The Waldo Moment: la Jaguar di Calvani e quella di Conte. Ma per ora vince Salvini.

Questa è la storia di un paese che cade da un’altezza di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, ognuno per farsi coraggio si ripete:

“Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.”

“Lasciamoli governare”. “Lasciamoli lavorare”.

Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.


Recap – I Parte

L’accordo legastellato è stato dapprima benedetto da Davide Casaleggio: “sono fiducioso che troveremo una soluzione sul governo”.  L’obiettivo aziendale-istituzionale si legge nelle seguenti parole: “Stiamo costruendo la definizione di cittadinanza digitale. Il nostro obiettivo è riuscire a identificare e capire come possono essere utilizzati questi nuovi diritti“.

In soldoni, Di Maio e Casaleggio è come se affermassero “nel 2013 volevate (voi elettori pentastellati) Rodotà e Gino Strada al Quirinale e l’alleanza con Bersani, non l’abbiamo fatto perché ci interessava altro”. Oggi con Salvini  al Viminale e Conte primo ministro, la mutazione post-partitica del M5S assume la forma governativa, grazie soprattutto all’inner circle di Di Maio, che ha stabilmente preso il controllo del movimento, seppur con timide resistenze. Casalino, pretoriano della Casaleggio Associati, che controlla la comunicazione di Conte e lo porta via, sottobraccio, è l’emblema di tutto ciò.

Che questo governo fosse securitario e poliziesco,  forte coi deboli e debole coi forti (taser ai poliziotti, pugno di ferro con gli ultimi, mano di velluto contro chi si fa giustiza da sé, purchè italiano), lo si era capito sin dalle prime dichiarazioni: “Potenziamento della legittima difesa”, “Metteremo fine al business dell’immigrazione”, “Daspo ai corrotti e agente sotto copertura”. Soprattutto, “Metteremo fine al business dell’immigrazione cresciuto a dismisura sotto il mantello della finta solidarietà”.

Queste frasi, estrapolate dal lungo discorso proferito da Conte a Montecitorio, nel quale però mancavano del tutto i diritti civili, l’Ilva, la Tav,  Alitalia, ma anche scuola e università, istruzione e ricerca scientifica, dicono molto soprattutto alla luce del respigimento della nave Acquarius, ma ci arriveremo dopo.

Il “contratto di governo”  è il risultato di un compromesso tra destre: la destra securitaria e xenofoba, vagamente  fascista e sicuramente nazional-popolare, rappresentata dalla Lega; la destra anarco-liberista del M5S, che mescola ambientalismo e acqua pubblica, sharing economy e piattaforme digitali,  democrazia diretta e plebiscitarimo, guardando in parti uguali a Trump, Putin e al modello di sviluppo sino-americano.

Approfondimento – Il social credit cinese. La gestione del più longevo sistema autoritario ininterrottamente al potere, oggi più che in passato, per la dirigenza cinese prevede un gelido approccio analitico e di previsione del rischio.

Posto che la congiuntura politica internazionale è caratterizzata dall’ascesa dell’alt-right,  fenomeno direttamente filiato dalla convergenza di fattori come la disintermediazione, la disinformazione collettiva, la memetica digitale, il revanscismo contro scienza e verità “ufficiali”, il caso italiano resta paradigmatico per alcuni aspetti.

Recap – II Parte

Quando Mattarella ha respinto il primo tentativo di governo legastellato, Di Battista, novello Che Guevara rossobruno, così ha tuonato dai suoi account social:

“Siate patrioti! Siete rappresentanti del Popolo italiano e non emissari del capitalismo finanziario”. “Avete il dovere di ascoltare le grida di dolore dei cittadini e non le velate minacce dei congiurati dello spread terrorizzati dall’ipotesi di un governo che torni ad occuparsi dei diritti economici e sociali degli italiani, proprio quei diritti smantellati dalla sedicente sinistra”.

Infine, “Ascoltate quel che si dice nei bar, non i mercati”.”Sapete quel che penso di Berlusconi ma una cosa la voglio dire: l’ultimo governo Berlusconi, un governo per me pessimo, è stato l’ultimo governo nato da un voto popolare. E più che gli scandali di B. è stata la congiura dello spread ad averlo abbattuto”.

In grassetto, un paio di elementi fondamentali per capire lo spirito e l’immaginario di questo governo legastellato. Da Tangentopoli in poi  Berlusconi ha surfato alla grande il consenso popolare,  porgendo alle masse la percezione artefatta del miracolo italiano veicolato delle sue televisioni e dalle sue aziende,  governando per anni assime ai leghisti, alle destre e ai nostalgici del fascismo. L’assistenzialismo verso il ceto medio della provincia meridionale, alla disperata ricerca di un approdo dopo l’arenarsi della Balena Bianca,  quella Dc che per cinquant’anni aveva spadroneggiato, unito allo spalleggiamento della classe imprenditoriale del nord e delle pulsioni regionaliste, quasi un’anticamera del sovranismo attuale, ecco l’alchimia che ha retto per anni. Questo assetto si è mantenuto piuttosto stabile, ma ha avuto uno scossone terrificante nel 2011.

Prima del caso Ruby e delle Olgettine, Berlusconi è caduto per il complotto dello spread, almeno secondo quanto suggerisce Renato Brunetta, in un libro intitolato Berlusconi deve cadere. Cronaca di un complotto.

«Sapete quel che penso di Berlusconi ma una cosa la voglio dire: l’ultimo governo Berlusconi – un governo per me pessimo – è stato l’ultimo governo nato da un voto popolare. E più che gli scandali di B. è stata la congiura dello spread ad averlo abbattuto»

Curioso vedere Di Battista difendere a spada tratta l’arcinemico Berlusconi, citando poi Brunetta e rinfocolando la clamorosa bufala dell’ultimo governo nato da un voto popolare, una trovata di cabaret che l’ex Cavaliere ha giocato sul filo della percezione, facendo riferimento a un vecchio simbolo elettorale dove campeggiava la scritta “Berlusconi Presidente”.

Conte nel suo discorso a Montecitorio ha ribadito che occorre “Prevenire l’insorgenza di potenziali conflitti d’interesse”. Una frase che potrebbe anche nascondere un qualche accordo sotterraneo, per garantire la pax politica berlusconiana al nascente governo, in cambio di una certa leggerezza nel trattare la materia dei conflitti d’interesse. In definitiva, bilanciando Mediaset-Casaleggio Associati e azzerando la posta; occhio non vede, cuore non duole. Del resto, tanto i governi berlusconiani che quello legastellato vedono un’imbarazzante continuità nel travaso di uomini d’azienda nei palazzi del potere.

Approfondimento – Chi è Pietro Dettori, l’uomo simbolo del governo Casaleggio. Non c’è solo Rocco Casalino nella squadra dell’esecutvo Conte. Sbarca a Palazzo Chigi anche il dipendente (e fedelissimo) di Davide che ha le chiavi dell’Associazione Rousseau. E che scriveva i post per conto di Grillo

Di Maio dichiarando “da oggi lo Stato siamo noi”  evidenzia come non ci sia  distinzione tra l’istituzione e il partito, azienda, movimento. Sembra (solo) un’idea  megalomane, un continuum di campagna elettorale, ma in realtà rappresenta bene il concetto del governo in stato di eccezione, che rinfocola uno dei cavalli di battaglia di Grillo e Casaleggio, “siamo in guerra”.

Il disprezzo dei concetti fondamentali della democrazia moderna e dei processi di governo tradizionale, è utilizzato come gancio emotivo, che raccorda l’azione istituzionale al popolo italiano, configurando una  preoccupante vacuità  politica e mostrando tutta la forza del populismo digitale: plebiscitarismo continuo e contatto intermediato dai social, onde emozionali del like a supporto del discorso pubblico.

Altro che Fazio e Giletti: il video di Di Maio è andato sul Facebook di 12 milioni di persone. Per capire davvero la potenza rivoluzionaria dello strumento, vi fornisco alcuni numeri di altri media: ieri la diretta di Mentana su La7 ha raggiunto 1,3 milioni persone, il programma di Giletti circa 2 milioni e mezzo, mentre Fazio su Rai 1, che ha anche ricevuto la telefonata con cui Di Maio annunciava l’intenzione di mettere sotto accusa Mattarella, si è fermato a 3 milioni e 300mila. Mauro Munafò, Il Paese che non ama, L’Espresso.

Semplificando l’asse legastellato come un’alt-right all’italiana, potremmo definire liberal, nel senso di neoliberista, il M5S e teo-con la Lega, ma si perderebbe troppa complessità. La vera alt-right italiana è Salvini, innanzitutto in senso personale. Di conseguenza, la Lega nei prossimi anni si potrebbe porre come punta di diamante di un nuovo centrodestra che, come ai tempi di Berlusconi, potrebbe godere dell’appoggio dei partiti di estrema destra, a partire da CPI e FN.

Luigi Di Maio insegue col like Simone Di Stefano in occasione dello scontro istituzionale con Mattarella per il caso Savona.

Non sembra un caso, in tal senso, che l’ascesa del governo legastellato sia stata favorita da Steve Bannon, il quale potrebbe essere di fatto considerato un agente di influenza trumpiano. Le sue parole “Let them call you racist, xenophobes, nativists, homophobes, misogynists – wear it as a badge of honour!” –  lasciate che vi chiamino razzisti, xenofobi, nazionalisti, omofobi, misogini – ne farete un marchio d’onore –  sembrano essere state interpretate alla lettera proprio da Salvini col caso Aquarius.

L’alt-right italiana prende le mosse da fenomeni politici nati negli anni scorsi, come i Forconi, e guarda a personaggi pop-filosofici come Diego Fusaro, più che a classici come De Benoist, trova riscontro nei movimenti No Gender e No Vax. Non è un caso che due ministri pentastellati, Grillo e Bonafede, strizzino l’occhio verso queste sponde. Non è un caso che Di Maio sostenga Sergio Bramini, imprenditore fallito e simbolo ideale del frame forconista “colpa dello Stato, colpa dell’Euro, colpa dei poteri forti”. Evitando accuratamente di ricordare che probabilmente l’impresa di Bramini è fallita per l’Ato Rifiuti di Ragusa, dove governa il sindaco grillino Federico Piccitto.

Di Maio stesso è un’espressione pura di gentismo, essendo rampollo di una famiglia con interessi politici e imprenditoriali e avendo vissuto da fuoricorso e da parziale disoccupato, fino a diventare Ministro del Lavoro. Lezzi e Fontana, altri due ministri con un curriculum ricco di dichiarazioni da hit parade del debunking e della peggiore disinformazione complottistica completano il quadro in questo senso.

Altro particolare gustoso, che richiama un punto in comune con la genesi dell’alt-right italiana, è quello della Jaguar, che Conte ha dovuto frettolosamente mettere in garage, conformandosi al nuovo stile comunicativo dell’onestà, per girare in taxi, ma con tre auto di scorta al seguito. Oppure in aereo istituzionale per andare al G7.

Quella Jaguar fa tornare in mente Danilo Calvani, una sorta di Berlusconi in sedicesimo, che era solito capitanare i cortei forconisti, arrivando a bordo della sua macchina di lusso; se Calvani avesse avuto la Casaleggio Associati a curargli l’immagine e la comunicazione, forse oggi non sarebbe nel dimenticatoio. Conte, da parte sua, mostra una duttilità incredibile, che gli consente un moderatismo da vecchia DC, costruendo un personaggio nazional-popolare.


Il governo del cambiamento non è insensibile ai media tradizionali e guarda con piacere anche ai rotocalchi, non solo alla tv. Questo ci porta alla fase finale del recap, che a sua volta andrà approfondito in alcuni focus successivi, sintetizzabili in questi tre punti:

  • il contratto legastellato premia Salvini e mette in grossa difficoltà Di Maio
  • il centrodestra può tornare da un momento all’altro, dipende da Berlusconi, cui si lega anche il destino di Renzi
  • il mix di sovranismo e alt-right tricolore rischia di egemonizzare la politica dei prossimi anni, ma a sinistra si potrebbero aprire spazi importanti.

L’ultimo punto in realtà andrebbe a focalizzare un altro argomento, ovvero la necessità di derenzizzare il PD, o di vedere una scissione dello stesso, per mettere da un lato i renziani in un partito personale, dall’altro i socialdemocratici, ma al momento è difficile capire la situazione.

Alcuni pretoriani renziani pensano di poter portare con successo a fine corsa il PD,  in attesa di capire cosa fare veramente e inseguendo il M5S sul piano della comunicazione. L’idea sarebbe di riportare all’ovile parte dell’elettorato, che potrebbe uscire dalla luna di miele pentastellata. Ragionamento ardito, che si basa su una visione superata della politica digitale e su una presunzione di capitalizzare un potenziale politico ormai rarefatto, agli sgoccioli.


Recap – III Parte

Franco Bifo Berardi analizzando sul blog di Wu Ming il libro di Angela Nagle Kill All Normies ha scritto:

Secondo Nagle l’esplosione del movimento alt-right, la cui importanza è stata cruciale nella vittoria di Trump, è l’effetto di una polarizzazione identitaria che è anche risultato delle politiche identitarie della sinistra, della trasgressione come bandiera, del femminismo puritano, del vittimismo gay, della politica delle quote, e di larga parte del partito democratico clintoniano.

Se a ciò aggiungiamo un effetto che scaturisce dal nuovo sistema comunicativo in cui prevalgono i memi e tutto viene semplificato in contenuti emozionali ed eventi emotigeni (clicca qui, vediamo quanti siamo, premi like e condividi), è facile intuire perché oggi molte persone facciano grossa fatica a fare i conti con la realtà, finendo in una dimensione di “rifiuto dell’ambiguità e nella binarizzazione della sensibilità”.

Le realtà è del resto (anche) narrazione, oltre che percezione, e già Trump e la Brexit hanno ampiamente dimostrato che le narrazioni alternative, quanto più spregiudicate e folli, polarizzanti e violente siano, provocano una grande attrattiva verso chi nutre sentimenti anti-estabilishment e non vede l’ora di sfogarli in modo tangibile.

Ciò detto, in Italia il dibattito online è tra i più violenti in Europa, come mostra questa ricerca.  In ambito politico, online e offline tendono poi ad andare fortemente a braccetto, come testimoniano le parole del leghista Zaia, in occasione della campagna elettorale per le recenti elezioni del 10 giugno.

Ripartiamo dai rotocalchi, ecco Matteo Salvini in versione pater familias.

Un Salvini padre-padrone, con la compagna angelo del focolare, un quadretto che ha il compito di veicolare emozione e tradizione verso un passato mitico, idealizzato. Proseguendo con le “emozioni senza parole”, Salvini ha caricato a testa bassa, mettendo in un angolo Di Maio e Conte, che aveva raccolta una buona audience grazie al G7 e alle foto con Trump.

Lo stile è hollywoodiano, un mix di House of Cards e propaganda digitale, grazie all’hashtag di Twitter, che del resto è il social medium preferito di Trump. Salvini è un Mr Wolf antimigranti e il linguaggio del corpo comunica una ferma decisione contro gli sbarchi: postura fisica e poche parole, virali già nella struttura perché rivolte ai social media in modo naturale, praticamente un live meme. L’escalation successiva, con le battaglie a colpi di tweet e il ribollire dell’opinione pubblica e dei media, ha fatto il resto.

Emblematica la presa di posizione di Filippo Nogarin, pentastellato sindaco di Livorno che prima ha pubblicato su Facebook uno status favorevole allo sbarco dell’Acquarius e subito dopo ha dovuto ritirarlo, causa le quasi sicure pressioni dell’inner circle di Di Maio.

Salvini incassa in pochissimo tempo il risultato elettorale favorevole, al contempo negativo per il M5S, si prende tutto solo la scena e polarizza tutto l’elettorato sulla sua figura, maschia e risolutrice, quasi neocoloniale, che sfida l’Europa e i paesi del Mediterraneo. Nel frattempo, Conte non ha potuto toccare palla e Di Maio si è visto costretto a contrastare le problematiche interne, in seno a un M5S che ancora conserva sacche di sinistra, tanto nell’elettorato che tra gli eletti.

L’unico esponente di spicco in questa vicenda è stato Toninelli, nel ruolo però della comparsa, inoltre inanelando una serie di gaffes notevoli. Tra i dissidenti, Roberto Fico però adesso rischia di diventare una nuova Laura Boldrini, mentre Paola Nugnes è parte di un Direttorio che ormai non ha più poteri e che presto verrà soppiantato. Nessuna notizia da parte di Alessandro Di Battista, che forse ha perso la vocazione terzomondista.


Come già detto, Salvini può capitalizzare da qui in poi facile consenso, giocando sulla percezione della sicurezza, ovvero continuando in operazioni spregiudicate come quella condotta sulla nave Aquarius, oppure mettendo più poliziotti e militari in strada, dandogli i taser e i manganelli per spaccare qualche testa nel prossimo autunno caldo. Mediaset ha di recente chiuso un po’ di programmi tv gentisti, tra cui quelli che spesso raccontavano di crimini e invasioni; un altro possibile segno di un’inversione di tendenza su media setting e gestione della percezione.

Di Maio invece deve combattere per realizzare risultati tangibili: il reddito di cittadinanza avrebbe bisogno forse di non meno di due anni, un tempo che questo governo potrebbe anche non avere. Opere come TAV e TAP, ugualmente necessitano di decisioni ferme e certe, non di dichiarazioni ondivaghe e prese di tempo. L’ILVA è sempre sullo sfondo, designando un caso sul quale Grillo si è scontrato con Di Maio stesso.

La mancanza di una visione strategica nel porre gli obiettivi e la mancanza di senso della realtà rischiano di portare il paese al default. Il problema grosso è che i due contraenti del contratto di governo per il cambiamento sembrano due grossi adolescenti alle prese con l’esplosione puberale e col desiderio di potenza.  Il vantaggio di Salvini è che in questo caso il “tutto e subito” si può fare, mentre per Di Maio ora è tutto più difficile.