Di lotta e di governo, o la prova costume dei partiti.

 

Da quando il M5S ha abbandonato i territori e gli attivisti, specialmente quelli della prima ora sostituiti dalle seconde linee in un mix di arrivismo e reality show, si è dedicato principalmente all’attesa. Attendere il giusto momento per andare a elezioni politiche nazionali, strutturandosi come movimento non più di cittadini – dal basso – ma di web marketing e propaganda – dall’alto.

Costruire la politica dal basso sui territori costa una fatica enorme, l’impegno va speso giorno per giorno, per anni, in vista di risultati non sempre ottenibili, perché le dinamiche di intermediazione locale in comuni e piccole città sono generalmente legate a processi molto più complessi e duri da intercettare. Organizzare invece la propaganda dall’alto, orchestrare mediaticamente i contenuti per surfare le onde emozionali – dai migranti all’euro, la crisi, ecc – è molto più semplice, non c’è bisogno di attivisti e teste pensanti, ma di semplici click-attivisti pronti a mettere mi piace e condividere. Oppure al massimo a votare le proposte su Rousseau, dove negli ultimi tempi si fa sempre più evidente la presenza dei poteri di influenza, che come avvoltoi girano intorno alla carogna dell’attivismo che fu, pronti a sbrindellare le carni politiche di un movimento che ormai è mutato in post-partito.

Il post-partito altro non è che la struttura leggera – web e azienda di marketing da un lato, capo comico-politico dall’altro, in mezzo la struttura fluida che va dal direttorio ai capi settore come Bugani  – che può competere al meglio nello scenario nazionale, dove la tripartizione odierna con Renzi e Berlusconi gioca a sfavore di questi due, non certo del M5S che può continuare ad aspettare.

Il M5S supererà il crollo di queste elezioni e in percentuale perderà probabilmente poco. Certo la spaccatura interna è piuttosto evidente, ma offre al contempo anche la possibilità di depotenziare tanto i fedelissimi come Di Maio e Di Battista, quanto i talebani come Fico e Taverna. Centrodestra e centrosinistra oggi cantano vittoria, ma non c’è nulla da festeggiare, una battaglia non è la Guerra.

 

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