Grillo divorzia da Casaleggio. Cambiare per non morire?

Anni fa Beppe Grillo ospitava sul suo blog Julian Assange, faceva il tifo per il Partito Pirata, strizzava l’occhio alle controculture digitali. Sembra passata un’era geologica, basti pensare alle recenti dichiarazioni, in seno alla kermesse del M5S a Pescara, di uno dei capi dell’associazione Rousseau, Massimo Bugani.

Per il responsabile di Rousseau il problema sono gli hacker “che vanno a prendere i dati di grandi piattaforme. Da un Garante noi ci aspettiamo una condanna degli hacker. Certo che conserviamo i dati”, aggiunge poi, senza spiegare perché il voto elettronico degli iscritti non resti anonimo. “Ricordate che vanno condannati gli hacker invece di fare gli sciocchini con queste dichiarazioni”, taglia corto Bugani.

In maniera quasi ostentativa Bugani ignora tutti i problemi palesati da Rousseau – mancanza di privacy, mancanza di anonimità nel voto, profilazione estrema degli utenti – e getta la croce sugli hacker.

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Eppure le Parlamentarie più che da Mr. Robot sembrano uscite da un film di Fantozzi, tra candidati a loro insaputa, delazioni per far fuori avversari scomodi, spiate a colpi di screenshot per escludere chi aveva espresso critiche al movimento, addirittura la censura verso il turpiloquio. Il movimento fondato sul V-Day – letteralmente “giorno del vaffanculo” – che esclude i candidati per una parola di troppo? Eh sì, è proprio passata un’era politica rispetto allo spirito del 2007, delle prime liste civiche, dei primi attivisti.

A Civitavecchia, comune a 80 chilometri da Roma amministrato dal Movimento, la guerra tra gruppi incrociati ha già lasciato sul campo Andrea Palmieri, delegato all’attuazione del programma del sindaco Antonio Cozzolino, e il docente universitario Giuliano Gruner, ritiratosi con una lettera.

Non si contano i casi in Sicilia, Puglia e Campania, le regioni con più autocandidature, “ma anche quelle dove abbiamo scremato di più” spiegano dal Movimento. Ma l’aria è pesante anche altrove, come spiega un iscritto lucano al Fatto Quotidiano:“Hanno tolto attivisti storici per un vaffanculo scritto su Facebook contro un avversario, e si tengono personaggi di dubbia moralità”.

La scrematura è servita a cassare ex di altri partiti, complottisti, personaggi borderline in cerca di visibilità, mentre gran parte dei politici uscenti è stata confermata, tranne ad esempio Scibona, il senatore NoTav.

I big correranno ancora e avranno il supporto di personaggi famosi neoentrati, come i giornalisti Gianluigi Paragone ed Emilio Carelli, il comandante De Falco; avanzano pure le parentopoli e i portaborse, segno che la fedeltà paga e che ormai la mutazione post-partitica è completa. Esemplare la storia di un grillino della prima ora, non più fedele alla linea, finito nel tritacarne della rete o gogna mediatica 2.0.

Il lungo addio di Grillo, iniziato tempo addietro e sempre posticipato, probabilmente non avverrà mai del tutto. I regolamenti certificano che c’è ancora lui, assieme a Di Maio, per determinare i destini del M5S, anche se chiaramente il grosso della truppa elettorale sarà decisa dal capo politico di Pomigliano, piuttosto che dal comico genovese.

Anche il prof. Aldo Giannuli non ha mancato di evidenziare le aporie pentastellate e del resto anche Il Fatto Quotidiano, da tempo,  non riesce più a chiudere un occhio, o entrambi, su queste problematiche. Come sottolinea Giannuli, il prevedibile ripetersi del boom elettorale del M5S sarà una logica conseguenza del voto anti-estabilishment, ma senza più la carica propulsiva del 2013 e col rischio di un totale cancellamento del progetto originario. Analisi fin troppo benevola, ma ormai una buona fetta di accademia non vede l’ora di saltare sul carro del vincitore, figuriamoci chi sul carro c’era da prima.

Questo è il nuovo M5S, il partito personale di Di Maio, Casaleggio, Spadafora, Casalino: una macchina aziendale col logo, che continuerà a correre, oltre qualsiasi risultato politico, sia esso positivo o negativo. Il problema non è tanto governare l’Italia, ma accrescere il potere dell’organizzazione.

Il nuovo corso prevede una comunicazione impeccabile, marketing organizzativo, formazione, propaganda, consenso, tutto ingegnerizzato.

Per capire dove si biforcano i destini del nuovo M5S e di Beppe Grillo bisogna tornare a spulciare le dichiarazioni, le mezze parole, i colpi di fioretto con Di Maio.  Laddove Grillo pone il veto sulle alleanze post-elettorali, Di Maio le supporta, guardando alla Lega, storico pallino di Casaleggio padre e serbatoio di voti riempitosi con il dissolvimento della Terza Italia – il tessuto sociale della piccola e media impresa nel nord-est – e la diaspora dell’elettorato dai partiti della sinistra storica. Fenomeno precursore del post-ideologismo e della finanziarizzazione dei mercati, nonché della disintermediazione dai tradizionaili ambienti politico-culturali.

Di Maio: «La sera delle elezioni lancerò un appello alle forze politiche a dare la fiducia al nostro programma». Grillo non la pensa così, il tema della alleanze, che però non sono più vietate dallo statuto M5S, non gli va bene: «Da qui iniziano gli ultimi giorni di campagna elettorale, vogliamo andare al governo. Noi siamo l’unica forza politica nuova»

Ancora, sulle Parlamentarie svolte in Rousseau, il comico ha ammesso che forse ci sono stati errori, da recuperare in futuro facendo miglioramenti, mentre Di Maio ha continuato a sostenere l’assoluta regolarità.

Grillo adesso vuole andare  «in cerca di visioni e di folli, di quell’utopia che ti porta ad andare avanti», per ritrovare lo spirito delle origini, mentre Di Maio col suo staff elettorale cerca di capire dove trovare sponde politiche: forse con Liberi e Uguali di Grasso?

Di Maio sogna «un governo di scopo per realizzare pochi punti importanti per l’Italia». Sente che il momento è quello buono: «Lo capisco anche da quanto ci cercano gli imprenditori».

Motivo per il quale gioca su tutti i tavoli, si scaglia un giorno contro gli immigrati e il giorno dopo si dice europeista e contrario al Refendum sull’Euro, poi presenta il reddito di cittadinanza come panacea di tutti i mali, ma omette di spiegare che il dispositivo non è molto diverso dalle politiche neo-liberiste dei passai governi. Cancellazione della Fornero, no-tax area, cancellazione di Buona Scuola e legge Lorenzin sui vaccini, uno sguardo alla politica estera di Putin come nuovo alleato: il programma del M5S interseca quello della destra populista, intercetta gli umori del populismo xenofobo e piccolo-borghese,  ma in ciò è troppo simile alla vecchia politica; riprende discorsi vecchi e li ammanta del finto-nuovo digitale.

A sentire Luca Eleuteri della Casaleggio Associati, il Blog di Grillo era in perdita e per questo è stato lasciato al suo destino. Del resto sul nuovo simbolo del M5S c’è ilblogdellestelle.it, mentre il blog di Grillo è stato rifatto daccapo, con particolare attenzione a rimuovere storie pseudoscientifiche e amenità complottare. Ugualmente sono stati rimossi, svuotati e rimessi in pristino, opportunamente bonificati da contenuti bufalari, anche TzeTze e La Fucina. Il restyling è probabilmente una mossa preventiva contro il rischio di vedersi piombare la polizia postale nei server della Casaleggio Associati, dopo che il ministro Minniti ha varato il servizio anti fake news.

Provate a immaginare cosa sarebbe potuto accadere se migliaia di utenti, magari gli esclusi dalle Parlamentarie o semplicemente gli avversari politici, avessero iniziato a segnalare in massa le pagine della galassia grillina, costringendo la Casaleggio Associati ad aprire la scatola nera.

Ma questo forse succederà ugualmente.  L’hastag #annullatetutto ha spopolato sui social network, i gruppi dei dissidenti si sono organizzati e gli studi legali  stanno affilando le armi sul tema. Non è dato sapere dove nascono gli errori del sistema informatico, dove operano invece le decisioni prese a tavolino dallo staff, nessun dato ufficiale è stato rilasciato. Lo statuto e il regolamento prevedono un atto che motiva l’esclusione,  ma non è arrivato a nessuno e del resto ormai ci sono tre diverse organizzazioni e tre diversi statuti da passare al vaglio. Se al momento i ricorrenti delle parlamentarie ( terza associazione contro seconda) sono forse qualche migliaio, a Genova c’è già un curatore nominato dal tribunale per disporre sulla causa dei 33 attivisti che si sono affidati all’avvocato Lorenzo Borrè (seconda associazione contro prima). Ecco perché Di Maio deve vincere e fare il massimo, pena il dover passare le forche caudine dei tribunali per i prossimi anni. Vincere per bloccare i tribunali e magari farsi qualche leggina ad personam, consolidando nel frattempo la Casaleggio Associati nel giro grosso.

Gli iscritti chiederanno “tre azioni cautelari”: avere da Beppe Grillo “i nomi e i dati di tutti gli associati alla prima associazione per poter convocare un’assemblea che nomini il nuovo capo politico”, “la tutela del sito movimento5stelle.it” nonché “l’inibizione del simbolo”.

Grillo sceglie il momento giusto per andare via. Intanto potrà riprendere a  fare gli spettacoli al suo meglio, che sono da sempre stati il collante politico del M5S, il principale mezzo di comunicazione che ha aggregato il popolo pentastellato negli anni passati.

Si sfila via dalle beghe giudiziarie, dal livore degli esclusi, dalle problematiche derivanti dalla personalizzazione e dalla mutazione del progetto originario. Via lo streaming, via uno vale uno, via il divieto della televisione, la campagna elettorale pentastellata è ormai indistinguibile da quella degli altri.

Ma Grillo ci ha abituato negli anni a questi colpi di scena. Quante volte ha detto di fare un passo di lato, salvo tornare più forte e decisivo di prima? Senza di lui, il M5S difficilmente potrebbe mantenere il consenso ottenuto in decenni di costruzione di immaginario; l’orizzonte pentastellato è troppo densamente popolato dalle figurazioni di Grillo, che non a caso sceglie oggi di parlare di robotica, intelligenza artificiale, Internet delle cose; elementi di sicura propaganda per il domani, quando saranno ormai sdoganati nel mainstream.

Roberto Fico, ritenuto uno dei capi dell’ala intransigente, è in silenzio da tempo. Alessandro Di Battista sta conducendo la sua personale campagna, alternativa a quella di Di Maio su diverse questioni. Il M5S era già spaccato in diverse correnti, che potrebbero ulteriormente dividersi, o compattarsi in caso di vittoria. Ma questa è molto difficile da ottenere; lo sa bene anche Grillo, che a partire dal 5 marzo, giorno dopo lo spoglio elettorale, cercherà il momento buono per girare le sue carte, dopo aver opportunamente adeguato il mazzo per giocare sui nuovi tavoli.