Di Maio Rischiatutto

Per vincere le prossime elezioni bisognerà dire tutto e il contrario di tutto, per cercare di attirare un elettorato sempre meno fidelizzato alla politica e sempre più propenso allo show emozionale e dozzinale, al fuoco proibito del tutto e ora.

Non a caso tutte le promesse finora snocciolate dai big politici sono ridicole, così come sono deprimenti le proposte; più che di fare qualcosa, i politici si preoccupano di disfare quanto i precedenti governi hanno fatto, giusto per polarizzare il sentimento anti-istituzionale, in mancanza di veri e proprio contenuti programmatici.

Di Maio rappresenta la mutazione generazionale e culturale della politica italiana, 20 anni fa sarebbe stato un candidato naturale all’interno di Forza Italia, oppure un perfetto attivista post-missino di Alleanza Nazionale; 10 anni fa sarebbe stato un rottamatore renziano, pronto a svendere gli ideali della sinistra storica e del socialismo sull’altare dell’ordoliberismo e del finanzcapitalismo.

Capacità di smanettare coi nuovi media, fotogenico, abbastanza bravo con la dizione, ma con la tendenza alla supercazzola e all’errore grammaticale che tanto colpisce l’elettore medio; Di Maio è il candidato ideale e per questo può vincere.

Oggi Di Maio è il presente della politica perché rappresenta al meglio una generazione perdente, che magari non ha finito l’università per mancanza di stimoli, voglia e capacità, ma che nel frattempo autonomizzava la paghetta riparando il computer dei coinquilini. Una generazione fuori dal mercato del lavoro, senza tutele, che può sperare di svoltare grazie alla ruota della fortuna sui server della Casaleggio Associati.

Una generazione che non avrebbe mai saputo gestire l’azienda di famiglia del padre, tirata su con tanti sacrifici nel dopoguerra, ma che sarebbe stato capace di renderla digitale, magari non con le proprie mani, ma pagando una sponsorizzazione su Facebook con la prepagata e il conto paypal.

Di Maio rappresenta la cesura definitiva tra un mondo precedente nel quale la parola era una e data, la verità sacra, complessa e sanguinosa, e la società liquida dove tante piccole verità possono coesistere; una tante quante sono le società di marketing e comunicazione capaci di supportarle.

A riveder le stelle? Del resto, se l’Italia dovesse andare in default, questa generazione non avrebbe nulla da perdere.

L’unico che ha da perdere molto è proprio Di Maio: le cause degli attivisti originari difesi dall’avvocato Borrè andranno avanti, Grillo si sfilerà perché non vuole rimetterci di tasca sua, i partitini di destra e sinistra estrema riporteranno, anche se lentamente, all’ovile i transfughi. O si vince adesso, o il partito personale cucitogli addosso potrebbe sfaldarsi piano piano.

Se il M5S dovesse realmente vincere le elezioni, non è detto che Di Maio sia capace poi di formare il governo e tenerlo in carica per almeno un paio di anni, il tempo giusto per evitare il collasso della nazione e al contempo varare leggi ad personam, come ai tempi del primo Berlusconi, per ratificare legalmente l’anomalia M5S-CasaleggioAssociati, come fu ForzaItalia-Mediaset. Dietro le quinte, Di Battista scalpita, pensando alle praterie che si apriranno nel post-Berlusconi/Renzi.