La politica ai tempi della post-verità

Il 2017 potrebbe essere l’anno della post-verità, un fenomeno che coinvolge il rapporto tra reale e virtuale, o meglio tra percezione e sostanzialità della realtà.

Qualche anno fa scrissi un breve saggio prendendo spunto da alcuni eventi come l’entrata in scena del sistema operativo Rousseau del M5S e l’uscita del libro Ordine Mondiale di Kissinger. Dinamiche attualissime, tra l’infowar sempre più pressante in uno scenario geopolitico che si trova a riscrivere linee di potere e di conflitto dopo l’elezione di Trump, evento che ci riporta ai rapporti gamificati di partecipazione politica nell’era del populismo digitale.  Lo scenario politico italiano dopo il  referendum vede perseverare un tripolarismo ambiguo e per certi versi pericoloso, tra Grillo, Renzi e Berlusconi. Mentre il Cavaliere scopre la memetica proponendosi come unto del Signore 2.0, facendosi ritrarre mentre abbevera un innocente agnellino, il M5S è alle prese con la schizofrenica divisione tra un vertice sempre più aziendalista e post partitico, rintanato nel vertice di Ivrea, e una base di attivisti esclusa a colpi di carte bollate, per quanto il caso Cassimatis paia aprire a diverse prospettive. Mentre Renzi, dopo aver inseguito Berlusconi, continua a inseguire Grillo, spostando il PD sempre più a destra. Nel frattempo il Medioriente torna a sotto i riflettori, nonostante si muoia da sempre: la pornografia emotiva dei social media esalta la tendenza a condividere sentimenti di sdegno e disapprovazione verso la violenza, almeno quanto i siti di bufale alimentano il circolo dell’odio verso queste tematiche: è forse questa la natura bipartisan dei social network?

LE “PROFEZIE” DI HENRY KISSINGER

Nel 2013 con sorprendente lucidità Henry Kissinger aveva previsto che gli equilibri geopolitici globali e le dinamiche soggiacenti ai conflitti e alle politiche internazionali avrebbero trovato un punto di conflitto nella governance globale.

Tra gli equilibri complessi legati all’espansionismo post-sovietico di Putin e lo scenario di guerra continua in Medio Oriente, gli interessi nazionali si scontrano con quelli sovranazionali e l’ordine democratico-liberista capitanato dagli Usa, nato in seguito alla Seconda Guerra Mondiale, perde progressivamente influenza e potere egemonico. L’elemento più sorprendente nell’opera del grande esponente politico neo-con americano è la disamina piuttosto completa ed efficace dei nuovi media digitali, come Facebook.

Il populismo digitale si riverbera in fenomeni sociali all’interno dei quali la rete internet, quindi il controllo di informazione e comunicazione, diviene sempre più centrale. Un primato che gli Usa probabilmente stanno perdendo, ugualmente a quello economico e militare, come dimostrano i casi di infowar e il tentativo di colonizzazione del cyberspazio delle Big Co. di Silicon Valley, preoccupate dall’ascesa di realtà antagoniste, dalla Russia alla Cina. Del resto è evidente come la predicazione della trasparenza radicale di Wikileaks e l’ecumenismo connettivo di Zuckerberg siano collocabili nell’ottica di una politica di destra libertaria, o per meglio dire ultra-liberista. L’economia digitale in tal senso supera ogni limite etico o materiale, legato alla scarsezza o finitezza delle risorse in senso lato, sfruttando i processi comunicativi e culturali, sussumendo la capacità umana di produrre senso e significazione, in cambio di servizi, solo apparentemente gratuiti. Abbiamo quindi al centro del quadro analitico la bomba informatica [Virilio, 2000], ovvero quel dispositivo di information technology e global media che il potere nord- americano utilizza da diversi decenni, per imporre la propria egemonia. Una mega-macchina per l’estrazione di biovalore dalla diversità, intesa come scarto che produce senso rispetto all’entropia comunicativa. La possibilità di spostare le informazioni e disporre dei processi di comunicazione in maniera simultanea, consente al potere di inscenare la realtà secondo i canoni dello storytelling [Salmon, 2008], attravero uno specifico potere di simulazione [Baudrillard, 1994, 1996] che condiziona e dirige l’opinione pubblica. Questo flusso narrativo è parte di un modello che Franco Berardi ha definito neomitico e «avvolge tutti gli enunciati azzerando la loro contraddittorietà e assorbendone il potere critico» [Berardi, 1997].

Ecco che la rete internet da strumento di empowerment potenziale, diviene un’arena disintermediata dove la self-mass comunication produce sempre meno scambio virtuoso, a favore di un rumore di fondo generalizzato, ronzio dello sciame iperconnesso. Se il network è il messaggio e «la Terza guerra mondiale sarà una guerriglia dell’informazione a tutto campo, senza alcuna distinzione tra civili e militari» [McLuhan, 1998], basta guardarsi indietro, a partire dagli eventi dell 11 settembre, fino ai recenti scandali NSA/Edward Snowden, Wikileaks, oppure al nostrano Hacking Team, per capire che l’attuale ordine mondiale ha assolutamente necessità di controllare le reti. Un controllo che grazie alla diffusione dei social media rischia di diventare sempre più pervasivo, nonché introiettato nell’ergonomia comunicativa e cognitiva delle interfacce gamificate, dove like e condivisione sostituiscono dialettica e confronto democratico. Il sistema globalitario [Virilio, 2000] dispone l’internet come strumento di soft power, un complesso groviglio di sorveglianza partecipatoria [Colombo, 2013] e costruzione di realtà/verità a colpi di click [Lovink, 2012].

LA POLITICA AI TEMPI DEI MEDIA DIGITALI

Oltre al controllo sociale, resta sullo sfondo il problema della disintermediazione dagli istituti tradizionali di rappresentanza pubblica. Kissinger ben prima della campagna senza esclusione di colpi tra Hallary Clinton e Trump aveva intuito perfettamente che «le campagne presidenziali sono sul punto di trasformarsi in competizioni mediatiche tra grandi operatori di Internet. Al posto dei sostanziali dibattiti di un tempo sul contenuto dell’attività di governo, avremo candidati ridotti a portavoce».

La personalizzazione [Castells, 2009] della scena politica, che anche in Italia ha cambiato completamente il rapporto con gli elettori, è funzionale all’egemonia di leader populisti come Renzi, Grillo, Salvini, i quali vivono l’onda lunga del berlusconismo. Tornando a Virilio, l’idea dell’Italia come laboratorio politico per le sperimentazioni trans-mediali nord-americane, sembra ancora decisamente attuale. Col Pd ormai schiacciato verso posizioni sempre più centriste e neo-liberiste, la Lega che rincorre l’estrema destra xenofoba e il M5S che si barcamena alla ricerca di un’identità difficile, la polarizzazione del consenso politico verso i capi carismatici prende il sopravvento sui contenuti. Un po’ tutti gli attori politici in campo stanno cercando di attrarre il capitale elettorale in fuga dal berlusconismo, in parte collocando il discorso sempre più a destra, ma soprattutto coltivando il populismo e la gestione emozionale della narrazione politico-mediatica.

Dando per scontato che una buona parte dell’elettorato sia fidelizzata su posizioni abbastanza stabili, oggi vincere le elezioni significa attrarre alle urne chi normalmente non ci va. Individui che spesso covano sentimenti anti-democratici, vivendo dispersi in un continuum di pensiero post-ideologico, spaziante dall’estrema destra all’estrema sinistra.

Una sfida per la politica è quella di riuscire a coinvolgere nuovamente i cittadini nella sfera pubblica. La risposta può essere la gamification del rapporto sociale, ovvero la fidelizzazione dei cittadini a dispositivi di comunicazione interattiva, capaci di fornire una simulazione dell’agire politico? Gamification è soprattutto applicazione di meccaniche ludiche in contesti non ludici, classico esempio è il Solitario implementato in Windows 3.0, il cui scopo era addestrare l’utenza alle nuove funzionalità dell’interfaccia punta e clicca. Dinamiche fondate su stimolo-risposta, lontane dalla liberazione del desiderio e dalla creazione di una forza consapevole e politicamente viva. Il potere politico è strettamente legato alla comunicazione di massa, che è parte centrale del framing informazionale [Castells, 2009]. Per chi governa è essenziale costruire portali di accesso dove il cittadino può sentirsi parte integrante e attiva della società, contribuendo a veicolare un frameset di efficienza, trasparenza, disponibilità. Per chi è opposizione, lo scopo è la contro-narrazione, la costruzione di un terreno di scontro polarizzato dove alimentare una narrazione emozionale e mitopoietica.

Nello scenario italiano, tra le macerie del post-berlusconismo, il framesetting emotivo è saturo di giustizialismo, omofobia, xenofobia, cospirazionismo e paranoia antimoderna. Oltre a Salvini e all’estrema destra, l’unico partito italiano capace di posizionarsi su tutte queste tematiche e contemporaneamente anche su argomenti “di sinistra” è il M5S. La recente liquidazione dei Meetup e la presentazione del sistema operativo Rousseau aprono a una nuova fase, che si potrebbe definire partitica, nel M5S; un movimento politico tendenzialmene si scioglie una volta ottenuto il suo scopo, mentre qui assistiamo a una fase di transizione verso una struttura tradizionale, arborescente piuttosto che rizomatica [Deleuze, Guattari, 2003]. La nuova piattaforma, che in teoria dovrebbe aprire definitivamente alla democrazia diretta, lascia tutto il grosso del potere decisionale e organizzativo allo Staff della Casaleggio Associati, e i posti chiave in mano agli esponenti più fedeli, scelti tra quelli del Direttorio o tra i fedelissimi. Insomma, salvo clamorose smentite, Rousseau servirà a gestire i flussi informativi in maniera verticistica e gli iscritti potranno interagire sui temi previsti, senza deragliare troppo dai binari.

Chissà cosa avrebbe pensato Kissinger di un sistema così; sarebbe forse stato funzionale alla sua idea di nuovo ordine mondiale? La risposta forse ce la daranno Trump, Putin e Grillo.

Leave a Reply

Your email address will not be published.