Anno nuovo, vecchia politica

Con lo scioglimento delle camere e l’annuncio di elezioni a marzo si chiude un quinquennio politico in cui si sono avvicendati ben 3 governi: Letta, Renzi, Gentiloni. Questa è stata la legislatura con l’età media più bassa, 48 anni, la percentuale maggiore di donne, 31%; nelle file del PD è stato eletto il senatore più anziano, Sergio Zavoli, e il parlamentare più giovane, Enzo Lattuca. Giulio Andreotti, Emilio Colombo e Carlo Azeglio Ciampi sono deceduti durante questo percorso, quasi a segnalare un passaggio epocale per la politica italiana.

L’introduzione scritta per Grillodrome due anni fa sembra quasi essere profetica, se riletta oggi:

La storia del M5S di Beppe Grillo è un continuo intreccio di elementi che precedono e oltrepassano la politica. […] Negli ultimi anni – in particolare dopo l’entrata in Parlamento del M5S nel 2013 – l’azione del comico ha iniziato apparentemente a riconfigurarsi. La posizione di Grillo – garante del movimento politico e concessionario del simbolo – ha perso progressivamente terreno, arretrando a favore del deus ex machina Gianroberto Casaleggio. Un equilibrio fugace spezzato dall’improvvisa morte del guru, con cui si è disciolta l’anima duale del M5S, un leviatano bifronte nato dalla fusione tra l’uomo del palcoscenico e quello del cyberspazio. La scomparsa, in termini politici e organizzativi, ha comportato il definitivo e necessario disvelamento della natura più puramente aziendalistica del partito pentastellato, dinasticamente legato alla Casaleggio Associati di padre in figlio.

Un’organizzazione post-partitica, strutturata attraverso piani intermedi e gerarchici, nella quale la politica rappresenta un asset aziendale, ugualmente a Forza Italia-Mediaset. La mutazione del M5S non supera la commistione di pubblico e privato, per- petrando un’anomalia sulla quale anche la magistratura, chiamata a rispondere sui ricorsi degli espulsi dal movimento, ha cercato di fare chiarezza. Il 2016 avrebbe dovuto essere l’anno del ritorno a tempo pieno di Grillo sui palcoscenici, ridotti palesemente a luogo di comizio già da tempo. Invece la morte del co-fondatore ha imposto un parziale ripensamento all’annunciato passo di lato del comico, mentre la struttura del movimento si è rafforzata e maggiormente stratificata per far fronte all’emergenza dello scenario.

Così meetup certificati e blog di Grillo hanno ceduto il passo a nuovi strumenti – web-app Rousseau e il nuovo Blog delle Stelle – rendendo il movimento ancora più centralizzato nel controllo, rispetto alla concessione del simbolo e alla certificazione di liste e candidature. Mutando in fondazione, con l’abbandono della formula tradizionale e a dispetto dei proclami storici – dall’uno vale uno alla trasparenza dello stre- aming – il M5S ha abbracciato pratiche politiche consolidate e tradizionali. Come decidere a porte chiuse sulle questioni di potere, oppure esprimersi attraverso livelli intermedi, distaccati dalla base e composti da organi e soggetti non eletti dagli attivisti.

I ricorsi degli espulsi finora gettavano luce sulla stranezza e sulle contorsioni organizzative del M5S e dal 20 dicembre 2017 si aggiunge una terza associazione con nuove regole, nuove strutture: la mutazione post-partitica è ormai completa per cucire un partito personale sulle spalle di Di Maio, capo politico e tesoriere, con Casaleggio Associati e Beppe Grillo apparentemente in retrovia.

Di Maio avrà potere di veto e potrà ricoprire due mandati di 5 anni come capo politico e tesoriere; si potranno candidare persone esterne al M5S, in modo da poter piazzare eventuali nomi di peso nei collegi uninominali. Il Blog delle Stelle viene ribadito come organo di rimpiazzo del Blog di Grillo, il che significa che server, dati, potere politico-organizzativo, saranno sempre gestiti dalla Casaleggio Associati. Quindi qualsiasi votazione online ci sia, controllore e controllato coincidono, con buona pace della trasparenza e dell’onestà.

«Gli indagati potranno candidarsi a meno che, nell’inchiesta in cui sono coinvolti, non emergano elementi idonei a far ritenere la condotta lesiva dei valori, dei principi o dell’immagine del MoVimento 5 Stelle, a prescindere dall’esito e dagli sviluppi del procedimento penale accettando, ora per allora, le determinazioni che sul punto gli Organi dell’Associazione a ciò deputati riterranno di esprimere»

La completa rottamazione del M5S prototipico – uno vale uno, no indagati, potere decisionale ai cittadini – , che già nel 2013 all’entrata in Parlamento era completamente diverso dal progetto originale, è quindi avvenuta.

Ci saranno il Comitato di Garanzia, ovvero Giancarlo Cancelleri, Vito Crimi e Roberta Lombardi,  e il Collegio dei Probiviri, Paola Carinelli, Nunzia Catalfo e Riccardo Fraccaro. Nomi che si affiancano a tanti altri – Dettori, Casalino, Bugani, Borrelli, ecc. – in una scatola cinese che prima o poi qualcuno, magari l’avvocato Borrè, riuscirà ad aprire.  Motivo per il quale il M5S è costretto a vincere le elezioni, per andare al governo e fare leggi ad personam per poter ratificare la propria anomalia.

La macchina elettorale di Grillo non ha perso tempo, come dimostra la polemica romana innescata da Di Maio, o le stesse distopiche dichiarazioni del comico “Se non saremo eletti questa volta dovremo pensare a delle elezioni per eleggere un popolo nuovo”.

Il popultainment del M5S non si fermerà, la perdita della base a favore del fandom non intaccherà la sua potenza mediatica e nemmeno le follie romane, che comprendono decisioni un tempo impensabili in seno a un movimento popolare, atteggiamenti dilettanteschi imbarazzanti per qualsiasi altra forza politica, oppure atti di continuità con la vecchia politica, che per un partito tradizionale avrebbero significato danni d’immagine notevoli.

Il bispensiero orwelliano e l’iperrealtà stile Matrix continueranno e finché il trend narrativo sul M5S non si invertirà, a loro tutto sarà concesso; peccato che non si tratti di una puntata di Black Mirror, ma del destino di una nazione intera, degli italiani tutti.

Come colto argutamente da Carlo Formenti, Di Maio icona pop funziona perché unisce idealmente un popolo trasversale, egemonizzato da anni di videocrazia televisiva,  poi internettiana; un aggregato sociale completamente disabituato alla lettura e all’approfondimento, disintermediato da scuole di qualsivoglia tipo – partito, parrrocchia, circolo culturale, associazioni, ecc. – e incapace di prendere decisioni autonome e ragionate. Un insieme la cui unità di base è un cittadino che pende dalle labbra dell’anchorman politico più seducente.

Ecco perché le incombenti elezioni del 2018 da un lato segnano la vittoria della vecchia politica, dall’altro invece evidenziano la vulnerabilità della nuova, sin troppo aperta alla ricezione delle passate logiche di potere. Di Maio è il figlioccio tanto di Berlusconi che di Renzi, porta in dote sia il lato aziendalistico che la personalizzazione del partito, copia un po’ la trasversalità politica del primo Cavaliere e un po’ la vocazione rottamatoria del primo Renzi.

Il crollo del PD impone scelte drastiche, non c’è più quasi nulla del partito di massa a base social-democratica, rimane una struttura logora ma ancora efficiente in alcune parti vitali, quelle più funzionali al disegno personale di Renzi. Manca una visione capace di unire a sinistra, mancano i soggetti per una transizione morbida verso una nuova politica, restano le macerie del referendum costituzionale e una spiccata propensione al centrismo, che ha irrimediabilmente snaturato il tutto. L’unica speranza di Renzi è tenere botta quel tanto che basta e sperare che Berlusconi venga tradito dai suoi alleati o che apra direttamente a una grossa coalizione, sin da subito.

Il Cavaliere è forte di una posizione invidiabile. Meloni e Salvini devono seguirlo per forza, se non vogliono rischiare di finire inglobati nell’antipolitica tout-court  e al contempo regalare spazi al PD. Certo, un governo Berlusconi-Salvini-Meloni dovrebbe rendere conto a qualche partitino di centro che col 3-4% potrebbe far ballare tutto, come ai tempi di Mastella. Inoltre dovrebbe affrontare una congiuntura economica non favorevole e confezionare politiche sociali di contenimento, una manna dal cielo per la propaganda antieuropeista, un campo dove il M5S potrebbe sottrarre spazio proprio alla Lega e alle destre.

Salvini e Meloni sono giovani, possono attendere che il Cavaliere faccia l’ultima passerella e magari dargli 2-3 anni di stabilità relativa, seppur di facciata, prima di mandare tutto a monte e magari tornare a fare 1-2 anni di caciara con un Nazareno bis.

L’unica strategia one-shot è quella del M5S; deve vincere perché gli serve il potere politico per consolidare la propria struttura, in barba a ricorsi, ex-attivisti e sogni utopici. Deve andare al governo per raccogliere attorno alla Casaleggio Associati i player, nazionali e internazionali, che garantirebbero una strutturazione di medio-lungo periodo; come negli utlimi governi si è favorito aziende come Amazon e IBM, il M5S potrebbe aprire invece a competitor come Microsoft e Poste Italiane, mentre Google e altri sono semplicemente già integrati nella strategia aziendale. Casaleggio ha in mente una piattaforma di e-commerce, Poste potrebbe offrire la logistica (che non a caso Amazon vorrebbe farsi da sola ormai da tempo), Google e Microsoft  non avrebbero altro che da offrire i loro servizi.

Il problema reale del M5S è riuscire innanzitutto a sfondare la soglia del 35%, in seconda battuta avere la giusta squadra di governo per tenere botta almeno un paio di anni. Alla prima palude parlamentare, alle prime fuffe politiche, il paese rischierebbe probabilmente il default.

Con l’astensione molto alta, il M5S potrebbe effettivamente vincere; a quel punto avremo tutte le risposte che meritiamo.