[recap elettorale] Tu chiamale se vuoi, accelerazioni

Mancano tre settimane circa al voto e i fatti di Macerata, più che la Rimborsopoli grillina, segnano il passo di questa campagna elettorale. Mentre i pentastellati perdono probabilmente poco o nulla per via dello scandalo interno delle mancate restituzioni, il centrodestra unito resta la coalizione col trend vincente. Stabile il centrosinistra, ma senza possibilità di vittoria, mentre salgono le possibilità di superamento della soglia per Potere al Popolo. Il M5S sarà in ogni caso il primo partito italiano, ma difficilmente avrà i numeri per governare, ancora più difficilmente avrà gli uomini per farlo.

I numeri dell’ultima media sondaggi di Termometro Politico sono adatti a fotografare la situazione.

Sicurezza e immigrazione restano i temi caldi, cristallizzando l’agenda politica in maniera sterile: non ci sono argomenti, manca il dibattito e di conseguenza la Rimborsopoli grillina diventa un boomerang per gli avversari, avendo il merito di mettere più che altro sotto i riflettori il M5S. Di Maio del resto è riuscito a dare un’interpretazione coerente della faccenda: redde rationem e cacciata degli impuri. Seppur tra mille contraddizioni e tutto sommato senza alcuna garanzia che lascino davvero il seggio, se eletti.

Chiaramente, i tempi della politica, ancor di più se elettorale, sono rapidi,  quelli socio-antropologici molto più lenti: nel lungo periodo la perdita dell’innocenza peserà sulla storia del movimento e forse renderà più netto lo stacco col post-partito personalizzato e costrutito intorno a Di Maio. Qualcosa già si intravede.

 

In un paese dove circa 1 persona su 2 crede alle bufale digitali, ovviamente crescono le narrative xenofobe e razziste, come nel caso della donna che si è invetata di sana pianta di essere stata rapinata da un extracomunitario,  che fa il paio con quello, più grave per gli effetti, del ragazzo di colore accusato ingiustamente di viaggiare gratis in treno e divenuto virale su Facebook.

Se il centrodestra vincerà come prevedono un po’ tutti i sondaggi, oltre a far saltar fuori un premier che metta accordo tutta la coalizione, dovrà affrontare le divergenze parallele tra Salvini e Berlusconi  e al contempo rispondere all’elettorato sui temi della sicurezza. Considerato che nessun governo può usare la bacchetta magica per spostare l’Italia dal centro del Mediterraneo al Mar del Nord per evitare gli sbarchi o dichiarare guerra all’Africa e riprendersi le colonie, è piuttosto scontato credere che il centrodestra avrà vita difficile nel far durare il patto per tutta la legislatura.

Ecco perché i numeri delle elezioni possono far slittare di molto alcuni equilibri, a cominciare da quello interno del PD, in quanto se Matteo Renzi dovesse tenere botta, potrebbe poi sperare di rintuzzare in un governo di grande coalizione, dopo un’eventuale uscita di scena da parte di Salvini e Meloni. Un PD che riemergerebbe, magari giocandosi la carta Minniti, uno degli uomini che al momento è gradito urbi et orbi nello scacchiere politico.

Anche Di Maio potrebbe sperare in un governo di scopo, come egli stesso  ha dichiarato, e smentito, più volte. In cuor suo, estromettendo dal tavolo l’odiato Renzusconi e dialogando con Salvini: del resto il programma del M5S per il 2018 è orientato decisamente a destra, prende qualcosa anche da Renzi e sui migranti sta con la Lega, praticamente un passepartout.

Ma tutto questo è al momento fantapolitica. Bisogna attendere i numeri precisi, vedere cosa faranno gli astenuti storici, gli indecisi e tutti coloro che migrano il proprio voto a seconda dell’umore: anche piccole variazioni potrebbero influire su uno scenario così complesso.

Le accelerazioni cui si faceva riferimento in apertura riguardano propri gli scenari fantapolitici, alcuni dei quali si sono concretizzati sin troppo precocemente. Da un lato l’abbandono di David Borrelli, ex pretoriano grillino della prima ora e fedelissimo della dinastia Casaleggio, fuoriuscito dal gruppo M5S europeo e passato al misto, annunciando tra l’altro di voler fare politica con un altro movimento, a trazione aziendalista-leghista. Borrelli non scappa da Rimborsopoli ed è anche membro dell’associazione Rousseau, per quanto subordinato a Davide Casaleggio. Un caso da seguire, di cui si attendono sviluppi e che, stando a sentire gli umori dei grillini ortodossi, sembra una caduta di pietrisco che precede la slavina.

Un indizio che confermerebbe ciò lo porta Massimo Colomban, pochissimi gradi di separazione con Borrelli e Arturo Artom, imprenditore tra i fondatori del circolo Confapri, fuoriscito dalla giunta Raggi e in vena di dichiarazioni polemiche.

Che impressione le fece Grillo?
«Un istrione e un sognatore. Di economia capisce poco. Adatta il socialismo reale al terzo millennio. Tende a mandare in vacca gli argomenti. Se affronti una questione seria, svia il discorso, prende tempo».

In un’intervista alla Stampa l’ex assessore alle Partecipate del Comune di Roma sembra non solo volersi liberare dai sassolini nella scarpa, ma di voler polarizzare Grillo a sinistra, molto a sinistra, come uno statalista sovietico quasi.

L’elettricità si ricava dagli idrocarburi.
«“Tu ami suv e gru”, mi prendeva in giro. Io gli rispondevo che la Silicon Valley è avveniristica perché prima i vari Steve Jobs hanno fatto i soldi con cui costruirla. Il fatto è che Grillo disegna un modello di società che non deve creare ricchezza. E pretende che a guidarlo sia solo lo Stato, con la Cassa depositi e prestiti a finanziare le imprese».

Dichiarazioni che fanno riemergere con forza il frame tecnoutopico ed ecologista del primo M5S, quasi un invito a far tornare il Comico al centro del palcoscenico politico. Magari con una nuova e più consona spalla, come il Dibba-Che Guevara rossobruno.

L’altro lato della medaglia, l’altra accelerazione importante, è quella prodotta da De Magistris, che annuncia anche lui anzitempo la scontata discesa in campo nazionale, nella speranza che il M5S esploda in cocci, divorato dalle sue contraddizioni  e dalle ormai troppe dicotomie internet: ortodossi vs. governisti, grillini vs. casaleggini, dibba vs. dima, ecc.

Anche DeMa sceglie l’intervista e le sue parole confermano che l’agenda politica è stata saturata dai fatti di Macerata, forse in maniera eccessiva. Non manca il frame giustizialista, unito al masaniellismo che ha contraddistinto da sempre, si ricordino le bandane e gli slogan tipo “amm scassat tutt’ cos”, un personaggio politico nato nel laboratorio pregrillino, ovvero l’IDV ai tempi della gestione della comunicazione da parte della Casaleggio Associati.

Innanzitutto la questione morale, ma con i fatti e non a chiacchiere. Con il contrasto a mafie e corruzione e con facce nuove e con storie credibili alle spalle. Poi il tema dei beni comuni che unisce tutti i comitati e le associazioni, il valore del protagonismo popolare e la centralità della persona: il tema della redistribuzione delle ricchezze per la lotta alle disuguaglianze. Inoltre, superare il modello economico liberista che ha contraddistinto gli ultimi 40 anni della politica nazionale ed europea. Infine, proprio con un’alternativa credibile alle destre si può contrastare l’onda di odio verso i migranti: un progetto non rinchiuso nel tradizionale e angusto centrosinistra, ma sappia parlare all’intero Paese ed essere capace di costruire un’Italia non del rancore ma della ricchezza nella diversità. Questo può permettere di fermare un pericoloso vento di destra che spira in tutta Europa.

Chissà se dopo queste indigestioni fantapolitiche non ci aspetti un lungo balletto post-elezioni, per tornare mestamente alle larghe intese con un Gentiloni-bis. In attesa della tempesta perfetta, ma questa è un’altra storia.