La soglia d’indifferenza

In occasione del rapimento di Aldo Moro per la prima volta venne usato il termine “depistaggio”,  segnando l’inizio di un rapporto con i mass media sempre più complesso, in un paese dove solo pochi anni prima, nel 1974, era stato possibile scalfire il monopolio radiotelevisivo. Per intenderci, la grande accelerazione mediologica che gli Stati Uniti vissero con l’omicidio di JFK, noi l’abbiamo vissuta 15-20 anni dopo.

Grillo nel 1978 era già  un personaggio di chiara fama, in piena ascesa e lanciato verso il dominio videocratico degli anni Ottanta. Mentre con l’uccisione di Moro andava in frantumi l’orizzonte del compromesso storico DC-PCI, l’Italia tutta stava mutando. Attraverso i consumi di massa il paese iniziava la fase edonistica e neo-liberale, impersonata al meglio dal Pentapartito nel decennio successivo, fino alla caduta di Tangentopoli.

Oggi, secondo molti commentatori politici il M5S potrebbe rappresentare un punto di congiunzione tra la vecchia DC e il vecchio PCI. In altre parole, parrebbe una riedizione odierna del compromesso storico, grazie all’accordo di fasce trasversali di popolazione, saldate da un patto politico tendenzialmente pigliatutti.

Posto che gran parte di quanto già detto in Grillodrome può servire a evitare paragoni ingannevoli tra il M5S e  i fenomeni controculturali e politici libertari, o di sinistra, potrebbe essere interessante capire quanto il discorso critico sulla politica di questi giorni sia debitore degli scenari passati. Detto in maniera semplice, se oggi come oggi è quasi inutile cercare di ragionare in termini politici e pratici con i grillini, ciò è in buona parte imputabile a una soglia d’indifferenza che si è creata tra il dato reale e quello percepito, in campo politico principalmente, ma non solo.

Ai tempi del rapimento Moro oltre ai media tradizionali e a quelli alternativi – tv, radio, stampa, radio libere, stampa clandestina ecc. – c’erano gli oratori, le fabbriche, le assemblee studentesche, le piazze. Era praticamente impossibile, o quasi, che la soglia d’indifferenza cogliesse vaste parti di popolazione su temi di importanza capitale. Dal 1979 a oggi la partecipazione elettorale è costantemente diminuita, toccando livelli minimi nel 2008 e con vaste sacche geografiche di astensionismo localizzate soprattutto a Sud.

Quando nei primi anni Novanta finisce il Pentapartito e crolla la Prima Repubblica, la soglia d’indifferenza è forse ai minimi storici; si pensi alle monetine lanciate a Craxi da una folla inferocita, ma soprattutto agli anni successivi, densi di narrazione contro la politica tradizionale, contro le ruberie e la corruzione, le stagioni referendarie.

Le prime piazze telematiche, con i fax e le telefonate in diretta, con le persone assembrate attorno agli inviati di Michele Santoro. Sembra passata un’epoca, lo è, ma se vogliamo capire Facebook e il Blog di Grillo, bisogna ricordarle, al pari della politica pop di Gianfranco Funari prima e di Marco Travaglio dopo. I fenomeni politici vanno sempre osservati in maniera diacronica: quando si è dissolto il tessuto sociale della piccola impresa e delle famiglie industriose del Nord, parte del consenso del PCI è andato alla Lega Nord, come oggi si è infine trasferito al M5S. Tutto torna, tutto si rimedia, poche sono le cose che cambiano davvero.

La soglia d’indifferenza inizia ad ampliarsi in maniera evidente negli anni 2000. Prima i fatti di Napoli e Genova: le contestazioni No Global represse nel sangue, poi l’11 Settembre di New York, eventi che fanno da leva per scardinare le ultime resistenze, morali e civili, aprendo alla deroga incondizionata verso l’inevitabile dominio del neo-liberismo. La gente si disinteressa alla politica reale, si polarizza il discorso sui personaggi, sulle gaffe di Berlusconi e sui maglioni di cachemire di Bertinotti.

Con le terribili elezioni del 2006, quelle dei brogli telematici e della vittoria contestata del centrosinistra, che precedono la grande crisi finanziaria del 2008 e gli scandali della fase matura del berlusconismo, la soglia d’indifferenza verso la politica partecipata è ormai ingrossata a tal punto da superare la bolla mediatica tradizionale, fino a esplodere verso internet, terreno fertile che l’italiano medio scopre decisamente tardi, ma innescando un effetto farfalla notevole. A questo punto, l’indifferenza verso il vecchio mondo si traduce in entusiasmo per quello nuovo, fatto di clicca qui, vediamo quanti siamo, condividi se vuoi mandara in galera il governo dei non eletti.

La soglia d’indifferenza fa sì che nel senso comune degli italiani oggi non ci sia posto per un argomento come il conflitto d’interessi e i problemi dell’ingerenza delle aziende private nella vita politica-partitica. Decenni di inutili discussioni su Fininvest-Mediolanum e il nulla di fatto, prima Berlusconi poi Casaleggio, chi se ne frega se un partito-azienda governa la nazione.

Altro esempio, il buon milionario filantropo al servizio della nazione; Berlusconi per anni ha convinto gli italiani che la sua ricchezza garantisse una buona politica e oggi Grillo e Casaleggio sfruttano alla grande questo frame che per l’ex cavaliere è ormai problematico.  Inoltre, la religione postmoderna del consumo e dell’edonismo degli anni ’80, il cappellone di J.R. e i vestiti costosi di Sue Ellen che oggi rivivono nei Trump, è andata in pezzi con la crisi finanziaria, mentre la nuova Religione Internet è in piena escalation.

Chi conosce la rete da qualche decennio ha ormai quasi a noia questi continui refrain sulla democrazia digitale, un’utopia fasulla che nasconde il controllo totale dietro la seduzione del clicca qui, vediamo quanti siamo e condividiamo. Casaleggio, il Mago di Oz 2.0, afferma che “la democrazia diretta, resa possibile dalla Rete, ha dato una nuova centralità del cittadino nella società”; parole in verità molto belle, ma allora perché Rousseau non diventa un progetto open, perché non si scinde la parte privata da quella politica, perché Grillo in tempi recenti ha replicato la struttura, sempre in maniera proprietaria?

Grillo, col suo finto finto pauperismo, denuncia le iniquità del sistema mentre guadagna fior di quattrini, cavalcando il successo del suo format di entartainment politico. Casaleggio, con il suo autoritarismo aziendale, è perfettamente organizzato per garantire l’autoconservazione del gruppo di potere, con la spartizione delle briciole ai servi piu’ fedeli e il continuo ricambio degli eletti e l’espulsione degli infedeli. Entrambi dicono di non contare nulla, entrambi mentono, come quando Berlusconi mentiva sul conflitto d’interessi: è tutto già successo, soglia d’indifferenza, clicca qui e vediamo quanti siamo. Paradossalmente, il ventennio del Caimano a confronto sembra Disneyland.

“Il lavoro retribuito non è più necessario, serve un reddito per diritto di nascita”

“Non mollate e sarete premiati come ministri e sottosegretari”

Questo è il quadro: nel mercato dell’antipolitica si fa presto a far eleggere dei nuovi politici e poi tassarli per espandere l’azienda che li controlla, nel frattempo richiamare un’idea, quasi eugenetica, di popolo che rivendica la sussistenza, portandolo a guardare a chi ha ancora meno, ma non a chi ha di più. Grazie alla soglia d’indifferenza tutto ciò è possibile.

Con il governo nascente, i pentastellati saranno definitivamente dentro il giro grosso della politica, ma la luna di miele con l’elettorato non sarà per questo infranta. A differenza dei tempi del sequestro Moro, della DC e del PCI, non ci sono più scuole di partito, oratori, fabbriche e dopolavoro, ma solo la rete, i social, le applicazioni gamificate come Rousseau, dove milioni di cittadini oggi pensano di poter risolvere con un clic i problemi di questo paese. Servirà un grosso scossone, per rompere questa soglia d’indifferenza e superare la narcotizzazione collettiva.

Sempre che questo paese non faccia la fine della Cina, magari prima della Cina stessa.