La politica senza territorio

Il grafico tratto da Repubblica mostra inequivocabilmente un dato che si presta a molteplici interpretazioni. Bisogna partire dai capoluoghi, il PD ne perde ben 9 su 16, clamoroso il caso di Genova che finisce al centrodestra targato FI-Lega. Complessivamente il centrodestra vince in 16 capoluoghi, cumulando anche il primo turno, mentre il centrosinistra tiene in 6, 2 vanno alle liste civiche, resta Trapani dove il quorum non è stato raggiunto.

La rinnovata centralità dell’asse Berlusconi-Salvini sposta gli equilibri a sfavore di Renzi, che paga anni di svuotamento del partito a favore della propria personalizzazione. Non tragga in inganno la mancata presenza del leader, che smarcato dal proscenio mediatico incassa ugualmente la sconfitta sulla propria pelle. Avendo caricato e polarizzato tutto sulla propria figura, oggi Renzi si vede sempre più responsabilizzato della mutazione estrema del PD, ormai non più partito in senso tradizionale, sempre meno di sinistra e tendenzialmente neo-democristiano, ma senza più una vocazione territoriale a solidificarne le basi.

Berlusconi del resto non può essere contento del tutto, da un lato l’idea di un centrodestra unito alle elezioni nazionali significa quasi certamente una grossa possibilità di vittoria, ma dall’altro lato ciò porterebbe al governo alleati scomodi e pesanti, giovani e rampanti, pronti a fargli le scarpe in qualsiasi momento. La Lega Nord è stata maestra in questo per anni, nuovi Mastella potrebbero sorgere.

Probabilmente in questo momento sia Renzi che Berlusconi iniziano a pensare che lasciar fare le ultime incombenze a Gentiloni, alcune delle quali probabilmente impopolari perché legate a finanza ecc., sia la soluzione migliore, in attesa di tempi migliori.

Grillo dal canto suo può esultare per i ballottaggi vinti, 8 su 10, a dimostrazione che la vocazione di partito pigliatutto del M5S è la carta vincente per il futuro. Non è indicativa la poca presenza sui territori, quella è una scelta ponderata da anni, in quanto il movimento non può permettersi di avere una seria classe politica, capace di dirigere e governare, quindi meglio non esserci, piuttosto che fare poi la fine della Raggi a Roma.

Certo la vittoria di Pizzarotti apre a scenari interessanti, che potrebbero materializzarsi non appena le prossime cause contro il M5S intentate dagli espulsi passeranno in giudicato. In ogni caso Grillo e Casaleggio sanno che le prossime elezioni nazionali potrebbero essere poco attraenti. Meglio fare un altro giro di opposizione,  magari fare piazza pulita degli ultimi residui di movimentismo puro delle origini – Fico, Taverna, ecc.  – e contemporaneamente continuare a intessere relazioni coi poteri forti, catturando nuovi influencer. Cosa che già sta avvenendo, basta osservare come sui portali fiocchino le proposte e gli interventi di personaggi di peso; mica si può continuare a farsi deridere per le proposte deliranti fatte dai semplici iscritti su Rousseau?

Pizzarotti vince perché ha saputo, bene o male, governare il territorio,  intermediando le istanze e le relazioni di potere. Quello che oggi manca a Renzi, Berlusconi e Grillo è proprio questo elemento, ovvero la materia prima che contraddistingue il processo politico di partecipazione: dinamismo, agonismo e presenza territoriale, attivismo civico e passione verso la creazione di orizzonti immaginifici entro cui coinvolgere i cittadini. La concretezza che attraverso la democrazia rende il potere più sopportabile e il politico più credibile. Una lezione che leader narcisisti e dispotici non potranno mai imparare.