somiglia vagamente al sistema dei giochi di ruolo/strategia; applichiamolo ai fatti recenti.

Quando una forza è all’opposizione, o addirittura extraparlamentare, è come se avesse infiniti punti/turni per agire in senso comunicativo, ovvero può fare propaganda in maniera continua, eventualmente anche senza una precisa strategia o pianificazione. Basta agganciarsi all’agenda di governo, criticandone ogni singolo aspetto, cannibalizzando ogni evento comunicativo del nemico.

Questa è stata la situazione tipo del M5S per anni e anni; ora non può più farlo, perché il campo di battaglia è cambiato e la tattica non può sostituire la strategia e la pianificazione. In altre parole, adesso i turni di battuta sono contati e Salvini, iniziando a colpire duro e portando a segno per primo, sta imponendo il proprio gioco.

Proviamo a ripercorrere schematicamente le azioni comunicative dei vari player in gioco, quantomeno quelle significative. Il primo turno ha giocato Conte, approfittando del G7, e tutto sommato il risultato non sarebbe stato da buttare, se Salvini non avesse portato uno strike decisivo come il caso Aquarius.

Altro botta e risposta c’è stato sul piano fiscale: anche qui Salvini ha giocato d’anticipo, sparando una proposta a effetto come la pace fiscale al 15%, un’aliquota imbarazzante e financo pericolosa per gli effetti che potrebbe produrre.

Di Maio non è riuscito nemmeno a ribattere, forse troppo preso dallo scandalo romano Raggi-Lanzalone, che gli ha fatto anche rinunciare all’ospitata da Vespa. In compenso la risposta è venuta da Laura Castelli, che in maniera molto vaga ha appoggiato Salvini, ma facendo riferimento ad aliquote diverse, senza dettagliare o argomentare.

Insomma, altro gioco perso dal M5S a favore della Lega, che in questo caso guadagna punti come erede della politica berlusconiana, verso un elettorato che ha assolutamente bisogno di sentirsi confortato dalla progressiva evanescenza dell’ex cavaliere.

Lo scandalo romano ha prodotto un’altra conseguenza, questa di natura tattica: riportare in auge le quotazioni di Raffaele Cantone, che era inizialmente sotto tiro da parte dell’inner circle di Di Maio, anche per il suo pugno di ferro verso le procedure di assegnazione degli appalti.

Morale della favola, adesso nessuno osa mettere in discussione Cantone, che anzi ha ritrovato voce in capitolo ed è stato anche appoggiato da Roberto Fico, che con Paola Nugnes è di fatto lì a rappresentare quel 30-35% di grillini ortodossi e più di sinistra. Una corrente alternativa all’inner circle di Di Maio e al futuro leader rossobruno, Di Battista.

Sbaglia però chi crede che l’egemonia salviniana sul governo legastellato sia già così forte da chiudere ogni spiraglio a Di Maio. Questa è una partita più lunga, che si gioca sulla durata di 3 anni, che è il tempo adatto a vedere gli effetti delle politiche in relazione al logorio inevitabile dell’immaginario costruito dalla propaganda.

Chiaramente in questo senso la politica disneyland è fondamentale e fin qui il vantaggio è tutto per Salvini: la paura dell’estraneo e il panico sicuritario si giocano sulla percezione…anche perché stando ai numeri, i reati sono in calo e l’invasione degli stranieri non c’è mai stata.

Di Maio adesso gioca la carta del decreto dignità, che parte dalle imprese per poi arrivare ai lavoratori, a dimostrazione che c’è sempre una differenza tra politica di destra e di sinistra. Di Maio sta cercando di mettere una pezza a una situazione che meriterebbe riforme profonde e non banali accomodamenti, vuole salvare capra e cavoli, sfruttatori e sfruttati.

Stupisce in tal senso l’idea di adottare criteri strettissimi anche sugli algoritmi, ma il tavolo di contrattazione che si prevede di aprire probabilmente farà via via cambiare le cose. Questa operazione potrebbe dare a Di Maio un certo credito nel medio/lungo periodo, mentre Salvini giocherebbe la carta degli sgravi fiscali alle aziende, magari in tandem col condono tombale.

Molte delle operazioni di Salvini sono relativamente a buon mercato, mentre quelle di Di Maio hanno bisogno di maggiori risorse e di tempo per fruttare. Al momento sembra di avere due adolescenti con la casa libera e un babysitter accomodante (Conte), col il pericolo che appena la situazione sfugge di mano (rischio default), tornano i genitori di corsa (Mario Draghi?).

Magari, con la nazionale fuori dai mondiali di calcio, è arrivato il momento buono per far aprire gli occhi a un po’ di italiani.