Guerra di posizione o guerriglia d’informazione?

Prima della trincea c’era la guerra di movimento, che imponeva un costante dispendio strategico di unità e di risorse. Con la trincea cambia non solo l’approccio, ma anche la tattica, con la possibilità di giocare d’anticipo con mosse a sorpresa, molto più efficaci di quelle effettuate in campo aperto.

La trincea presuppone un posizionamento, questo può essere per certi versi anche dinamico, aperto a nuove e continue riconfigurazioni. Motivo per il quale in uno scenario del genere vince non solo chi si muove meglio, chi attacca più rapidamente e in modo letale per poi ritirarsi sapientemente, ma anche chi è tanto più bravo a gestire la percezione della realtà agli occhi del nemico.

Se ho poche truppe ma le so muovere bene, in un territorio che conosco bene, attraverso un nugolo carsico di posizioni sparse strategicamente e altrettanto tatticamente scomponibili e riadattabili a nuovi usi, forse posso vincere anche in condizioni di svantaggio.

Questa era la condizione di partenza del M5S prima delle elezioni del 2013, prima di entrare in Parlamento col 25% di preferenze nazionali. Oggi la situazione è molto più complicata.

Non deve trarre in inganno il fallimento alle recenti elezioni amministrative, del resto i territori da tempo non interessano più al vertice del M5S; Grillo e Casaleggio hanno liquidato i Meetup da quando hanno inserito strati di intermediazione interna, a partire dal Direttorio, e non hanno nessuna intenzione di riannodare i fili.

Governare i territori significa esporsi, confrontarsi coi problemi micro-politici, con le esigenze della gente, senza il riparo della cortina fumogena dei clic e delle condivisioni sui social network.

Persa l’occasione di votare in autunno, adesso il M5S deve necessariamente confrontarsi con una spaccatura interna sempre più evidente, tra il vertice, i parlamentari e ciò che rimane di attivisti e territori. Non a caso si è tornati ad attaccare il territorio di destra, cercando i voti che Lega, Casa Pound e altri rivendicheranno alle prossime elezioni.

Ma il bersaglio grosso è altrove, ovvero il nucleo post-berlusconiano, non a caso Luigi Di Maio parla del M5S come un contenitore in cui «c’è chi porta avanti i valori di Berlinguer, chi di Almirante, chi della Dc». Nel frattempo Alessandro Di Battista con un azione non da poco sfrutta il consenso politico del padre – vecchio cuore missino – per ricordare al suo pacchetto di voti personale che la posizione è salda.

Messaggi in codice verso il presunto incontro di Casaleggio con Salvini, o magari verso le insofferenze di Grillo che vorrebbe resettare gli eletti per paura di perdere quello che gli rimane del controllo.

Operazioni da prima repubblica, atti di politica sin troppo tradizionale per un movimento che voleva aprire il Parlamento come una scatola di tonno. Al momento il M5S sembra esser diventato uno dei tanti banalissimi ingredienti dell’insalata di riso elettorale che ci aspetta come ogni estate, puntuale come un servizio del TG1 sulla calura agostana e come rinfrescarsi.

Un tormentone che ci si può risparmiare facilmente, spegnendo il televisore e lo smartphone, portandosi una copia di Grillodrome sotto l’ombrellone.

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