Perché Di Maio ha già vinto

Due anni orsono James Politi ha intervistato Beppe Grillo per il Financial Times.  L’apertura del pezzo è da tenere a futura memoria: Politi mostra le incongruenze di un anziano comico che parla di politica da un Golf Club della Costa Smeralda, ergendosi a paladino dei poveri e dei diseredati, nei suoi abiti leggeri e alla moda, assaggiando manicaretti al pesce e spendendo quello che i suoi elettori guadagnerebbero in anni di lavoro.

Un specie di Briatore che al posto della figa e dei locali notturni usa il vaffanculo e la propaganda politica.

Ugualmente a quanto accaduto con Berlusconi, la stampa estera potrà pungolare quanto vuole, ma con risultati inutili. Il Financial Times ci ha riprovato di recente a mettere in discusione le problematiche del M5S, come il ruolo oscuro di Davide Casaleggio e del cerchio magico intorno a Rousseau. Sollevando nuovamente il dubbio intorno ai ricavi della Casaleggio Associati e al rapporto commerciale che lega il primo partito italiano a un’azienda di marketing e comunicazione. Il testo intero è disponibile qui, il titolo dice già tutto: gli interrogativi senza risposta del M5S.

Risposte in realtà ce ne sarebbero, letteratura in materia non manca, ma non è questo il problema. Alla radice di tutto c’è una complessità che necessita di spiegazioni, necessariamente, complesse, che proviamo a sintetizzare di seguito.

Fattore antropologico – le ultime generazioni hanno visto cambiare il mondo come mai era accaduto in precedenza. Oggi la crisi del sistema globale basato sulla finanziarizzazione e sul liberismo sta causando uno scollamento degli strati sociali che si riflette sui consumi e sugli stili di vita. Il processo di disintermediazione è confusionario, caotico, non ci sono più le tradizionali categorie di pensiero, come il conflitto di classe. Per questo è facile dire non siamo di destra o di sinistra, ma siamo tutto e il contrario di tutto. Grillo, ricco e anziano, Di Maio, giovane e povero, sono i due lati della narrazione pigliatutto del M5S.

Fattore politico –  Di Maio invece dell’azienda di famiglia ha preferito seguire le orme politiche del padre missino. La sua biografia agiografica non manca di tratti lombrosiani.

Viene riportato il ricordo della professoressa di italiano, Rosa Manna: “Aveva i capelli sempre ben curati, per nulla stravagante nel look. Insomma, è sempre stato un acuto osservatore.

La narrazione politica di Di Maio è perfettamente calzante per l’Italia di oggi, alla ricerca sia di un gancio col passato, che di un appiglio futuro. Praticamente quello che Silvio Berlusconi è stato in grado di offrire a partire dal 1994, con il suo storytelling. Il meme di Socialisti Gaudenti coglie perfettamente il senso di ciò.

Prendiamo l’Operazione San Gennario, in cui Di Maio, per ottenere massima visibilità in occasione delle votazioni on-line che precedono la sua incoronazione a capo politico del M5S, grazie all’esperto di comunicazione politica Vincenzo Spadafora, si è recato a baciare l’urna sacra assieme al Cardinale Sepe. Spadafora, uomo in passato vicino a vecchi volponi come Mastella, Rutelli, Pecoraro Scanio, finanche a big dell’alta finanza come Montezemolo e, a quanto si dice, amico del cardinal Sepe e in buoni rapporti con il Vaticano. Insomma, uno spin doctor vecchio stile, che non avrebbe sfigurato in Forza Italia o nel Pd. Non proprio lo stile proto-grillino, ma perfetto per gestire l’immagine di chi è stato scelto, a partire dall’investura nel Direttorio, per traghettare i pentastellati nella definitiva trasformazione da movimento a partito

Fattore sociale – Carlo Freccero ha detto, intervistato da La Stampa, le seguenti parole:

“Luigi Di Maio è perfetto perché è l’uomo medio, è il Carlo Conti del Festival di Sanremo applicato alla politica. Un uomo con cui tutti si possono identificare, comprensibile a chiunque. Lo definirei un software interscambiabile. Non ha nulla del leader carismatico. Non è Alessandro Di Battista né Roberto Fico. Loro hanno una forte identità e troppa personalità per fare i portavoce. Di Maio no, zero carisma, per questo è il perfetto portavoce del M5S, come lo volevano Grillo e Casaleggio. Dietro c’è l’idea di una politica 2.0, acefala”.

Non male per uno eletto nel CDA Rai in quota grillina. Soprattutto questo passaggio è molto significativo su Di Maio: “Non incarna la politica dei leader e delle élite ma degli uomini qualunque nel reality di Grillo, che non mette in scena le star ma punta i riflettori direttamente sul pubblico”.

Ecco, Freccero ha toccato esattamente il punto: il rispecchiamento che il pubblico può nutrire nei confronti di un concorrente in uno spettacolo televisivo. In senso sociale, Di Maio rappresenta l’elettore medio grillino, attratto nel dispositivo di rappresentanza, non importa se vera, fittizzia, virtuale, costruito dalle piattaforme digitali.

Non di meno, i suoi sfidanti sono utilissimi per rafforzare questo processo di identificazione. Contro Di Maio c’è di tutto, dalla senatrice pro-vaccini al complottaro contro le scie chimiche e il signoraggio bancario.

Di Maio ha già vinto, la sua narrazione è oggi inattacabile, probabilmente nemmeno Berlusconi è mai riuscito ad attrarre contemporaneamente un pubblico così eterogeneo, apparentemente distante nei gusti e negli stili di vita. Non resta altro che aspettare la legge elettorale, per provare a immaginare cosa potrebbe accadere, in uno scenario politico tripartito, dove il M5S al momento è l’unico a poter sperare di ottenere il 30%.

Correndo da solo, a differenza degli altri, Di Maio avrà a disposizione un partito personale. Cambierà il ruolo di Grillo, che ha paura dei processi e delle sentenze degli ex-attivisti e vuole svincolarsi. L’unico dubbio, angosciante, capire quanto controllo riuscirà ad avere Davide Casaleggio su un primo ministro, che potrebbe rovesciare il rapporto di potere.

Ps.

A dimostrazione che il vento è definitivamente cambiato, un quotidiano che da sempre ha giocato sul suo ruolo di opposizione all’estabilishment, inizia a schierarsi contro il M5S. Ugualmente, personaggi come Aldo Giannuli, si smarcano. Come giustamente fa notare quest’ultimo, un’eventuale batosta di Cancelleri in Sicilia potrebbe diminuire le possibilità di vittoria nazionale.