Risultato prevedibile, ora evitare gli errori del passato ventennio

La terza repubblica che si agita nel freddo di questo 5 marzo 2018 ricorda tanto il 1994 del primo shock berlusconiano: elezioni vinte col partito-azienda in pochi mesi di spregiudicata campagna contro la “vecchia” politica, che in realtà era nascosta tra le pieghe del nuovo assetto, garantendo di fatto continuità politica e amministrativa.

Il partito-azienda del 2018 è il M5S, che dopo il boom del 2013 conferma la tendenza a essere il primo partito per preferenze espresse, con punte del 50% in Campania, luogo dove nacquero i primi e fondamentali assembramenti grillini e dove ancora resiste un ortodosso come Roberto Fico.

Al sud il M5S argina in parte la Lega,  mentre Salvini sfila lo scettro a Berlusconi, ricordando un po’ la passione dei riti sacrificali e di transizione, durante i quali il corpo del vecchio re viene macellato, metaforicamente, dal nuovo dominatore. Fuor di metafora, Mediaset perde in borsa il 4,5% e coi numeri raggiunti da Salvini e Di Maio trema anche l’euro e molti speculatori si danno di gomito sul possibile default italiano.

« … quale colore avrà la ragnatela che il fato sta ora intrecciando sul telaio del tempo? Sarà bianca o rossa? Non lo sappiamo. Una pallida, tremante luce illumina le parti già ordite. Il resto è avvolto nell’oscurità, nella nebbia. »

Il paese svolta decisamente a destra, premiando il liberalismo destrorso e soft di Di Maio e la xenofobia arrembante di Salvini, ma è difficile pensare che le due forze possano allearsi per un governo di scopo: i due galli nel pollaio hanno modo di guardarsi intorno e cercare i giusti spalleggiatori, ma la coalizione di centrodestra resta al momento la più papabile, nonostante il ridimensionamento della Meloni.

Col M5S divenuto baricentro politico, inizia una fase nuova nel movimento, che in realtà andrebbe visto come il PDM, partito Di Maio, alla ricerca di mediazione e con la consapevolezza di non poter dissipare questo successo elettorale: bisogna contare il più possibile, assegnare poltrone e spartire i posti, soprattutto per silenziare i malumori interni degli ortodossi e prevenire i prossimi scossoni legati alle cause legali per il simbolo e i regolamenti associativi.

Soprattutto, il PDM è anche legato funzionalmente e organizzativamente alla Casaleggio Associati, quindi nella stessa situazione del Berlusconi del ’94: andare al potere per ratificare il conflitto d’interessi e difendere l’azienda, un leit motiv che prossimamente vedrà scendere in campo nuovi imprenditori politici; un nome probabilissimo su tutti, Urbano Cairo, divenuto negli ultimi tempi la quarta colonna grillina.

Queste analisi resteranno centrali per chi si occupa di politica e comunicazione e meno utili per il dibattito concreto, occorre guardare oltre per contrastare al meglio l’ondata populista-xenofoba. Porre l’accento sulle contraddizioni e sui vulnus democratici è completamente inutile, come insegnano gli anni passati a sollevare questioni etico-morali su Berlusconi: all’elettore pentastellato poco importa dei conflitti d’interessi o di eleggere rappresentanti teleguidati da un’azienda, così come l’elettore salviniano poco è interessato ai processi post-coloniali o alla storia economica del mediterraneo.

L’elezione di Trump dovrebbe insegnare in tal senso: rispetto ai sentimenti parapolitici sfruttati da questi personaggi, abili nel manovrare l’influenza sociale generando consenso usando le leve della paura e del risentimento, è inutile contrapporre le armi del buon senso, o del ragionamento empirico, logico, razionale. L’egemonia politica del futuro si gioca tutta su elementi emozionali, paure primordiali, contrapposizioni identitarie o presunte tali.

La politica tradizionale stenta e gli estremi opposti nemmeno pagano più: Potere al Popolo dimostra come un radicamento territoriale e una politica territorializzata possano portare a un risultato minimo anche su scala nazionale, mentre le liste di estrema destra non raccolgono i frutti della campagna d’odio post Macerata, invece raccolti al nord da Salvini e al sud da Di Maio.

Potere al Popolo in pochissimo tempo e senza risorse è riuscito a ottenere poco più del 1%. La sinistra in Italia va completamente rifondata e forse i partiti tradizionali dovrebbero guardare a questa neonata esperienza, che ha poca dimestichezza con la politica istituzionale, ma ne ha tanta sul territorio. La sinistra deve capire che anche stando lontani dai palazzi si può costruire qualcosa di importante; riprendersi gli spazi sociali e di partecipazione è prioritario,  mentre gli altri usano i comici-influencer e il marketing virale, piuttosto che le botnet russe per spammare su Twitter. Guardiamo avanti.

Ultima considerazione su questo: Lega e M5S vincono anche perché sono i migliori nella strategia crossmediale, ma coi social media ridotti a broadcasting televisivo la soglia di entusiasmo e coinvolgimento digitale verrà piano piano appianata; forse le nuove generazioni saranno meno vulnerabili, cognitivamente ed emotivamente, ai messaggi iper-semplificati e alla politica pop.

Poteva andare peggio? Decisamente, la risposta è sì. Poteva andare peggio perché il M5S ha preso “solo il 32%”, con Grillo defilato e Di Battista in naftalina, nonostante gli scandali come Rimborsopoli, nonostante le pesanti debacle di Roma e Torino. Adesso ai pentastellati tocca mediare, forse potrebbero addirittura mitigare l’effetto Salvini, magari spostandosi un po’ più a sinistra. Del resto il M5S resta in tal senso il partito pigliatutto, il patchwork politico di cui ogni elettore può vedere il colore che preferisce, magari mescolando temi ecologisti e neo-globalisti con le ultime bufale sui migranti o sui parenti della Boldrini.

É la post-ideologia, bellezza.