Gli scacchi e il professore [recap di governo]


La confusione generata negli ultimi mesi meriterebbe di essere ripercorsa e compresa per intero, in senso cronologico e politologico, ma i punti nodali sono in realtà pochi:

  • la melina iniziale di Salvini e Di Maio è servita a prendere tempo, avvicinando piano piano i contraenti al tavolo della contrattazione, mentre Berlusconi e Renzi si distanziavano sempre di più, verso una marginalità che per varie ragioni dovrebbe restare tale nel futuro prossimo
  • la sentenza che ha riabilitato Berlusconi potrebbe garantirgli un ultimo giro di giostra, a patto che il governo gialloverde gliene dia la possibilità; del resto il conflitto d’interessi è stato praticamente stralciato, o per meglio dire depotenziato, e Di Maio, se vorrà sedersi sulla poltrona di Premier, dovrà ingoiare il boccone amaro
  • lo sdoganamento del berlusconismo è solo una parte dell’accordo e fa passare in secondo piano la sostanza del processo di avvicinamento: Di Maio e il suo inner circle si pongono in diretta continuità storica con l’operato di Berlusconi e Renzi, ovvero il traghettamento dell’Italia verso un modello sociale e politico deterritorializzato, liberista, pronto a sconvolgere la Costituzione per favorire l’ascesa di un sistema presidenziale, in ossequio alle elite tecno-finanziarie;

Nel web circola un curioso anagramma: dimaiosalvini – animadisilvio. Una cosa è certa: Berlusconi è riuscito a dare le carte ancora una volta, stavolta restando nell’ombra. E dopo la sentenza di riabilitazione, è pronto a riprendersi la scena.


I due giovani politici rappresentano al meglio il logico proseguimento della grande trasformazione impressa al paese con la mediatizzazione politica, la tendenza al maggioritario, o meglio al plebiscitarismo, l’inseguimento continuo del consenso; elementi che rendono ogni momento politico parte di una più vasta campagna elettorale permanente.

Nel mese di aprile, mentre Grillo invocava il solito golpe, nel caso specifico di Mattarella, e Roberto Fico inseguiva inutilmente il dialogo col PD,  Luigi Di Maio tesseva sottobanco la tela con Matteo Salvini, per fondare una Terza Repubblica dei Cittadini: di fatto un accordo tra l’inner circle pentastellato Di Maio-Casaleggio e quel partito tanto amato da Casaleggio padre, ovvero la Lega Nord. Fraccaro, uno del cerchio magico di Di Maio, già spingeva con forza su priorità come migranti, tasse, sicurezza, quindi verso l’alleanza naturale con la Lega.

Il partito di Salvini è l’ultimo superstite della cortina di ferro, essendo stato fondato nel 1989; è quindi il partito anziano per eccellenza di questa terza repubblica, la quale nasce con un assetto decisamente di destra, piuttosto reazionario, con una sinistra ridotta ai minimi termini sia negli uomini che nel radicamento territoriale.

Facendo abilmente dimenticare gli scandali degli anni passati e adottando una nuova linea politica tesa al sovranismo nazionale, Salvini ha traghettato l’esperienza ormai trentennale del partito verso una nuova dimensione, che unisce le pulsioni reazionarie e identitarie a una forma più liquida, che riesce a ottenere consensi anche al Sud Italia. Del resto se così non fosse stato, il M5S avrebbe realmente potuto aspirare al 40% dei voti.


Mattarella emerge dal gorgo post-elettorale e quest’estate va a fare surf. In cattive acque restano i giovani leader. E l’Italia tutta.

I leader pentastellati, dopo aver chiamato traditori della patria quelli che non volevano fare l’accordo e minacciato sommosse popolari in stile forconista, solamente una decina di giorni fa, dopo aver chiesto di rivotare a giugno, ignorando completamente i tempi tecnici e farneticando a vanvera, si sono arresi all’evidenza di uno stallo politico pericoloso, che si è risolto con la minaccia, stavolta reale, di Mattarella: governo tecnico o si vota a luglio.

Di Battista «Chi, dopo aver detto no al Movimento 5 Stelle, voterà la fiducia ad un governo tecnico è semplicemente un traditore della Patria.»

Di Maio «Non sta ancora succedendo ma il rischio che vedo io è un rischio per la democrazia rappresentativa. Io non minaccio nulla ma il rischio di azioni non democratiche può esserci»


Dato che molti parlamentari avevano già preso casa a Roma e pianificato le proprie vite per i prossimi anni come rappresentanti dell’elite, era francamente impensabile il voto. La catastrofe istituzionale maturata negli ultimi dieci anni è praticamente giunta al suo apice, negli ultimi dieci giorni, con l’avverarsi dell’asse gialloverde pentaleghista.

La perdita di credibilità dei partiti tradizionali non è certo una novità, anzi è la scintilla prometeica che ha innescato il berlusconismo prima e il grillismo poi. La parola chiave per comprendere il fenomeno è disintermediazione, termine mutuato dai processi economico-finanziari per indicare la riduzione dei ruoli intermedi all’interno dei sistemi di deposito e scambio.

In ottica sociale indica il progressivo scollamento tra le strutture tradizionali e gli individui. L’esempio specifico è dato da internet, che grazie alla moltiplicazione dei canali di comunicazione  e  alla nascita delle piattaforme (e-commerce, social media, ecc.), ha contribuito a definire questo processo come paradigmatico nella società digitale.

Il contratto di governo tra Di Maio e Salvini riflette in pieno tutto ciò, soprattutto l’urgenza di creare un nuovo rapporto tra le elite politiche e le masse popolari, sintetizzabile in questi punti:

  • Presidente del Consiglio che risponde a un Comitato di Conciliazione, esterno alle istituzioni; una forma che ricorda vagamente il Gran Consiglio del Fascismo e prevederebbe, se attuata, l’ingerenza della Casaleggio Associati nei processi di governo. Chiaramente questa ingerenza sarebbe giustificata dal fatto che la piattaforma Rousseau garantisce l’intermediazione tra il M5S e la sua base di elettori, per quanto il rapporto sia di poche migliaia di votanti digitali a fronte di milioni di elettori.
  • I parlamentari con vincolo di mandato, cioè subordinati ai segretari di partito e ai capi politici. Di Maio ha spesso insistito sulla modalità del vincolo “alla portoghese”, ma è una clamorosa bufala, infatti l’esempio di Lisbona,  dove in realtà si può uscire dalla maggioranza e votare contro il proprio partito, non è corretto. Anche in questo caso la misura ricorda sinistramente Mussolini, o Stalin se preferite,  con la subordinazione diretta dei parlamentari a leader e organi politici superiori; l’idea di fondo è che questi siano meri ratificatori dell’attività politica, mentre il leader funge da garante del popolo, grazie al rispecchiamento continuo. Il Duce con le sue piazze e le adunate è esattamente l’archetipo di questo processo, oggi semplificato dalle dirette Facebook di Di Maio e dagli spettacoli di Grillo. La dinamica è esattamente la stessa: polarizzazione emozionale delle folle, elaborazione del sentiment, orientamento decisionale della politica. L’orizzontalità della folla si appiattisce nella figura del leader, che maschera in tal modo la verticalità del rapporto; dai pollici versi del Colosseo ai like di oggi; il potere trova sempre un modo di far divertire la plebe, dandole al contempo l’illusione di partecipare.
  • Il governo verrebbe concepito come un mero organo esecutivo, rispetto alle linee guida di un programma deciso in dettaglio dai due partiti maggioritari, che nel caso specifico hanno barattato la preminenza politica dei punti (Lega) con la possibilità di occupare la poltrona di Premier (M5S). Anche in questo caso ci viene in soccorso un termine mutuato dall’economia, ovvero esternalizzazione: soppressione di una parte dell’attività produttiva già svolta direttamente dall’impresa con propri dipendenti e affidamento della stessa ad altra impresa mediante contratto di appalto o cessione di un ramo d’azienda. Detto in soldoni, governance istituzionale, affidamento di vaste parti del processo di governo a enti terzi, aziende, soggetti privati. La linea di continuità tra Berlusconi e Casaleggio, appare qui in tutta la sua evidenza, quasi a segnalare  una vera e propria strategia di depoliticizzazione della politica, uno svuotamento di senso e di prassi che pone le decisioni fuori dalle istituzioni. Un processo di depotenzianmento delle istituzioni democratiche e delle figure dell’arco costituzionale come il Presidente del Consiglio, il Governo, il Parlamento, che era evidentissimo nel tentativo, fallito, di referendum costizionale di Renzi. Tutti tasselli che fanno parte di una strategia di lungo periodo, ravvisabile a partire da quanto preconizzato dal Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione Trilaterale e dal Club di Roma. Qualcosa che in tempi recenti è stato analizzato da Henry Kissinger.

Luigi Di Maio introducendo il voto su Rousseau, andato in tilt per l’affluenza dopo poche ore: “Se voi deciderete che è la strada giusta da percorrere, nonostante quello che dicono tutti i giornaloni italiani e stranieri, nonostante qualche burocrate a Bruxelles, nonostante lo spread, allora come capo politico del MoVimento 5 Stelle firmerò questo contratto per far finalmente partire il governo del cambiamento”.

Approfondimento: “La piattaforma Rousseau ancora non è sicura”: il Garante dà 45 giorni al M5s

Clicca qui per il contratto : internet viene nominata solo due volte, la cybersecurity viene confusa col cyberbullismo, si parla di mettere le telecamere nelle scuole, nessun riferimento alla blockchain, la parola innovazione è usata un po’ a caso ma senza riferimenti concreti, al SUD viene dedicato un paragrafetto di 8 righe, vasti riferimenti a inasprimenti pene, carceri, uso dei taser, sgomberi; potrebbe essere il governo più a destra di tutta Europa.

Le reazioni negative della stampa estera. Come ai tempi di Berlusconi, tutto ciò rafforza il consenso popolare verso i leader.

Il parere del costituzionalista Azzariti sull’analfabetismo istituzionale dei due contraenti: I partiti non accettano l’idea che in politica sia necessario mediare.


Nonostante tiri un’aria simile a quella dell’insediamento del primo governo Berlusconi, la soglia d’indifferenza generale è piuttosto alta. Tutto fa pensare al logico conseguimento di un più ampio disegno, che vede nella convergenza parallela tra M5S e Lega la concretizzazione di un immaginario, sedimentato in anni di retorica complottista e antipolitica, contro le elite politiche, economiche e tecnoculturali,  contro la scienza e contro l’evidenza delle ragioni ufficiali. Si pensi alla tutela, per quanto vaga, novax inserita nel programma, alla retorica signoraggista sempre sottesa ai proclami economici, ai vasti richiami alla contrapposizione di un idealizzato popolo, contro tutto e tutti. Stiamo assistendo a uno scossone alle fondamenta dell’Europa, che già eventi come la Brexit, e per altri versi l’elezione di Trump, avevano annunciato in pompa magna.

Il lato positivo di tutta questa faccenda? Finalmente si capirà che il M5S è parte dello stesso estabilishment che avrebbe voluto combattere. Inoltre si aprirà una fase in cui la sinistra dovrà rifondarsi, per via di uno spazio vuoto, completamente deserto, in cui al momento nessuno vuole starci e che nel medio periodo sarà probabilmente colonizzato da ex schegge penstastellate, come De Magistris e Pizzarotti.Si apre quindi la fase istituzionale del M5S, che rottama definitivamente la prima fase, dal 2005 al 2009, in cui il movimento ha davvero aggregato qualcosa di nuovo, in termini di uomini, idee, proposte. Si potrebbe obiettare, giustamente, che già nel 2013 queste istanze sono state rigettate e rimpiazzate, da fan, arrivisti, persone addomesticabili e controllabili.

Qualcosa di buono può venire comunque fuori da questo pastrocchio? Difficile dirlo oggi, quando ancora Berlusconi reclama per se stesso l’incarico, spaccando la coalizione di centro destra. Non è detto che, di fronte a vero disastro, gli italiani si rendano poi conto di quanto sia deleterio questo delirio gentista, che in queste ore Salvini e Di Maio stanno cavalcando alla grande, portando i propri riflettori mediatici nella casa di Sergio Bramini, l’imprenditore «fallito per colpa dello Stato».

La strumentalizzazione di questi eventi, lo sciacallaggio politico e propagandistico, ormai ben oltre la dimensione folcloristica dei Forconi o del Generale Pappalardo, sono ormai pienamente assimilati nelle macchine del consenso di questa neonata Terza Repubblica.

Riusciranno i nostri eroi a far convivere flat tax e reddito di cittadinanza?

Saranno in grado di far convivere sotto uno stesso tetto una serie di contraddizioni enormi, anche in senso territoriale, la Lega al nord, il M5S al sud?

L’impressione è che un governo del genere possa durare al massimo un paio d’anni, il tempo giusto per qualche misura a effetto e per consolidare i propri gruppi di potere all’interno della macchina statale, nella pubblica amministrazione, nella Rai. A sentire dichiarazioni come quella di Di Maio,”Si vota da adesso. Poi nel weekend i nostri portavoce presenteranno il contenuto del contratto in piazza”, è evidente che nemmeno loro sanno cosa stanno veramente facendo. Si ratificano le buone intenzioni, si cerca simbolicamente di arrivare a occupare il gradino più alto del podio, ma la consistenza politica manca del tutto.

Ad esempio, il problema delle migrazioni: non si può risolvere con un clic e nemmeno si può teletrasportare l’Italia fuori dal centro del Mediterraneo; il problema del debito, ugualmente,  non si risolve coi facili proclami e magari con iniziative utilitarie, buone a dare il contentino al popolo e nulla più. La speranza è che tutto sommato questa buriana possa risolversi con una tempesta nel bicchiere, ma è evidente l’incombenza di un ricambio, non solo generazionale, di questo sistema politico allo sbando.


Segue un dialogo immaginario con un professore d’altri tempi che, nonostante la gran quantità di sapienza, esperienza e acume, fa grande fatica a capire del tutto cosa sta succedendo in questa fase politica. Ogni riferimento a cose, persone, eventi reali, è puramente casuale.

Prima tesi del professore – “Ho preferito votare M5S, per paura arrivasse una destra brutta, ma a vedere gli ultimi sviluppi forse mi sono pentito. Credevo che il M5S fosse l’erede del PCI, o delle tute blu, o forse anche dei movimenti post-globalisti.”

La Raggi che non va alla commemorazione delle Fosse Ardeatine? Magari qualche domanda poteva farla sorgere, ma è solo uno dei tanti eventi che mostrano l’anima destrorsa del M5S.

Il paragone con il PCI di Berlinguer è poi completamente fuori luogo, parliamo di un partito che all’epoca poteva influire tanto anche stando all’opposizione, in una fase in cui la politica extraparlamentare dava senso e peso alla partecipazione diretta, sul campo.  Oggi c’è solo clic attivismo, la dimensione social ha prevalso sul reale e a nessuno importa realmente cosa fare, o come: basta inscenare, supporre, esibire, si fa una diretta Facebook pensando di salvare il mondo, senza immaginare cosa c’è dietro un Iphone da 1000€ e cosa comporta delegare la nostra soggettività ai padroni digitali.

Non ci sono neanche più gli intellettuali organici, oggi l’espressione massima di questo patchwork post-ideologico è Diego Fusaro, membro del Think Tank Group di stampo neoliberista, che vede tra i fondatori Grillo e Casaleggio. Fusaro è onnipresente, va in tv, sul Blog di Grillo, scrive su giornali di estrema destra, mescola abilmente tutta la fuffa complottista.

Seconda tesi del profesore – Il M5S è anni avanti nella politica digitale. Con l’egemonia digitale, grazie al nuovo paradigma comunicativo della rete, il M5S ha vinto e continuerà così.

Berlusconi riuniva nel corpo politico tutte le istanze: l’uomo di spettacolo, la capacità imprenditoriale, la visione politica. Queste oscuravano completamente i difetti, relegavano in un angolo il conflitto d’interessi, facevano sì che la personalizzazione politica del Cavaliere funzionasse in via plebiscitaria, attraverso la sua egemonia mediatica. Non era solo questione di tv. Anche Berlusconi aveva una rete: assicurazioni, supermercati, spettacolo, edilizia.

L’effetto di rete è mutevole nella sua scala, dipende dalle caratteristiche dell’infrastruttura. Con la rete internet, il successo del M5S vede sostanzialmente partizionare il corpo del leader in tre diverse personalità, ognuna delle quali porta un’istanza ben precisa. In Grillo c’è quella dell’uomo di spettacolo, che oggi chiamiamo più comunemente influencer, in Casaleggio c’è l’assetto imprenditoriale e l’organizzazione aziendale del partito, in Di Maio infine c’è il terminale politico.

Di Maio è l’anello più debole, il terminale infitamente sostituibile nella macchina pentastellata, non solo perché in retrovia scalcia Di Battista, ma per la natura stessa del dispositivo dello spettacolo politico grillino, lo dice lo stesso slogan Partecipa Scegli Cambia. Partecipare sulle piattaforme digitali, con un clic, scegliere chi in quel momento sembra il più carino nel reality show politico, cambiarlo se non ti va più a genio. Ecco perché l’egemonia culturale del M5S è potenzialmente più longeva e rinnovabile di quella berlusconiana.

Alla base c’è una contraddizione: l’ideologia californiana,  mix di yuppismo, managerialismo, controcultura, diritti umani e capitalismo, che afferma formalmente la libertà delle persone e sancisce materialmente il loro auto-sfruttamento e subordinazione culturale alla tecnologia

Terza Tesi – Allora cosa dovrei fare? Dire ai miei studenti che è inutile perdere tempo coi libri, con lo studio e la cultura? Dovrei forse dirgli di fare gli YouTuber, diventare influencer?

“Rousseau non si fermerà qui. Stiamo già lavorando a nuovi progetti. Uno su tutti: quello di applicare tecnologie di blockchain al voto: ciò consentirà una certificazione distribuita di tutte le votazioni online e un meccanismo di voto più solido. Ma immaginiamo anche un percorso di selezione meritocratico attraverso la Rousseau Open Academy che ci assicura di schierare candidati di altissima qualità. L’Accademia si propone di educare alla cittadinanza digitale in tutta Italia attraverso corsi sul territorio e online.”

In queste dichiarazioni di Casaleggio si capisce che l’intenzione è quella di distinguere gli ambiti puramente politici da quelli aziendali,  ovvero passare all’incasso dopo aver piazzato sul mercato un prodotto vincente. In ballo c’è tanta roba: pubblica amministrazione, formazione digitale, nuova scuola. Tutti processi capaci di garantire anni di egemonia culturale e buoni dividendi, non solo simbolici.

In questo nuovo sistema socio-economico, nel quale i dati sono il petrolio del presente e del futuro, è chiaro che la regolamentazione di internet a livello globale probabilmente aprirà nuove strade  ai player nazionali, infatti Grillo su Cambdridge Analytica ha dichiarato: “Non vedo lo scandalo, a meno che ci si voglia comportare come bambini. è così ovvio che siamo costantemente monitorati e manipolati sia nella pubblicità che in politica”.

La speranza è che i giovani, i figli degli ultracinquantenni che oggi passano il proprio tempo a insultarsi su internet alimentando la guerra civile simulata del M5S, trovino nuovi modi di vivere questa mutazione sociale.


Fact Checking: Rousseau intascherebbe oltre 6 milioni di euro dagli eletti durante una legislatura completa.

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