E ora qualcosa di completamente diverso

Negli ultimi mesi una serie di avvenimenti ha evidenziato la quasi definitiva mutazione post-partitica del M5S e al contempo ha costruito uno scenario politico che da qui a un anno difficilmente muterà in maniera considerevole, elezioni a parte. Proviamo a fare un recap generale a partire dalla Sicilia, dove meno di un anno addietro la situazione per il M5S era questa.   L’aria non era proprio delle migliori, come testimonia questo resoconto. In Sicilia il M5S ha chiuso un ciclo politico, infine ha perso contro l’alleanza di centrodestra. Uno scontro che si preannuncia come il tema centrale delle elezioni nazionali del 2018.

L’assetto attuale del movimento è definibile post-partitico in quanto affianca una struttura movimentista (non orizzontale o dal basso in quanto gli strumenti organizzativi digitali sono di proprietà della Casaleggio Associati) a una struttura politica di vertice (il Direttorio, le correnti, Di Maio candidato/neo-garante, per semplificare all’osso), che a sua volta risulta frazionarsi in correnti come quelle dei partiti storici.

L’immagine simbolo della campagna elettorale siciliana è offerta dal servizio patinato sul settimanale Oggi, in cui Di Maio e Cancelleri annunciavano in maniera roboante “Prima votiamo poi ci sposiamo”. Se la controfigura di Giovanni Falcone (il trucco e parrucco pentastellato ha probabilmente lavorato su questa immagine) non sfonda l’obiettivo, l’effetto vip del candidato premier è di un certo livello. Del resto, non era la prima volta per Di Maio e la Virgulti, che avevano già posato per Vanity Fair e si erano prestati a fare da coppia gossippara in occasione di feste ed eventi.

Finire sui rotocalchi come i vekki politici della Ka$ta, che male c’è?

La Virgulti è un personaggio costruito ad hoc da Casaleggio padre con alle spalle un passato di coaching in stile PNL-new age, opportunamente occultato dal web quando è divenuta compagna di Di Maio.  Ha gestito l a comunicazione  per il M5S e ha, probabilmente, cercato di arginare l’ascesa di Rocco Casalino e Vincenzo Spadafora, che assieme a Dario De Falco e Pietro Dettori compongono attualmente il comitato elettorale per le elezioni nazionali , ma su questo ci torneremo dopo.

La campagna elettorale-balneare del M5S ha segnato infine l’abbandono di Alessandro Di Battista, decisione ufficialmente legata alla sua neopaternità ma che nasconde ben altro; anche su questo torneremo in seguito. I temi su cui vale la pena riflettere costituiscono seri problemi, su tutti  l’uso distorto del web, a partire da esempi come questo e quest’altro. Una campagna elettorale che del resto ha regalato perle di assoluto valore, ai livelli dell’epopea di Apocalisse Morbida, come questa.

Altro caso da studiare è quello sul silenzio elettorale, che secondo i grillini sul web non vale. Senza dimenticare i soliti problemi di verticismo, che mostrano una mancanza di rispetto non solo nei confronti degli attivisti ma in toto verso le regole democratiche.  Cose che non si possono risolvere solo cancellando i post dalla timeline di Facebook o del Blog e che vanno a rimpinguare l’alone di grottesco su alcuni comportamenti dello sciame digitale grillino.

Le regionali in Sicilia sono il primo tassello utile per delineare lo scenario cui si accennava in apertura: parliamo di elezioni alle quali va a votare 1 elettore su 2, la sinistra manca completamente il proscenio, la destra vince coalizzandosi, seppur a fatica, il M5S va all’opposizione e capitalizza un terzo del bottino complessivo. Laddove invece l’astensionismo è ancora più alto, il M5S vince andando a intercettare il sentimento antipolitico, come accaduto a Ostia.

Il M5S ha ricusato sin da subito la vittoria del centrodestra in Sicilia gridando ai brogli e ha incassato immediatamente un episodio mediatico favorevole, ovvero l’indagine ai danni di un consigliere neo-eletto nell’UDC.

A Ostia sono andate invece le truppe cammellate della Raggi per una facile passeggiata mediatica, magari per far dimenticare che i problemi della città eterna restano enormi e forse manca proprio la voglia di affrontarli, in attesa magari di un grande ritorno. Per rendere l’idea, in seguito la sindaca di Roma ha evitato di presenziare a un importante incontro col ministro Calenda proprio per andare alla presentazione del libro di Di Battista.

La vittoria di Ostia potrebbe andare a rimpinguare il grande bluff mediatico perpetrato nella città eterna: non si fa nulla, si fa finta di volerlo fare, si fanno le dirette facebook o i gruppi whatsapp e intanto si riaffidano le bancarelle alla famiglia Tredicine, un deliquio degno dei migliori film della commedia all’italiana degli anni Settanta.

Ostia è un caso emblematico, già alcuni anni addietro ci fu uno scontro tra Don Ciotti e il M5S sull’argomento mafia, dato che il movimento stava appoggiando parte dell’imprenditoria balneare del luogo in odore di collusione, in barba al principio originario della salvaguardia dei beni comuni.

Roberto Spada, assurto agli onori della cronaca per aver aggredito un giornalista, è lo stesso che aveva dichiarato in tv di votare M5S e come giustamente ricorda il magistrato ed ex assessore alla Legalità della Giunta Marino, Alfonso Sabella intervistato da “La Stampa”: “Quel 7 settembre del 2015 fu per me molto doloroso: tutto il gotha romano di M5S, da Raggi a Barillari, da Ruocco a Giarrusso, presentò un dossier di 42 pagine per dire che i ‘mafiosi’ eravamo io, Federica Angeli di Repubblica e don Ciotti, mentre i ‘buoni’ erano quelli che dialogavano con Roberto Spada”.

Chiaramente,  le elezioni siciliane mostrano che se il M5S riesce a fare da partito pigliatutto non necessariamente fa anche jackpot; per vincere deve sperare nell’astensionismo, come appunto accaduto a Ostia.  Oltre alla non-vittoria, in terra siciliana al M5S restano anche i cocci in mano, nonostante il tentativo piuttosto riuscito di spinning da parte di Di Battista, subito dentro il suo nuovo ruolo di padre nobile al di fuori del movimento.

Di Battista, lo si era capito da tempo, voleva slegarsi da Di Maio, che come fa notare Supernova ha giocato una partita molto complicata, pur riuscendo a portare colpi degni di nota, come depotenziare Renzi.

Certo si potrebbe obiettare che Di Maio ha vinto una battaglia mediatica contro un odiatissimo esponente avversario, ma lo ha fatto sul suo stesso campo, ovvero le platee televisive, in barba al vecchio spirito pentastellato;  è chiaro ormai da tempo che “uno vale uno” non vale per tutti e che la corrente di potere facente capo al Forlani di Pomigliano è piuttosto forte e difficilmente scalabile, almeno al momento. Di Maio non si fa mancare nulla, nemmeno l’immunità parlamentare.

L’azione di personalizzazione è fortissima: Di Maio risponde a Renzi, che era stato il primo a riconoscerlo come leader indiscusso del M5S in tempi non sospetti, e polarizza la sconfitta contro di lui, facendo dimenticare al pubblico che in realtà i perdenti sono entrambi e riuscendo a occupare gli schermi televisivi e degli smartphone con grande sagacia, dando voce e impersonando al meglio il sentimento sociale più diffuso lungo lo stivale; il rancore.

Pensate che quest’immagine sia fuori contesto?

Avete studiato poco…

Dicevamo, mentre Di Battista esplora più che altro mediaticamente la sua nuova figura paterna,  Di Maio perde un pezzo importante della sua “narrazione”: Silvia Virgulti. Lo strappo con la Virgulti va oltre il rapporto sentimentale, considerando lei come una pretoriana di Casaleggio e osservando il nuovo assetto Casalino-Spadafora-Dettori, che addirittura mette fuori anche Grillo. Insomma, una vera e propria corrente all’interno del M5S, con propri capi e referenti, tendenzialmente autonoma sia dal vertice aziendale, ma soprattutto dalla base degli attivisti.

I grillini, ma questo è noto da tempo, ci mettono davvero poco a farsi corrompere dalle sane care vecchie abitudini della politica italiana, come dimostrano questo caso a Torino, che si affianca a questo.

Le epurazioni continuano , questo è un altro elemento della transizione post-partitica: il M5S dimostra sempre più di voler svecchiare gli attivisti, specialmente quelli duri e puri, per passare a un fandom digitale deteritorializzato.

Sui territori bastano piccoli manipoli di fedeli e qualche influencer che ogni tanto passi a dare una svegliata nell’attesa dei maxi raduni con i capi-guru, Grillo, Casaleggio, Di Maio: praticamente il multilevel marketing applicato alla politica. Uno schema di Ponzi cui forse, dall’interno, solo Roberto Fico e pochi altri possono opporsi, non a caso Paola Taverna ha invocato il recall per le prossime elezioni. Dall’esterno invece si vedono solo le luci del Luna Park e sarà così per almeno un altro ciclo politico, almeno altri 5 anni.

Il M5S con la sua forma di partito pigliatutto può tenere al contempo una linea sovranista e ribelle e, allo stesso tempo, fare incontri occulti, lontano da sguardi indiscreti o anche semplicemente dallo streaming nei confronti dei propri stessi associati-militanti, con i poteri forti.  

O più semplicemente provare a fare i conti col governo vero e proprio, cioè il processo decisionale nei casi concreti dove territorio e popolazione sono coinvolti e il potere politico deve necessariamente esserci; da un lato a Torino, dove la situazione non era certo drammatica, la realpolitik Appendino continua la sua strada.

Anche se il cortocircuito informativo sul M5S ha raggiunto livelli epici  è difficile ipotizzare al momento una qualche forza politica capace di sostenere la potenza dello storytelling grillino. Sullo sfondo, altri soggetti cercano spazi, che potrebbero magari diventare praterie dopo il prossimo mandato pentastellato.

Di Maio sta abilmente riprendendo molti slogan berlusconiani, dal lavoro alle pensioni, ma iniziano a stonare alcuni elementi: come si può da un lato difendere l’articolo 18 e dall’altro licenziare grazie al Jobs Act?  Rincorsa ai voti della destra? Certamente, clicca qui! Cercare allo stesso tempo i voti moderati, un po’ più al centro e meno a destra, assolutamente si!  Peccato che Berlusconi sia vivo e vegeto e se l’alleanza con Salvini e Meloni, più qualche peones di centro, funziona, ci sarà poco da fare.

Anche le gaffe pubbliche sembrano ripercorrere e scimmiottare la lezione comunicativa di Silvio Berlusconi, o di Cetto La Qualunque.

Come si può difendere a spada tratta i propri ideali, contro le presunte nefandezze altrui, quando ci si riduce a giochetti da Stalin 2.0? Giocare con la memoria storica è aberrante, ma sembra perdere di significato nel momento in cui il medium di massa, la rete, tende a spostare ogni equilibrio precedente – la sequenzialità, i processi di confronto e critica – a favore del caos emotivo, nel quale l’unica forma di verifica si associa al numero di clic, like e condivisioni.

Dicevamo di Di Battista: come già accaduto in passato spunta fuori il padre, con un’operazione che, al netto di smentite, rivela un disegno strategico importante. Mentre Di Maio e la sua corrente cerca di accreditarsi con le lobbies e prova a giocarsi la carta filoatlantica, anche a costo di purgare il loro stesso web, Di Battista è rimasto lo stesso che aspirava a giocare coi russi, piuttosto che con chiunque altro gli dia credito.

Dibba ha scritto due libri, pubblicati con la Rizzoli, mica gli ebook di Casaleggio; ha rivendicato di avere “quasi due lauree e un master”, mica come l’amico fuoricorso storico. Dibba fa un figlio e ci scrive un libro, DiMa si lascia con la ragazza per fare i giochini politici con Casalino e Spadafora, mentre lei voleva un figlio. That’s all, folks.

Di Battista ha preso quanto poteva da Grillo e dal M5S, ora sembra altrove, è un personaggio pubblico nazional-popolare, potrebbe giocarsi le sue chanche tanto in politica che nello spettacolo, che poi in Italia è la stessa cosa. Non dovrà confrontarsi col mattatoio elettorale, nel senso che col potere passato in mano a Di Maio – candidato premier e capo politico con un proprio comitato elettorale – tutto ruoterà necessariamente intorno a una strategia “one-shot”. Luigi Di Maio deve vincere ora e se non vince dovrà mettere mano alla regola dei due mandati, che si esauriranno con la prossima legislatura.

Nel prossimo articolo proporrò un’analisi di scenario nella quale questi ultimi argomenti saranno approfonditi, considerate questo come un lungo antipasto, con tanti collegamenti da riprendere prima del piatto principale. In tal senso, il punto di partenza dell’analisi sarà il seguente:

il M5S nel 2013 ha avuto un risultato elettorale per molti inaspettato, probabilmente a cominciare da loro stessi. Questo ha generato una sorta di effetto Pearl Harbor, ovvero un attacco a sorpresa talmente andato a buon fine da gettare nel panico non solo gli avversari, annientandone il morale e le capacità offensive, ma anche gli stessi attaccanti sprovvisti di una strategia di lungo termine. Sta maturando il tempo dello scontro finale: Elezioni 2018.