[Beyond] GrillodROME

L’incontro al Teatro Tordinona, moderato da Tommaso Giuntella – presidente Centro Studi Democrazie Digitali – con il prezioso contributo dei giornalisti Giuliano Santoro de Il Manifesto e Tommaso Caldarelli di Radio Città Aperta, ha dato l’occasione di approfondire diversi temi portanti, del libro ma non solo.

Siamo partiti dalla crucialità di Roma per analizzare il percorso pentastellato, grazie all’esperienza diretta di  Santoro e Caldarelli che espongono la questione da anni. Già nel suo libro Santoro aveva operato una demistificazione del M5S, in relazione alla sua avanzata sulle “macerie dei social forum”.

Roma, ma del resto anche Torino, pongono seriamente il problema della funzione di garanzia delle strutture di governo pentastellato, o meglio lasciano intravedere come evolve il proto-movimentismo del M5S quando va realmente a comandare. Possiamo stracciarci le vesti rispetto all’involuzione cognitiva generata dalla propaganda grillina e alla iper semplificazione della politica che ha di recente contagiato anche la comunicazione renziana (con risultati grotteschi), ma tutto ciò non risolverà il fallimento dell’utopia del web. La politica ha necessità di confrontarsi coi problemi concreti e reali, rimettendo al centro della polis (digitale) la prassi politica, piuttosto che la sterile propaganda, il metti mi piace vediamo quanti siamo e clicca qui se sei indignato!

Caldarelli ha evidenziato in maniera eccellente il legame tra Grillo, Roma e lo scenario nazionale, che in un certo senso ha subito una romanizzazione, ovvero un’amplificazione delle dinamiche digital-populiste in relazione a political issues dannatamente concrete, come la povertà economica diffusa e la concentrazione dei processi decisionali in mano a pochi.  La sua opera di documentazione continua della politica romana è disponibile su Telegram nel canale DirettamenteRoma.

In pratica oggi Caldarelli, sbobinando e rendendo fruibili a tutti i contenuti delle riunioni di municipalità, consigli comunali et similia, fa un lavoro tipico del modello di informazione dal basso, che tiene il fiato sul collo del potere e cerca di svelarne gli inciuci e le beghe. Quello che in parte faceva il M5S delle origini, un elemento che sarebbe dovuto diventare “di troppo” grazie alla trasparenza e agli streaming, ovvero alcuni dei precetti persi per strada, una stella che è caduta senza destare attenzione particolare di attivisti ed elettori pentastellati.

La nuova politica paventa dal M5S a Roma, o meglio il rapporto diretto e disintermediato con l’elettore grazie alla mitica democrazia diretta, va a cozzare pesantemente con le statistiche di download del programma di Virgiania Raggi, quasi ridicole. Pochi lo scaricano e tutto sommato nessuno sa bene dove si vuole andare parare: il vantaggio concreto di questo modello sembra essere la presenza politica a mò di parafulmine della sindaca e dei suoi eletti. Nel frattempo chi comanda davvero magari lo fa con sms e whatsapp, a dimostrazione di un approccio aziendalistico del vertice del M5S che tira i fili dagli uffici milanesi.

In fondo la retorica del fare, che unisce idealmente tre generazioni di politici da Berlusconi a Renzi a Raggi/Appendino, si scontra coi tempi compressi del mondo reale, rispetto a quelli dilatati nel mondo digitale, dove tutto resta a testimonianza, anche se non si sa bene di che. Così finiscono in un nulla di fatto i tavoli di discussione, dove tutti parlano e nessuno decide, ma che al contempo danno l’impressione di mediare tra le parti. In questo modo viene semplicemente rimosso il conflitto, una pratica che rivela ancora una volta la natura destrorsa e conservatrice del M5S. Esempio lampante la questione dei nasoni, storiche fontanelle al centro di una querelle ridicola che va dal complottismo alla mancanza di competenze sul tema e che probabilmente servirà a dare un contentino agli ambulanti, uno dei blocchi sociali come quello dei tassisti, che ha sposato il M5S per convenienze reciproche. La questione dell’acqua pubblica poi è un’altra stella che cade rovinosamente nel presepe pentastellato.

Giuliano Santoro ha invece ribadito quanto sia difficile scrivere sul M5S a causa dell’immensa complessità del fenomeno, ma soprattutto della logica di polarizzazione pro/contro Grillo. Il comico vende da decenni un prodotto ben preciso, ovvero lo spettacolo, le emozioni, il dissenso e la contestazione, dalla tv con Antonio Ricci agli spettacoli sulla pay-tv Tele+. Non dimentichiamo che Grillo era uno dei massimi personaggi televisivi già nel 1978.

Cosa accomuna lo spot Pepsi a quelli di Beppe Grillo? La Pepsi tendenzialmente non fa politica, stop. Non ci credete? Allora provate a cliccare qui e qui. Oppure, cambiando soggetto ma non sostanza, qui.

Questo stile, che in Grillodrome è stato definito popultainment – Populist Entertainment, intrattenimento politico ludicizzato e populista – si esprime ai massimi livelli ad esempio unificando il terzomondismo di Di Battista figlio al fascismo di Di Battista padre, un frame transgenerazionale che appiattisce ogni differenza politica nella parola vuotà onestà, che quando viene caricata di un significato naturale inizia a suonare sinistramente simile ai superiori valori naturali accampati dai regimi nazifascisti. Un’onestà che pare aver stufato un po’ anche i penstastellati stessi.

Ugualmente Luigi Di Maio, che nella sua biografia rivela di aver vinto le elezioni scolastiche promettendo la fine di scioperi e occupazioni, rivela la tendenza cerchiobottista, per certi versi democristiana, di questa nuova leva di politici che si dichiarano non di destra e non di sinistra, ma tutto sommato abbastanza di destra.

Ricorda puntualmente Santoro che come è stato inutile ripetere per vent’anni che Forza Italia era un partito-azienda o che Dell’Utri era mafioso, ugualmente oggi  le critiche all’aziendalismo di Casaleggio e alle contraddizioni del M5S si scontrano contro il muro di gomma dei fan. Come testimonia il flooding di commenti a questo post.

Il fan della politica digitale che clicca comodamente da casa sua, è pronto ad accogliere qualunque linea politica gli sia dettata dalla timeline di Facebook o dalle notifiche di Rousseau, sistema operativo che porta a ratificare piuttosto che a discutere. L’enorme capacità di Grillo nel saper vendere il desiderio di vendetta e di rivolgimento contro la grande cospirazione del potere – un sentimento complottistico che nasce negli anni ’90 come rilevato anche da Micheal Barkun – aggrega un elettorato disintermediato e tendenzialmente capace di recepire qualsiasi posizione. Del resto il M5S non costruisce corpi collettivi, non propone luoghi di confronto reali e non permette agli attivisti di discutere sui temi concreti.  La notte dell’elezione di Virginia Raggi la festa venne rimandata ben tre volte, fino a diventare un happening per pochi eletti, mentre per strada a stento si vedeva qualcuno festeggiare.


Questi sono in sintesi alcuni dei punti trattati durante il dibattito, al quale è seguita una camminata in zona Trastevere. In tarda serata sono riuscito a cogliere un episodio che conferma quanto la depoliticizzazione della politica sia uno dei tratti fondamentali per capire il fenomeno del M5S.  L’ideale preambolo di questo episodio si può leggere qui.

È difficile spiegare questo travaglio interiore a chi non ha mai provato sulla propria pelle la paradossale condizione di essere fan di Vasco ma di provare repulsione per il Vascorossismo, quel processo durato quarant’anni che sabato giungerà a definitivo compimento per cui la pancia del Paese, quella che sul cruscotto ha il santino di Padre Pio, si è appropriata di quello che cantava “Alibi” e “Colpa d’Alfredo” e anno dopo anno lo ha disinnescato, fino a farne un Nino D’Angelo che parla modenese. Diciamo che è simile alla vertigine che si prova quando ci si trova casualmente d’accordo con una posizione espressa da Beppe Grillo e poi si va online sul suo blog e si leggono i commenti degli utenti.

Inizialmente mi chiedevo perché mescolare Vasco Rossi al M5S, pur trovando molto interessante la nota “questi individui si convincono di essere fan privilegiati, capaci di analisi e letture semantiche superiori alla media, in grado di trovare, nelle canzoni del Blasco, dei significati inacessibili alla massa di fan in canotta”. Personalmente non andrei oggi a vedere Vasco per lo stesso motivo per il quale non vado più a vedere Iron Maiden o Jethro Tull, ovvero la paura di vedere un mito morente che si trascina sulle proprie gambe, nonostante abbia già dato tutto alcuni decenni fa.

Ho ottenuto la risposta in un’elegante chupiteria in zona Trastevere, una sorta di libreria bistrot come tante, zeppa di studenti erasmus, turisti stranieri in vacanza, nottambuli. Mentre un fila mostruosa attendeva il proprio drink, ho dato più di un’occhiata ai libri, fino ad avvicinarmi a un hipster vestito in maniera piuttosto colorita, probabilmente un gestore o un abitué del locale, che con un piccolo capannello di amici sembrava stesse parlando appunto di concerti, raduni. Invece no, il gruppetto era li a osservarsi in foto e video sui propri smartphone che li ritraevano nella recente marcia del M5S Perugia-Assis, oppure in posa plastica con parlamentari o vertici penstastellati. La grammatica culturale del fandom – braccialetti da concerto con M5S al posto delle rock band, habitus alternativo e radicalchic disimpegnato – mi ha illuminato: Vasco e Grillo, personaggi polarizzanti, narrazioni emozionali, influencer transgenerazionali.  Il cortocircuito è tutto qui, nel rendere emozionale un processo razionale, quello politico, e nel fornire una grammatica generativa di contenuti a partire da una narrazione condivisa. Nulla che non abbia già scritto in Grillodrome del resto, ma osservare determinati processi in azione rende soddisfazione, almeno quanto deprime pensare che gli individui immersi in queste filter bubble probabilmente non ne usciranno mai. Tra l’altro un biglietto di Grillo costa meno di quello di Vasco e se ti va bene puoi anche andare a comandare.

Michele Serra ultimamente ha scritto un corsivo dei suoi nei quali accusa il M5S di aver resuscitato la destra berlusconiana. Credo che il problema sia piuttosto che la sinistra ha smesso da troppo tempo di fare politica e l’Italia è ridotta un po’ come lo scenario che lo stesso Serra descrive in Ognuno potrebbe. Tutti intorno a un cinghiale morto, ognuno preso dal proprio egofono-smartphone, ciascuno pronto a cattuare i dettagli a conferma della propria narrativa per continuare a confermare quanto si crede. Fregandosene della realtà,  che arbitrariamente distaccata dai fenomeni concreti diviene un atto di fede verso il narcisismo e l’esclusività predicati dai capipopolo 2.0.