Il gioco delle 3 carte

La politica degli ultimi 20 anni è percepita da una buona parte dell’elettorato come perdente. Tralasciamo le ragioni, ottime e abbondanti per carità, che la casalinga di Voghera e il signor Rossi di Milano espongono a sostegno di questa tesi. Non occorre essere accademici e studiosi per osservare la catastrofe in atto.

Il problema è che nel gioco d’azzardo spesso si perde e la bravura nell’attirare sempre nuovi giocatori, nonostante ciò, sta nell’abilità di chi dà le carte e poi le rimescola, le rigira e le scoperchia. Inoltre, in uno scenario d’eccezione, stress ed emotività possono giocare brutti scherzi.

Il Vaso di Pandora scoperchiato da Tangentopoli e prontamente richiuso da Silvio Berlusconi negli anni successivi; la crisi della sinistra dopo gli anni 2000; la grande Crisi Monetaria del 2008 e l’esplosione dello scandalo della Casta. Questi sono gli eventi che in massima parte hanno determinato una vasta sfiducia e mancanza di credibilità nella politica di questo paese.

La risposta, antipolitica nella forma e politica nella sostanza, l’ha data Berlusconi per tanti anni: votate me, non sono politico di professione, non ho bisogno di soldi a differenza degli altri. La sostanza politica del berlusconismo si è generata da una classe di professionisti della cosa pubblica, spesso ripescati dai vecchi partiti, mentre la macchina del marketing e della comunicazione del Biscione stravolgeva il linguaggio politico e culturale della nazione. Se oggi la campagna elettorale italiana è povera di contenuti e piena di insulti, in buona parte lo dobbiamo a questo insieme di cose.

Per distruggere il discorso berlusconiano non sono serviti anni di contrapposizione, i processi nei tribunali e le ossessioni travagliesche, ma uno scandalo sessuale. Il lascito peggiore del berlusconismo è nelle sue filiazioni, da un lato quella digitale del M5S, dall’altro quella del renzismo. La grande vittoria di Berlusconi è ripresentarsi nel 2018, contro avversari che di lui hanno copiato tutto o quasi, mettendo la rete al posto della tv come nel caso di Di Maio; cambiando un po’ lo stile e l’immaginario, come dimostra lo spot elettorale post-televisivo di Renzi.

A partire da queste considerazioni, l’unica carta vincente potrebbe sembrare oggi quella del M5S, quantomeno per ricambiare a livello profondo la classe politica. Molti, anche a sinistra, credono in ciò, come testimonia la seguente intervista .

“Mentre li voto, li attacco”. Siamo al limite dell’ossimoro. O, forse, siamo semplicemente al “voto tattico”, così come lo definisce lui stesso. L’attore Ivano Marescotti, comunista doc, candidato alle ultime Europee per la lista l’Altra Europa con Tsipras, ha deciso di “ingoiare il rospo”: il prossimo 4 marzo andrà a barrare il simbolo del M5S “come argine a Berlusconi, alle destre xenofobe e contro qualsiasi ipotesi di inciucio”.

Fatta eccezione per gli elementi della salvaguardia dell’ambiente e qualche timido accenno di “decrescita felice”, sui temi economici e sociali il programma di M5S è di destra. Se aggiungiamo che ecologismo e decrescita non sono necessariamente temi proprietari della sinistra, diventa ancora più difficile cercare di posizionare da qualche parte il programma pentastellato.

Inoltre, a guardare i temi storicamente grillini come l’uscita dall’euro, si rischia di incappare in una cancellazione stile 1984, letteralmente. Ooops… Error 404 Sorry, but the page you are looking for doesn’t exist.

Mentre la Lega Nord ha candidato il padrino del fronte No Euro, Alberto Bagnai, il M5S può riassumere la posizione attuale col video seguente.

Niente ha finora scalfito la narrazione del M5S: firme false, Rousseau piattaforma disfunzionale e spiona, la fuga di personaggi storici come Borrelli. Lucia Annunziata ci ragionava giorni addietro, Aldo Giannuli faceva giustamente notare che lo scandalo sarebbe piuttosto nel programma.

Nel frattempo Beppe Grillo, alle prese anche con una sentenza che scagiona chi lo aveva definito evasore fiscale e dopo la rapida comparsata in Campania con di Di Maio, ha annullato alcune date del suo spettacolo, annunciando la ripresa in occasione delle date chiave di marzo, ovvero l’insediamento del Parlamento.  Il 23 marzo sapremo se le strade, Di Maio nei palazzi di governo e  Grillo on the road again, si divideranno veramente.

Per quanto gli scenari post-voto siano tutto sommato facilmente ipotizzabili, i numeri possono variare un bel po’ nelle prossime settimane, generando anche scarti importanti. Se il trend del centrodestra resta l’unico vincente e il M5S resta il primo partito, nel caso di un governo di scopo tutto può succedere, idem in caso di grande coalizione. Mettendo gli ego da parte, Salvini, Di Maio, Berlusconi e Renzi potrebbero lasciare spazio nel proscenio a personaggi come Minniti o Draghi, per evitare il rischio del default e riorganizzare le forze in vista dei futuri scontri.

Quando Luigi Di Maio si rivolge agli elettori dicendo che la posta in gioco sono “i prossimi 10 anni”, non dice bugie: 10 anni è la durata esatta della sua carica di capo politico del M5S, come da ultimo statuto varato a fine 2017. Un decennio durante il quale scenderanno in campo nuove forze, nuovi soggetti, nuove narrazioni.

Luigi Di Maio contro esclusi alle parlamentarie, uno a zero. Nel M5S mancano i «canoni minimi di democrazia interna» ma i candidati li sceglie il capo politico a prescindere dalle parlamentarie

L’inchiesta Rimborsopoli e quella di Fanpage sulla Monnezzopoli che peso avranno sul futuro dei due soggetti politici che al momento godono di maggior polarizzazione?  Dopo le prossime elezioni torneremo a una situazione bipolare, seppur con grande frammentazione dei soggetti partitici?

Le reazioni a Rimborsopoli dei fan pentastellati non sono diverse da quelle degli appartenenti ai fandom politici tradizionali. La politica è ormai solo un processo emozionale, per questo la partecipazione digitale aumenta: è più facile cliccare ed esprimere mi piace/non mi piace, piuttosto che scendere in piazza o presentarsi a un consiglio comunale.

Il paradosso delle 3 carte in questo scenario politico è quantomai evidente: al giocatore-elettore sembra conveniente giocare, ben 2 risultati su 3 sono sostanzialmente uguali: il governo di centrodestra differisce pochissimo da quello del M5S, l’unica differenza è col centrosinistra che non persegue ufficialmente una politica xenofoba, ma ha come traghettatore della grande coalizione Minniti, non propriamente un paladino dell’integrazione. Non esiste una terza via praticabile, oltre al default e al commissariamento.

In uno scenario simile l’unico voto antisistema è Potere al Popolo, probabilmente una sorta di contentino, o meglio un trampolino per un De Magistris su scala nazionale. Il numero più interessante del 4 marzo, alla luce di tutto ciò, sarà quello degli astenuti?