C’era una volta la rete [recap post-elettorale]

Trent’anni fa, quando entrai al MIT per studiare la cultura informatica, il mondo aveva ancora una certa innocenza. Con i videogiochi i bambini giocavano a tris o fronteggiavano invasioni di asteroidi lanciando missili, mentre alcuni giochi elettronici, più “intelligenti”, erano all’altezza di una seria partita a scacchi. I primi personal computer venivano acquistati dai cosiddetti hobbisti . Chi li comprava o li costruiva sperimentava la programmazione, spesso creando giochi molto semplici per conto proprio; nessuno sapeva a quali altri usi potessero essere destinati i personal computer.

Sherry Turkle, “Punti di Svolta”, nota introduttiva a “Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri”, Codice Edizioni, 2012.

In una splendida intervista sui temi caldi di oggi, Tom Wolfe cita una frase del ’68 di Marshall McLuhan: “Le menti di un’ intera generazione sono state alterate dalla tv, rendendo il pubblico una tribù che crede soltanto in ciò che gli viene sussurrato all’ orecchio”

Il web negli ultimi anni ha decisamente contribuito ad aumentare l’isterismo, anzi a ben vedere il web non esiste più, lo ha ricordato anche il suo creatore, Tim Berners Lee.  Oggi ci troviamo di fronte al leviatano digitale, fatto di piattaforme proprietarie e bolle social, marketing e profilazione continua. Una società isterica dove nessuno si ferma più a riflettere, tutti hanno diritto ai propri 5 minuti di like e celebrità, nessuno ha paura di restare in silenzio.

Quel silenzio necessario a  ragionare prima di parlare e confrontarsi con l’altro. Oggi si ascolta e si parla tutti assieme, aumentando solo il rumore e confondendo i segnali, riducendo sempre più lo spazio dell’informazione, aumentando a dismisura le cornici vuote: tanto sfogo, tanta emozione, zero pensiero. Un nuovo protocollo che la politica 2.0 ha saputo sfruttare al meglio: il gregge, lo sciame, le formiche operaie e le api regine, le metafore anche qui abbondano.

Ma è del tutto inutile gettare la croce sul popolo brutto e cattivo, perché non vota come pare a noi. Noi chi, poi? La trasversalità sociale dei fenomeni politici più importanti degli ultimi tempi impedisce ormai di giocare con le categorie tradizionali, siamo oltre la società liquida.

Io è un altro. Je est un autre. Nel social self market della politica 2.0 ognuno può comporre il proprio bouquet elettorale e non deve stupire che l’isteria xenofoba post-Macerata riempia la bisaccia di voti della Lega anche al sud, dove al contempo il M5S saccheggia le periferie e i luoghi del mancato sviluppo e della disoccupazione storica, anche con la promessa del reddito di cittadinanza.

Non ha vinto nessuno, è questo il problema più grande e del resto si sapeva da mesi. Nessuno può reclamare la piena vittoria, lo si deduce anche dalla mancanza di accuse di brogli, puntuali a ogni cabaret post-elettorale che rispetti. Nessuno mette in dubbio i numeri, nessuno recrimina il punticino percentuale, idealmente sottratto dai perfidi avversari con le peggiori tecniche fraudolente.

Il cappotto al sud del M5S una volta lo faceva Berlusconi ai tempi d’oro, beccandosi immediatamente la polemica sul voto di scambio e sui rapporti con il crimine organizzato; stranamente oggi nessuno ci ha pensato a riesumare questi fantasmi. Dire che il sud vota il M5S (solo) per assistenzialismo, familismo, inciucismo col malaffare…francamente no, sarebbe desolante. In ogni caso, Di Maio è già andato a Porta a Porta su Rai1 a dire che ” Per il reddito di cittadinanza dovremo aspettare qualche anno perchè prima devono essere riformati gli uffici per l’impiego “.

Queste elezioni aprono uno scenario completamente nuovo, non solo perché 1/3 degli italiani ha votato un partito egemonico nell’ambito della comunicazione digitale, ma soprattutto per la trasversalità del voto. 1 italiano su 3 vota M5S, nella frammentazione generale questo dato è fondamentale.

  • – Tra tutti i partiti, nessuno mostra effetti significativi della classe sociale: la propensione a votarli (che sia alta o bassa) non varia in modo significativo tra le classi sociali;
  • – L’unica eccezione è il PD: per questo partito si registra invece una propensione al voto bassa nelle classi sociali basse e medie, e invece sensibilmente maggiore nella classe medio-alta, che quindi configura un confinamento di questo partito nella classe medio-alta.

L’analisi dell’Università LUISS fatta dal professore Lorenzo De Sio dice anche che “i ceti che si sentono minacciati dagli effetti negativi di queste trasformazioni non hanno percepito il PD come un partito in grado di ascoltare le loro istanze”.

Il M5S trionfa nel sud più povero – minore è il benessere più sale il consenso pentastellato – e la Lega si estende a macchia di leopardo lungo lo stivale, al contempo strappando lo scettro a Forza Italia nelle regioni del nord.  I numeri sono impietosi: 2,6 milioni di voti persi dal PD, 1,5 milioni guadagnati dal M5S, che in tal modo sfonda il muro dei 10m; il centrodx incrementa di 1,9m. Un’analisi arricchita da un podcast con Marco Valbruzzi, politologo dell’Istituto Cattaneo di Bologna, è qui.

Interessante anche il gruppo dei ripescati, che rispecchia tanto il trasversalismo del nuovo corso, quanto il recupero della vecchia classe dirigente, esprimendo nomi come Grasso e Boldrini di LEU, Paragone e De Falco del M5S, Bagnai della Lega, Sandra Lonardo Mastella di FI.

Altro elemento per capire lo sradicamento territoriale della politica 2.0: le regioni rosse non contano più come una volta, oppure si pensi alla Basilicata dove i nomi di peso del centrosinistra non hanno potuto evitare il trionfo del M5s: a Potenza è salito Salvatore Caiata,  presidente della squadra di calcio del capoluogo ed espulso dal M5s dopo l’indagine per riclaggio a suo danno.

Se i numeri sono chiari, se i nomi degli eletti sono ormai dichiarati, resta il problema della fase politica surrealista che si sta aprendo nel post-elezioni: Berlusconi ha perso la leadership, ma pretende di essere ugualmente il garante della coalizione di centro-dx. Renzi ha perso elezioni e partito (definitivamente, stavolta), ma pretende di dare le carte e finge le dimissioni. Di Maio e Salvini alzano le creste e proclamano vittoria, ma al contempo non si assumono la responsabilità, anzi sembrano quasi voler continuare la campagna elettorale. Volendo anche per le elezioni europee, che sono dietro l’angolo. La democrazia è come il maiale, non si butta via niente.

Salvini potrebbe essere quello più tentato di andare nuovamente al voto: in un paese dove il giorno dopo le elezioni si va ad ammazzare i neri per strada questa Lega può aumentare rapidamente i consensi. Invece nel medio-lungo periodo ancora  di più potrebbe aumentarli il M5S, specialmente se dovesse restare all’opposizione nonostante i numeri ottenuti.

Di Maio è invece impegnato a cercare di cannibalizzare ciò che resta del PD,  uno dei partiti dai quali proviene parte del consenso pentastellato, cercando in tal modo di accreditare un po’ più a sinistra il nuovo corso del M5S. Questa strategia parte da lontano, da quando Grillo si candidò alla primarie del PD pur non possedendone i requisiti, semplicemente per farsi rifiutare e conseguentemente polarizzare contro l’avversario.

Quando il comico dichiara, come successo di recente, «La specie che sopravvive non è quella più forte, ma quella che si adatta meglio. Quindi noi siamo dentro democristiani, un po’ di destra, un po’ di sinistra e un po’ di centro, possiamo adattarci a qualsiasi cosa quindi vinceremo sempre noi sul clima, sull’ambiente, sulla terra», non sta facendo altro che rinfocolare l’approccio sostanzialmente destrorso, ma questa è materia per scienziati e filosofi della politica, o per chi, banalmente, ancora ricorda come si svolsero i totaritarismi distopici del Novecento.

La lista dei ministri in pectore presentata da Di Maio ha strizzato parecchio l’occhio a un centro-sx che da qualche anno si era spostato su una politica tendenzialmente di destra liberale. Non è un caso che anche Confindustria e Marchionne oggi sdoganano i grillini col bastone e la carota, ma senza toni apocalittici.

“Sono un partito democratico, non fanno paura” sentenzia anche il presidente degli industriali Vincenzo Boccia, che però avverte: “Riteniamo che alcuni provvedimenti abbiano dato effetti sull’economia reale in questo momento storico, in particolare il Jobs Act e il piano Industria 4.0. Smontarli significa rallentare, invece dobbiamo accelerare. Se vogliamo ridurre il divario e aumentare l’occupazione nel Paese abbiamo bisogno di una precondizione che si chiama crescita”. Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fca, dal Salone dell’auto di Ginevra: “Salvini e Di Maio non li conosco, non mi spaventano. Paura del M5s? Ne abbiamo passate di peggio”.

Siamo lontani anni luce dai tempi dello streaming con Bersani, oggi il partito di Di Maio ha imparato alla meglio le regole del politichese e sa bene che disgregare le truppe dell’avversario più debole è strategicamente fondamentale sia per avviare al meglio i futuri colloqui di governo, che per andare a nuove elezioni, magari sancendo un bipolarismo M5S-centro-dx.

Non stupiscono le aperture di credito verso un assetto M5S-PD derenzizzato; Salvini fa molta paura ai mercati finanziari, mentre pentastellati e centro-sx condividono una visione neo-liberista ispirata al Club di Roma e alla dottrina economica viennese, che ha molto in comune con l’anarco-capitalismo delle piattaforme digitali. Un PD senza Renzi porterebbe il M5S più a sinistra? Molto difficile crederlo.

Di Maio deve nascondere una vittoria fragile, un risultato che non ha superato il 35%, figuriamoci il 40% auspicato. Il movimento è debole al Nord, rispetto agli avversari,  e soprattutto perde qualcosina nelle città dove è in carica, come Roma, Livorno, Torino. Allora il Capo Politico deve necessariamente attaccare a testa bassa, ma non può farlo nei confronti di Salvini, perché il frame narrativo è comune su molti punti.

Una delle indiscrezioni sui nomi proposti per le cariche istituzionali è quello di Paola Taverna, personaggio posizionato da sempre sui temi cospirazionisti dal signoraggio al free-vax: mettere un ex- analista di laboratorio che pontifica sui massimi sistemi economici e scientifici in un posto di certo rilievo sarebbe il coronamento definitivo della mitopoiesi complottista di questi anni, in una sorta di rimediazione: Donald Trump all’amatriciana.

 A poche ore dagli exit-poll, Alessandro Di Battista già dichiarava “dovranno venire a parlare con noi”, parlando da leader consumato e da primo attore, nonostante il famoso passo lato. Lo stesso Di Battista una volta diceva «Il giorno che il MoVimento 5 Stelle dovesse allearsi con i partiti che hanno distrutto l’Italia, io lascerei il MoVimento 5 Stelle», ed è poco credibile nel volersi oggi accordare col PD, “uno dei partiti che hanno distrutto l’Italia”.

Quando Paolo Flores D’Arcais invoca “la mossa del cavallo” lancia una provocazione interessante, ma forse tralascia nell’analisi un elemento chiave: il M5S non è più il movimento anti-estabilishment dei primordi, ma è il post-partito personale di Di Maio, che raccoglie preferenze bulgare al Sud col reddito di cittadinanza, laddove Berlusconi nel ’94 aveva fatto lo stesso con “1 milione di posti di lavoro”. Una forza nazional-popolare, simile per molti versi all’ultima versione del PD:  personalizzata e appiattita, pregna di leaderismo, poco incline alla mediazione, progressista e conservatrice allo stesso tempo. D’Arcais ha ragione nella sostanza, ma evita di sciogliere il nodo gordiano: un M5S come forza eterodiretta dall’alto ma apparentemente espressione popolare è il miglior cavallo di troia che l’estabilishment ha in mano in questo momento, soprattutto se dopo un giro di opposizione arriva al 50% e spazza via ogni residuo di politica tradizionale.

Il dualismo dei due vincenti M5S-Lega riflette l’immagine di un paese spaccato in due, perso in uno stallo alla messicana con Renzi terzo incomodo.  Il M5S si accredita come unico soggetto capace di rappresentare il popolo, contrapponendo dall’altro lato tutto il male possibile, in  maniera populistica e col chiaro fine di schiacciare gli altri come nemici, dopo avergli teso la mano. Un trucco talmente plateale che persino Berlusconi ha teso la mano a Renzi: “Credo che il Pd debba in fretta ritrovare un’identità e un ruolo: una democrazia ha bisogno di un partito di sinistra moderno e democratico. D’altronde la sua crisi riflette quella delle sinistre in tutt’Europa, prive di idee per il 21° secolo. È un tema che va ben al di là del ruolo di Renzi, sulla cui posizione non tocca a me dare giudizi”.

Morale della favola: Di Maio e Salvini si prendano le proprie responsabilità e poi vediamo cosa succede quando c’è da votare la fiducia. La sinistra torni a fare una politica di sinistra, superi il renzismo, torni nelle strade e magari dopo un bel giro di opposizione ne riparliamo. Sempre che il paese non vada in default.

Ultima considerazione a partire dal titolo del recap, c’era una volta la rete. Lega e M5S sono i partiti con la maggiore penetrazione social mediatica e ormai i tempi sono abbastanza maturi per capire che i cosiddetti new media digitali sono parte integrante dell’ecosistema della comunicazione, sovrapponendosi con gli altri a partire dalla tv, che del resto sia leghisti che pentastellati usano alla grande.

Nel M5S la rete degli attivisti ha cessato la sua funzione organizzativa e funzionale, tanto che oggi è tutto deciso da un inner circle. Lo stesso Grillo, alla domanda sulla gestione delle consultazioni, ha risposto “decide il Capo Politico”. Decide la rete, uno vale uno, sono slogan del passato e chissà che Grillo non abbia pronto un backup stile time machine per tornare alle origini, mentre Dibba è alle prese con la paternità e con le vacanze americane.