Vieni avanti, governino

Lino Banfi attualmente campeggia col suo faccione sui manifesti di una nota catena di supermercati: fin qui tutto bene. Lo stesso Lino Banfi che ha fatto da testimonial, ops.. oggi bisognerebbe dire influencer, per una pubblicità governativa su come indossare la mascherina.

Lo stesso Banfi che nel 2019 faceva da spalla a Luigi Di Maio nella kermesse di presentazione del reddito di cittadinanza, dove il comico (Banfi, non di Maio) veniva anche spalleggiato dal politico (Di Maio, non Banfi) come papabile candidato per la rappresentanza UNESCO.

Ciò detto, perché mai ci si dovrebbe sorprendere se i recenti Stati Generali del governo sono risultati una sorta di mix tra il reality alla “Grande Fratello”, la propaganda di regime in stile cinese e il cinepanettone? A inizio giugno si era già capito che Conte, annunciando la fatidica frase “ora tocca alla politica”, avrebbe dato vita a una nuova campagna di propaganda, tanto per strombazzare le politiche assistenzialiste, quanto per annunciare nuove fantomatiche misure di rilancio.

“Ci sono pezzi dello Stato – burocrazia, apparati ministeriali, parlamentari e forze politiche – che lavorano contro il mio esecutivo”: queste parole di Conte hanno segnato l’ultima svolta comunicativa prima della grande parata a Villa Pamphili. Il messaggio, chiaramente rivolto ai capibastone della coalizione, Di Maio Zingaretti Franceschini, è servito anche a esaltare l’avvocato in senso populista, per cercare un rapporto diretto col popolo in stile Salvini, accusando complotti per chiamare a raccolta i fan.

Conte ha fatto piazza pulita di tecnici e task force, silurato il famoso “piano Colao”, chiamato a raccolta i big della politica internazionale, almeno quelli disposti a sfilare sulla sua passerella, e sparato fino all’ultima cartuccia di propaganda, per arrivare sul filo dell’estate senza di fatto annunciare nulla in termini concreti. Come sempre, in Italia la classe politica aspetta che gli italiani vadano in vacanza, sperando nel reset mnemonico del popolo.


Questo governo appare al momento molto debole e la coda di campagna elettorale di Conte appare tutto sommato comprensibile: il primo governo targato Lega-M5S ha visto l’avvocato sempre in secondo piano, sempre alcuni passi indietro, rispetto al primo palco dove si giocava l’egemonia mediatica tra Salvini e Di Maio. Conte e Casalino, hanno imparato bene come, quando e quanto, essere sotto ai riflettori.

Questo governo PD-M5S è frutto di due partiti logori, che devono tirare a campare a tutti i costi. Conte ha sfruttato al meglio il Covid per imporre la sua presenza, la sua agenda, le sue dirette facebook, infine questi Stati Generali, ma la sostanza non cambia: basterebbero pochi slittamenti all’interno di Camera e Senato per vedere la maggioranza cadere. Eppure, il logorio dei due partiti é fondamentale per consentire a Conte di mantenere salda la sua posizione. Una situazione strana, uno stallo alla messicana in cui nessuno dei tre duellanti vuole realmente sparare per primo. Anche perché, i tre duellanti, sanno benissimo che l’inquadatura e la scena funzionano benissimo, come fonte di distrazione di massa.


Laddove il primo governo Conte ha giocato sul tavolo della paura verso lo straniero, spingendo sulle pulsioni sovraniste e xenofobe, il secondo Conte ha invece manipolato al meglio la paura verso il Covid, esibendo un potere patriarcale e paternalista, gestendo l’emergenza con dispositivi polizieschi e spingendo sul piano simbolico del terrore sociale: chiunque può essere infetto, ma non potendolo verificare coi tamponi, ci affidiamo al conformismo alle regole. Ora che l’emergenza sanitaria sembra finire, inizia quella economica: il potere di Conte ha bisogno della paura e dell’incertezza del popolo, da usare come carburante per il proprio consenso. Ma quanto ancora può durare tutto questo?

L’autocelebrazione, la necessità di raccontare il mitico “modello Italia”, uno dei peggiori in assoluto nell’emergenza Covid, eppure osannato in un’epica da regime orwelliano: ecco, tutto questo può durare l’arco di un’estate, poi ci sarà da combattere veramente la crisi economica e sociale. A quel punto, il governo potrebbe essere salvato da una nuova ondata di contagio: se sui numeri si è mentito in modo spudorato durante la prima epidemia, magari in futuro si farà anche peggio, pur di imbrigliare il paese con le redini dell’emergenza, per governare a colpi di decreto e dirette facebook.


La balcanizzazione del M5S è un dato di fatto, già da alcuni anni. In modo fisiologico, se un movimento “antisistema” giunge al potere, si creano fronti interni: poltronisti vs puristi, per sintetizzare. Ma, nel caso del M5S la semplificazione non riesce a spiegare tutto: ci sono motivazioni più profonde, che in parte spiegano anche perché, nonostante si parli da anni di “scissione imminente”, questo poi non accade.

Per potersi scindere, una cosa deve prima essere unita, coesa, singolare: il M5S è sempre stato l’insieme di diverse parti, quella di Grillo, quella di Casaleggio, quella degli attivisti, poi quella degli eletti, ecc. Non avendo una struttura rigida, ma essendo una sorta di magma che è stato via via raffreddato e incanalato in alcune strutture di contenimento, il M5S resta una conformazione ibrida, che solo in anni recenti si è stabilizzata.

Chiaramente, le spinte alla stabilizzazione hanno comportato l’emergere di stratificazioni di potere, di figure di spicco, di gruppi di persone, di tutta una serie di elementi che oggi possono anche sembrare in opposizione tra loro. Alla fine Casaleggio scrive le sue lettere al Corriere della Sera, Grillo ogni tanto ne spara qualcuna delle sue, Di Battista sembra voler spaccare tutto e tutti ogni volta che torna, ma tutto resta com’è.

Finché Casaleggio continuerà a detenere una serie di poteri sul M5S, grazie allo statuto associativo, finché Grillo avrà interesse a mantenere una serie di privilegi (come non essere attaccato per la vicenda del presunto stupro che coinvolge il figlio), finché i parlamentari continueranno a prendere lo stipendio e i pezzi da novanta, come Di Maio e Di Battista, continueranno a giocarsi spazi di celebrità e di potere di primo piano, il castello non cadrà.

A questo punto, torniamo a Conte, che spesso è stato indicato, negli ultimi tempi, come il personaggio capace di spaccare definitivamente il M5S: personalmente, ritengo questo scenario poco credibile. Finché il governo dura, vincono tutti loro, ma Conte resta un elemento sostituibile e molto dipenderà da fattori come il posizionamento dei residui di Berlusconi e dalle strategie dei partiti verso l’elezione del Presidente della Repubblica.

In caso di campagna elettorale, Conte non è detto che possa avanzare grosse pretese verso il M5S, dove carte alla mano, Grillo e Casaleggio comandano ancora. Qualsiasi cosa accada, il M5S potrà in ogni caso scegliere se appoggiarsi a destra, o a sinistra, per formare un futuro governo. In questo senso, i due governi Conte visti sin qui, potrebbero essere l’anticipazione di un futuro assetto politico in cui il M5S continua ad agire da spazio d’interscambio e di connessione tra visioni politiche poco differenti e convergenti in una sorta di governance populista, capace di usare ormai al meglio l’insieme di strumenti, vecchi e nuovi, di propaganda, dalla carta stampata a internet.

In passato avevo definito questo assetto “le tre destre”. Grazie all’epidemia, e all’infodemia, da Covid, proprio di recente è tornata alla ribalta la grande galassia del complottismo, che riunisce estremisti di destra e sinistra, No 5G, No Vax, negazionisti di ogni risma, personaggi capaci di osannare Trump e Maduro allo stesso tempo. Una sorta di nazi-maoismo in salsa socialmediatica, un mix di buongiornismo e memi stantii, tanta roba che in un nuovo-vecchio M5S post governo Conte, ci starebbe benissimo.

Videogiochi, youtube e serie tv: politiche del godimento nell’era digitale

Capitalismo&Candy Crush di Alfie Bown è uscito per i tipi di Nero – Not Editions alla fine del 2019 e non potrò fare a meno di parlarne in prima persona per tutta la durata di questa recensione. I motivi sono tanti, a partire dal fatto che l’imperativo del godimento evocato da Bown mi ha imposto di osservare con attenzione il video su YouTube di Gangnam Style del rapper koreano Psy. Nel guardare divertito, ho subito pensato: come ho fatto a non vederlo prima d’ora, dato che è uscito nel 2012?

La risposta è semplicissima: tutto merito dell’analisi di Alfie Bown, che mescola Psy con Miley Cyrus e Game of Thrones. Essendo un accanito lettore di George R. Martin e apprezzando dal punto di vista estetico il fenomeno del twerking, recentemente sdoganato col passaggio di Elettra Lamborghini sul palco di Sanremo, questo saggio mi ha spiazzato in alcuni frangenti, pur trovandomi d’accordo su quasi tutto. Del resto, non è solo la performance artistica che conta, bisogna guardare alla cornice culturale in cui è inserita e al medium che la veicola; affermazioni che potrebbero apparire banali, eppure spesso è tutto qui l’errore più comune nell’analisi mediologica, con la relativa trappola della distinzione tra cultura alta/bassa.

Per scovare l’essenza di questo libro bisogna essere pazienti e arrivare fino in fondo: “esiste un eccesso di godimento che resiste a ogni tentativo di razionalizzazione e codifica da parte del nostro linguaggio, che pure si sforza di spiegare ogni forma di piacere”. Il saggio di Bown è molto denso e occorre una certa preparazione per poter essere goduto in tutto il suo eccesso: mettere assieme videogames, youtube e smartphone, con Lacan, Foucault e Bourdieu, non è semplice. Operazioni del genere vengono fatte, spesso a sproposito, per nutrire la grande narrazione tecno ottimista del consumatore totale immerso nel flusso neo-televisivo delle piattaforme digitali, ma non è assolutamente questo il caso. Anzi, Capitalismo&Candy Crush è un ottimo strumento per smontare l’apologia del consumo illimitato che si serve di elementi culturali “sovversivi”, pur di giustificare le sbornie digitali. Insomma, citare Deleuze per spiegare cose a caso non ci salverà dal binge watching, o dalla dipendenza da Footbal Manager e Angry Birds.

In questo senso, ecco un passaggio fondamentale: a partire dalla teoria critica di Adorno, Bown afferma che la cultura pop funziona in modo egemonico, quasi una forma di “totalitarismo soft”, piuttosto che “un’espressione di resistenza a strutture di potere oppressive”. Un concetto che può aiutare a comprendere l’ambiguità dell’ultimo decennio, in senso politico, artistico ed espressivo: come si può pretendere di fare la rivoluzione da ospiti in casa del padrone? Per meglio dire, continuare a cliccare su un touchscreen per cambiare l’ordine delle cose serve a poco: a quel punto, meglio solo giocarci con lo smartphone… per tornare a fare politica in altri spazi, liberi e non regolati dal “discorso del padrone”.

Non bisogna però intendere questo lavoro come un invito alla disconnessione, allo spegnere tutto per rintanarsi in un qualche luogo libero da “distrazioni improduttive”. Bown invita a considerare “il nostro godimento non come qualcosa di naturale, bensì come qualcosa che ci influenza, ci struttura come soggetti”. E ancora “il godimento è funzionale all’ideologia. È un’arma che introduce divisioni culturali”. Il godimento, sia esso produttivo o improduttivo, concorre alla strutturazione della soggettività capitalistica tardo liberale, quindi sta a noi esserne consapevoli e trarre le logiche conseguenze.

La radicalità dell’approccio di Bown risiede anche in questo spazio volutamente lasciato aperto; un libro senza proclami, o ricette miracolose per modi alternativi di godimento. In un momento in cui imperversano analisi su come “la sinistra” dovrebbe/potrebbe riprendersi alcuni spazi (culturali, politici, altri?) che sembrano rigidamente egemonizzati dall’anarco-capitalismo e dall’alt-right, Capitalismo&Candy Crush offre buone ragioni per dubitare di chiunque faccia discorsi del genere.

Un atteggiamento che emerge anche nell’eccellente introduzione all’edizione italiana: “i media digitali e le strutture proprietarie che li sostengono hanno introdotto nuovi meccanismi che anticipano, prevedono e predispongono il mondo sulla base dei nostri desideri. Anche per questo motivo, una riflessione sulle politiche del godimento è oggi imprescindibile”.

La Fase 2 è una trappola

Scenario: siete su una nave crociera che viaggia placidamente nei grandi mari, niente burrasche all’orizzonte, clima mite, tutto perfetto. A un certo punto scatta l’allarme: non si capisce se il rischio è di cozzare contro un iceberg, se c’è una tempesta tropicale anomala, un tifone, Moby Dick.

Non si conosce il pericolo, si sa che però incombe. Il capitano della nave, consigliato dal suo social media manager, invece di usare l’interfono di bordo per comunicare ai passeggeri quali istruzioni seguire, decide di fare una diretta sui propri canali social, per aumentare follower ed engagement. Inizialmente i passeggeri reagiscono bene: cliccando sugli smartphone si dimentica il pericolo, inoltre il capitano ha detto che se succede qualcosa è colpa di chi si alza dal proprio posto senza permesso.

A un certo punto però ognuno vuole dire la sua e all’ennesima diretta facebook, dopo giorni di stallo in mare, partono le teorie del complotto: la terra piatta, Bill Gates, il signoraggio, qualsiasi cosa.

Dopo due mesi di vagare per gli oceani, le persone sono distrutte e sfiancate, il personale di bordo si è annoiato di andare in giro a controllare chi non usa la cintura di sicurezza sui seggiolini, chi ha lasciato il water con la tavoletta sollevata, ecc. Il capitano continua imperterrito con le sue dirette social, dopo aver nominato varie commissioni di esperti per uscire dall’impasse: ognuno dice la sua, spesso facendo ancora più confusione dei complottari stessi, tutti vanno alla ricerca del like e della diretta per gonfiare i propri ego, nessuna soluzione valida.

A un certo punto il capitano decide che ci vuole una app di navigazione che, incrociando tutti i dati dei passeggeri inclusi i segni zodiacali, li processi in un algoritmo per decidere quale sia la rotta sicura per approdare da qualche parte. Gli ingegneri informatici propongono una soluzione abbastanza stabile e rispettosa della privacy, ma il capitano preferisce affidare tutto alla Lollipop Enterprise, la stessa società che gestisce le slot machines di bordo, col risultato che la app esce con una grafica fighissima, ricchi premi e notifiche da urlo, ma è praticamente inutile per gli scopi prefissati.

Alla fine, il capitano decide di affidare il controllo della nave ai passeggeri, si ritira in cabina con uno sparuto gruppo di crisi per cercare un nuovo piano editoriale da mandare sui social e sulla tv nazionale, per comunicare al meglio come ha gestito la crisi: del resto, se la nave dovesse andare a sbattere contro una scogliera, la colpa sarebbe di quegli incapaci dei passeggeri. Salite a bordo cazzo!

Ecco perché la fase 2 è una trappola: hanno usato i dati a casaccio sin qui, per imporre un lockdown poliziesco, mentre il problema era il sistema sanitario e l’impreparazione alla gestione della crisi. Adesso, qualsiasi cosa succederà, la colpa sarà sempre e comunque dei cittadini, con buona pace delle fabbriche mai chiuse, delle imprese riaperte in deroga, delle case di cura e degli ospedali divenuti focolai d’infezione.

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Covid19 Psycho Circus

Trasformare la tragedia in farsa, mescolare il drammatico con il grottesco: la pandemia all’italiana è un format piuttosto logoro. Sin qui il lettore potrebbe pensare: il tragicomico è un tratto dominante della cultura nazionalpopolare, così ben messo in scena da centinaia di film da Fellini a Scola, Monicelli, ecc.

Quindi ce lo potevamo aspettare. Certamente, ma il modo in cui ci si è arrivati è veramente notevole, tra dilettantismo, decisionismo paternalista, sceriffate in diretta facebook, elicotteri da Barbara D’Urso. Del resto, in questa storia qua mica ci sono i maestri del cinema italiano, ma Conte, Casalino, Renzi, Salvini, Di Maio, ecc.

Riassumiamo: a fine 2019 il Covid inizia la sua strada, in Cina, probabilmente tra mercati/macelli a cielo aperto di animali di piccola taglia: il virus infetta lo Huabei e la più famosa Wuhan. Per i primi mesi il regime cinese glissa, sopisce, vaporizza medici e giornalisti colpevoli di denunciare l’epidemia. L’OMS a libello globale un po’ tiene bordone ai cinesi, un po’ attiva un minimo di protocollo emergenziale, ma nessuno prende sul serio la minaccia.

In Italia, nonostante si sapesse già da gennaio (quindi probabilmente a livello di intelligence si “sapeva” da dicembre), il governo fa finta di nulla, segue pedissequamente la linea del fido regime cinese: l’epidemia non esiste, è una semplice influenza, solo un po’ più aggressiva. Fa niente che Wuhan e la Lombardia siano collegate da tutta una serie di rapporti commerciali e che la comunità cinese, a cavallo delle feste, faccia avanti e indietro dal paese.


A giochi fatti, mesi dopo, il governo italiano sostiene che il piano emergenziale c’era già a gennaio/febbraio, ma non si è voluto “spaventare gli italiani”. Se ciò corrisponda o meno a verità, impossibile saperlo, ciò che sappiamo con sicurezza è che durante i primi mesi del 2020 il governo decide di non intervenire in quei focolai che poi, di fatto, rendono la Lombardia una grande anomalia.

Non intervenendo subito nei focolai epidemici iniziali, evitando di fermare la produzione in quei luoghi ad alta industrializzazione (e popolazione), il governo compie un errore imperdonabile. Come verrà poi confermato, l’inquinamento atmosferico, l’alta densità abitativa, la forte mobilità, danno al virus l’ambiente perfetto per proliferare.

Quando è troppo tardi, a marzo, il governo decide (dato che non voleva spaventare gli italiani) di adottare le misure più drastiche in termini di chiusura dei cittadini al di dentro delle mura domestiche: nessun paese europeo ha adottato criteri simili, ciò nonostante l’Italia è uno dei paesi peggiori ad aver gestito la pandemia. Questo perché 1 contagio su 2 è avvenuto nelle case di cura, i centri per anziani divenuti luogo di strage, 1 contagio su 4 è invece avvenuto tra le mura domestiche (se chiudi in casa gli asintomatici, infettano il resto della famiglia), 1 contagio su 10 è avvenuto negli ospedali (perché, a differenza che in Cina, in Italia non ci sono stati cordoni sanitari).

Insomma, circa l’80% dei contagi è avvenuto senza che il famoso “modello italiano” di lotta al Covid19 potesse produrre effetti. Tutto ciò mentre i media mainstream creavano una cappa di iperrealtà, lodando il “modello italia che tutti ci copiano”, gufando contro i paesi stranieri che adottavano misure diverse: robe da Minculpop, con la potenza di fuoco a reti unificate: tv, stampa, social media.

Questa costruzione di una realtà alternativa dove il “modello italiano” è il migliore del mondo ci ha anche dato la possibilità di assistere a intrepidi inseguimenti di elicotteri delle forze dell’ordine alla caccia di corridori solitari, sparuti bagnanti su spiagge deserte, rari bivacchi in sperduti prati e boschi. Roba che, se si facesse per il crimine tradizionale, mafia e camorra sarebbero finite da un pezzo.

Un delirio da film distopico, ma è il prezzo da pagare quando sul banco degli imputati si mettono i cittadini, piuttosto che il sistema stesso che ha colpevolmente lasciato che il virus proliferasse. Nessuna parola sul modello di sanità lombarda, che produce danni come quello USA: sicuri che le privatizzazioni siano il massimo? Nessuna parola sui comportamenti che, realmente, potrebbero incidere sui contagi: mantenere alta l’attenzione su igiene e cura (della persona e degli ambienti), distanziarsi fisicamente (pur facendo le normali attività quotidiane), fare attenzione ma senza perdersi nella paranoia.

No, la caccia all’untore, le credenze pseudo-scientifiche in prima pagina (Repubblica – Il virus é nell’aria), il dispositivo lombrosiano per addossare la colpa ai “furbetti”, l’elevazione delle forze di polizia/militari a custodi del benessere biopolitico: roba da regimuccio di altri tempi. O roba da regime cinese, se non fosse che in Cina sono talmente abituati a gestire queste cose, che riescono comunque a ottenere dei risultati. Noi, al massimo riusciamo a fare pubblicità a Bending Spoons.

E allora, se il popolo ha bisogno di tamponi, il governo tira fuori i droni. Se c’è bisogno di ancora più tamponi e di prevenzione, allora il governo impone, ma senza neanche troppa decisione, di usare le mascherine ovunque e sempre, anche se scientificamente non sono testate e servono a dare un senso fittizio e simbolico di protezione: un po’ come proteggersi dal virus col segno della croce.


Nella fase iniziale della crisi, quando metà governo voleva “chiudere tutto” e l’altra metà “riaprire subito”, ancora ci si poteva tutto sommato concedere un legittimo beneficio del dubbio: riusciranno i nostri eroi a compiere le scelte giuste, dopo un’iniziale fase di supercazzole? Certo, stiamo parlando di una delle classi politiche più inadeguate degli ultimi decenni, espressione del complottismo digitale, delle ricerche su internet per curare il cancro col bicarbonato, politici capaci di credre alle più grosse e spettacolari fandonie, se queste producono engagement sui social media e voti su Rousseau.

Aggiungiamo a questo una compattezza monolitica del sistema dei media e dell’informazione: da una parte la verità vera e provata, anche se “il virus è nell’aria” e “le mascherine non sappiamo se funzionano o no”. Come dicevamo in apertura, il tragicomico carattere nazionalpopolare, l’italiana impossibilità di abbandonare la superficialità, la trascuratezza, l’incapacità di rinunciare al sensazionalismo da quattro soldi, la tendenza a essere faciloni (tanto nel preoccuparsi che nello sminuire): l’emergenza drammatica del Covid ha letteralmente pascolato in questo campo.

Ancora, i numeri falsati, le statistiche date alla carlona, infine Conte che decide di non riaprire in base a uno studio che ha ampiamente sovrastimato la popolazione italiana: è l’iperrealtà, bellezza e tu non ci puoi fare nulla. O meglio, mentre le task force antibufala chiudono blog da quattro soldi e profili social di ciarlatani (quasi) innocui, il governo, Burioni, Repubblica, possono dire qualsiasi corbelleria, anche se va a danno di un intero paese.


La politica in tutto questo gran trambusto ha comunque trovato il tempo di spartirsi le nomine sulle aziende a partecipazione statale, con un redivivo Renzi che sembrava Mastella: con un partitino da 3-6% far ballare la maggioranza, passando all’incasso sui nomi da confermare. Tutto ciò mentre il M5S continua a sfaldarsi (forse solo in apparenza) tra governisti e rivoluzionari, pur accaparrandosi il giusto nelle nomine e il centrodestra, archiviata per ora la bestia salviniana, sembra vedere l’ascesa della Meloni, diventata di colpo strenua difensrice delle libertà costituzionali e dell’esercizio democratico.

Ora, che i decreti emanati da Conte siano stati sin qui piuttosto dubbi, anticostituzionali e ricchi di autoritarismo, non c’è dubbio. Il dubbio viene invece quando Salvini e Meloni, con la scusa di fare videazzi per youtube e propaganda spiccia, si spacciano appunto per i salvatori della patria. Molto probabilmente, se in questa crisi ci fossero stati loro al potere, la svolta autoritaria sarebbe stata molto più decisa e le forze dell’ordine si sarebbero sentite molto più tutelate nei loro abusi.


Finché dura l’emergenza, durano Conte e il suo governo. La tendenza a spacchettare il potere in tante task force, rivelatesi poi inutili, e al contempo a centralizzare su di sé la comunicazione e la gestione come se si trattasse di propaganda politica, terreno in cui sindaci e governatori hanno banchettato a seguito, ha indispettito finanche la Chiesa. Fin qui Conte è stato un buon servo di Confindustria e di tutti quei poteri che hanno benedetto questo governo (non importa se nella prima o seconda versione), ma il conto di questa crisi sarà duro da saldare.

Chiunque venga dopo, probabilmente cambierà poco: si sono gettate in modo quasi stabile le fondamenta per la cinesizzazione del paese. Se questa crisi riesce a erodere definitivamente il risparmio e il patrimonio immobiliare di ciò che resta della classe media, appiattendo tutto verso il basso, la finanziarizzazione selvaggia ridurrà le possibilità di sviluppo dei cittadini, costringendo buona parte di essi a lavorare per la sopravvivenza.

Una caduta verso il basso potrebbe forse aprire gli occhi di molte persone, che di colpo potrebbero rendersi conto di quanto l’epidemia possa essere reale, nei suoi effetti biologici o sociali, più per i comuni cittadini, laddove di politici, industriali, calciatori e veline, non paiono riempirsi le statistiche di morti e fallimenti.

Alla fine del circo, se lo spettacolo è deludente, pagano gli spettatori e i mestieranti, non certo i padroni.

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Lockdown e Liberazione

perché si festeggia il 25 aprile | +L'Usignolo+Veritatem ...

Sono anni che questa classe politica tenta, in un modo o nell’altro, di appiattire, cancellare, archiviare, i significati più profondi del 25 Aprile come festa di liberazione nazionale dal nazi-fascismo.

Serviva un’occasione irripetibile per imporre una serie di provvedimenti liberticidi, annullare le libertà civili, sociali e individuali, provare a narcotizzare, immobilizzare, reprimere e soffocare, quel residuo di sentimento libertario e democratico di questo paese.

Grazie alla gestione militaresca e poliziesca dell’emergenza covid19, questo governo ci è riuscito, almeno in parte, almeno sin qui. Questa classe politica, in buona parte espressione pura del rossobrunismo, che da tempo tenta di appropriarsi di simboli e caratteri libertari per omogeneizzarli nel calderone del post-pensiero dell’alt-right, avrà in sede storica la responsabilità dello scempio, della malagestione, della propaganda urlata. Ammesso che ci sia ancora una possibilità di scriverla la storia, rispetto a una mente collettiva che nel populismo digitale, nei social media e nel flusso perpetuo della comunicazione effimera, ha quasi del tutto perso la capacità critica, generativa e connettiva.

La memoria, oggi, da stratificazione complessa e variegata di pensiero, parola, identità, che porta in dote il conflitto e le relazioni di potere, sta diventando tabula rasa dove inscrivere post, like, app, banalità liquide buone per un giro di condivisione e commento. Non c’è più spazio per ricordare, troppa fatica, meglio delegare ai padroni del linguaggio, che impongono forme di controllo attraverso strutture invisibili, per sorvegliare e punire.

Resistenza!

Il China-washing accelera

Leggere la situazione attuale, senza prima contestualizzare il tutto in una prospettiva geopolitica e strategica, è completamente inutile. L’Italia è il perno dell’Unione Europea e in questo momento ci sono almeno due grandi forze che premono per far saltare tutto: Cina e Russia. Il populismo euroscettico in Italia del resto guarda da tempo a questi due paesi e lo svuotamento della politica prodotto in questi ultimi 10 anni, finisce per incidere parecchio sulle posizioni ondivaghe assunte dai leader nostrani: non essendo più capaci di guardare all’interesse nazionale, pensano più che altro a favorire chiunque li appoggi dall’esterno.

Una dinamica del genere è stata la costante dei leader populisti, da Renzi a Salvini, laddove il primo aveva scelto di essere alfiere di una parte del deep-state americano e il secondo ha invece, nel corso del tempo, provato a rispondere alle sirene dell’internazionale populista, da Trump a Putin. Eppure, anche la Lega, assieme al M5S, si è fatta garante dell’accordo con la Cina, la famosa via della seta. Ecco perché bisogna leggere con attenzione il rientro in scena di Alessandro di Battista.

La Cina in questo momento ha bisogno di ripulirsi l’immagine, per questo alimenta il complotto del virus “portato a Wuhan dagli americani”, mentre Trump continua a parlare di “virus cinese” e attacca l’OMS, un’organizzazione che ha mostrato parecchie lacune e che, in buona parte, ha agevolato l’iniziale insabbiamento cinese dell’epidemia. In Italia è finito nell’occhio del ciclone Walter Ricciardi, uno dei frontman dell’OMS, fin qui prodigo di dichiarazioni contradditorie (si pensi alle giravolte sulle mascherine), talvolta apocalittiche (a sentir lui, quest’emergenza sarà infinita).

Di Maio, come ministro degli esteri, sin qui è stato in prima linea, militarizzando il Tg1 e mostrando continuamente gli aiuti degli amici cinesi. In ballo non c’è solo un’alleanza commerciale, ma anche un’influenza sociale di non poco conto: la Cina ha bisogno di legittimare non solo la narrazione della pandemia, ma anche il proprio modello di vita. In questo è l’Italia che le sta andando incontro, come testimonia la volontà di affidare a una società che produce app di gamificazione e quantificazione digitale, la famosa app di contact tracing e al contempo lanciare anche un’altra app per l’identità digitale, che dovrebbe consentire di certificare spostamenti e stati di salute tramite qr code. Il modello del social network di stato e del social credit cinese, l’idea della gamificazione delle prestazioni sociali, delle attribuzioni di punteggi e patenti per consentire ai cittadini di esercitare i propri diritti, tutti elementi che, se dovessero entrare nel sistema Italia, mostrerebbero un’asse Roma-Pechino sempre più solido.

Di Battista ha usato facebook e Il Fatto Quotidiano per entrare a gamba tesa su elementi divisivi come il MES e tendenzialmente più di nicchia, come le nomine delle aziende partecipate, che interessano parecchio ai politici, molto meno alla stragrande maggioranza dei cittadini, figuriamoci ai tempi del virus. Senza entrare nel merito dei soliti cliché del Dibba, tanto vale soffermarsi su un singolo passaggio: “Senza l’Italia l’Ue si scioglierebbe come neve al sole. Poi un rapporto privilegiato con Pechino che, piaccia o non piaccia è anche merito del lavoro di Di Maio ministro dello Sviluppo economico prima e degli Esteri poi. E la Cina, ed è paradossale essendo stato il primo paese colpito dal Covid-19, uscirà meglio di chiunque altro da questa crisi. La Cina ha utilizzato al meglio il soft-power, è riuscita a trasformare la sua immagine da untore ad alleato nel momento del bisogno”.

Di Battista chiude con questa sinistra profezia (che ricorda molto i video di Gaia di Gianroberto Casaleggio, di recente citati dal figlio proprio in occasione della pandemia Covid19): “il mondo sta cambiando e la geopolitica, nei prossimi mesi, subirà enormi mutamenti. La Cina vincerà la terza guerra mondiale senza sparare un colpo e l’Italia può mettere sul piatto delle contrattazioni europei tale relazione”.

Le questioni interne al M5S sono da tempo irrisolte e in questo senso l’emergenza è stata un toccasana per Di Maio e il suo inner circle, idem per Casaleggio. Non è detto che Dibba stia attaccando tout court Di Maio, probabilmente il bersaglio grosso è Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio è stato fin qui “l’uomo forte al comando”, inoltre assume grosse responsabilità tanto su eventuali accordi economici, come il MES, tanto sulle nomine. Conte al momento gode di grande consenso, che è stato coltivato ed espanso grazie alla pandemia, ma più il tempo passa, più emergono i troppi errori e la grande incapacità nella gestione reale dell’emergenza. Fuori dalle dirette facebook, che aiutato i sondaggi, ma non il mondo reale, mentre i governatori e i sindaci si contendono le praterie mediatiche aperte da questo gigantesco apparato di propaganda emergenziale, avanza la consapevolezza che Conte, e il governo, hanno in buona parte delegato alle task force, agli esperti, alle forze dell’ordine, senza prendersi grosse responsabilità. Al momento, si porta avanti una quarantena surreale, senza sapere cosa fare per riaprire, senza un disegno strategico, senza volontà di prendere in mano il paese, in balia di sceriffi che sempre più si contendono i propri 5 minuti di gloria: non solo governatori e sindaci, ma polizziotti, giustizieri, delatori.

Quando l’emergenza sarà finita e il crollo finanziario si accompagnerà a una situazione psico-sociale disastrosa (bambini-adolescenti traumatizzati, milioni di disoccupati, depressione di massa, ecc.), probabilmente al M5S farà comodo tornare all’opposizione, oppure rifondare l’alleanza con la Lega: questo è probabilmente ciò che Dibba e molti altri pensano. C’è poi un’altra questione: il M5S al momento potrebbe essere scalato da Conte, ripreso da Di Maio, oppure tornare alle origini (con Dibba, appunto). L’incertezza può portare a una continuazione forzata dell’esperienza di governo, per paura di perdere consenso alle urne, oppure si potrebbe assistere a un progressivo logoramento e spacchettamento del M5S: l’OPA di Dibba è anche, probabilmente, un tentativo per riprendersi tutto, o almeno una parte, del movimento.

Un’ultima considerazione: in questo momento l’Italia sta vivendo la più grave sospensione della democrazia, della libertà e dei diritti universali, sociali e individuali, dai tempi del fascismo. Chissà se gli elettori pentastellati si sono resi conto che, al netto di Lega e PD, Conte è espressione diretta del M5S e che questa responsabilità, in sede storica, ricadrà in buona parte su di loro.

La fase antani

Fin qui l’azione del governo è sintetizzabile più o meno così: non abbiamo strutture sanitarie adeguate, non abbiamo idea di come combattere questa pandemia, gli esperti vanno bene (ma solo se dicono cose a noi favorevoli), si chiude tutto (tranne ciò che per Confindustria deve restare aperto), restate a casa che intanto ci pensiamo.

Il tempo è passato e il famoso modello Italia, mix di narrativa guerresca e nazional-popolare, la colpevolizzazione del singolo e la caccia continua al capro espiatorio, l’invito alla delazione e all’esposizione di furbetti e untori, sembra produrre ben poco rispetto alle aspettative. Senza guardare a paesi africani dove la polizia uccide direttamente i trasgressori per strada, a paesi semi-democratici sparsi per il globo, o al regime cinese, l’Italia potrebbe rappresentare l’anomalia europea per eccellenza.

Laddove in altri paesi europei, tranne la Spagna, la responsabilizzazione diretta del cittadino e la fiducia nelle istituzioni ha tendenzialmente prevalso, invitando le persone a distanziarsi e quindi a procedere nelle proprie attività rispettando i protocolli opportuni, in Italia il cittadino è stato trattato come un imbelle, incapace, sostanzialmente inetto, potenzialmente mentitore e deviante. La guerra di tutti contro tutti, pur di evitare l’impietosa analisi dei problemi sanitari, dell’emergenza dapprima taciuta e sottovalutata.

Non si spiega diversamente perché mandare in tv da Barbara D’Urso e su Rai3 gli elicotteri dei finanzieri che inseguono runner solitari, con scene da pessimo b-movie anni ’80. Non si spiegano migliaia di sanzioni irrogate spesso in maniera arrogante, proditoria, contro persone che avevano come unica colpa quella di provare a vivere, nonostante tutto.Nonostante i divieti, un funerale mafioso in pieno giorno, avvenuto nella stessa città dove il sindaco si è distinto per truci dirette facebook, al limite tra il ridicolo e il distopico.

Nonostante a livello medico sia consigliato fare attività fisica, per tenere il corpo in forma e non subire cali di anticorpi per via dello stress psico-fisico, semplicemente uscendo almeno una volta al giorno all’aria aperta, in Italia abbiamo chiuso i parchi e criminalizzato gli sportivi solitari, dando in pasto al pubblico ludibrio i furbetti della corsa, del portare il caso a spasso, ecc. Adesso si metteranno sotto accusa le istituzioni più esposte, si cercheranno capri espiatori tra i quadri intermedi, per dare in pasto al pubblico qualche testa illustre: il sistema, il potere centrale, nel frattempo, non si discute.

Non solo, si è demonizzato tout court lo stare all’aria aperta, grazie a media condiscenti che hanno sparato titoli fuorvianti: “il virus è nell’aria”. Tutto questo dicendo che “non ci sono alternative”, con decreti speciali, dando ampi poteri discrezionali alle forze dell’ordine, simbolicamente equiparate ai medici, nel fuorviante discorso guerresco che produce concetti biopolitici da regime distopico.

Tutto questo, invocando la jella per Boris Johnson, per gli svedesi, per chiunque non la pensasse come il nostro santo uffizio della pandemia, che a furia di decantare il modello cinese ne ha preso solamente i tratti più oppressivi, dalla sorveglianza digitale alla repressione fisica.

In tutto ciò, Conte ha condotto una sua personale campagna elettorale, recuperando tutto quanto negli scorsi anni gli era stato sottratto (mediaticamente) da Salvini e Di Maio. Con le dirette facebook, la gestione dell’emergenza Covid ha trasformato le conferenze stampa in show propadandistici, senza domande e senza dialogo. La logica degli annunci leakati, il senso di attesa per la nuova diretta (attesa che qualche volta è servita per correggere il decreto secondo i dettami degli industriali), infine la delega tecnocratica ai fantomatici esperti. La debolezza di questo governo è tutta qui e queste misure liberticide potrebbero spianare la strada a derive dispotiche: meno male che Salvini al momento non era ministro dell’interno, ma in futuro?

Quello che emerge è la volontà di imporre nuovi paletti, in cambio di un po’ di libertà: la app di stato, con codici QR da esibire alle forze di polizia (come in Cina), potrebbero essere il viatico verso il modello del social credit card, spostando geostrategicamente l’Italia verso il modello chiuso e centralizzato di internet, spalleggiato da russi e cinesi. Perché ancora il governo si sta preoccupando di qr code per sostituire l’autocertificazione? Probabilmente per spostare in alto l’asticella del controllo sociale, che tornerà utile per gestire le future tensioni sociali derivanti da questa grande crisi e gettare le basi per uno stato autoritario, che maschera gli strumenti del controllo sotto la retorica del “non c’è alternativa, è per il vostro bene”.

Le curve di contagio nei vari paesi europei sono piuttosto simili, l’Italia ha il più alto tasso di mortalità e si vanta del proprio modello di contenimento: mentre si inaugurano task force per combattere le bufale sul web, governo e media mainstream sono impegnati nel diffondere fake news di stato, con tutti i mezzi e le forze possibili.

Quest’invenzione della realtà segna un’era in cui la post-verità è già uno strumento di soft-power per disciplinare i cittadini: le tecnologie del dominio si affacciano agli anni ’20 del duemila, ugualmente a quanto accadde negli anni venti del Novecento. Il resto è ancora da scrivere, si spera.

Epidemia, post verità e pensiero magico

Nei riti religiosi, soprattutto nei monoteismi abramici, spesso si assiste a riti di penitenza collettiva, pensati per placare l’ira divina. Laddove qualche secolo addietro avremmo, penso soprattutto a Italia e Spagna, esibito orde di persone nell’atto di flagellarsi le carni, imbastire autodafé, mettere al rogo eretici, espiare il digiuno e clausura per placare la grande peste, oggi assistiamo al rito collettivo dell’#iorestoacasa. Nella grande congrega dei social media, oggi si moltiplicano i post per certificare l’adesione al grande show, attraverso il quale corpo sociale e mente collettiva mettono in mostra il sacrificio, del singolo e di tutti, per provare a placare la pandemia.

Come già argomentato in post precedenti, lo scopo di questa colpevolizzazione di massa, della polarizzazione verso determinate figure – dapprima i runner, poi chi non indossa la mascherina – è perseguito dal sistema, politico ed economico, per evitare di affrontare le colpe reali: smantellamento della sanità pubblica, impreparazione agli eventi globali di natura catastrofica, incapacità di reazione rapida alla pandemia stessa. Non è necessario qui ripercorrere la serie di sciagurate decisioni prese dall’Italia in questo frangente: ormai, nonostante la strombazzata narrativa vincente del modello italiano, iniziano a emergere gli errori.

Non si sa se faranno ammenda coloro che erano chiamati a decidere: men che meno risulta probabile che la Cina dichiari prima o poi quanto hanno pesato i ritardi, le menzogne e gli insabbiamenti, nella prima fase dell’epidemia. Quello che sembra certo, al momento, è che l’intero popolo italiano è chiamato al sacrificio. Con la prossima spettacolare operazione di contenimento (pattuglie, droni, sindaci che scimmiottano Mussolini), proseguirà per tutto il mese di aprile la persecuzione del singolo, la ricerca spasmodica del cittadino indisciplinato.

Cittadini da sorvegliare e punire, invitati alla delazione: tutto pur di evitare qualsiasi focus verso la responsabilità della classe dirigente. Una classe politica che ha ignorato per due mesi l’epidemia, allineandosi alla narrativa del regime cinese, per poi reagire in maniera schizofrenica alla scoperta dei primi focolai: chiudiamo tutto, ma Milano deve ripartire, chiudiamo qualcosa a seconda dei dettami di Confindustria, zona rossa, arancione, gialla. Introducendo misure via via sempre più limitative, mettendo un paese agli arresti domiciliari, in un modo che non ha pari nel resto del mondo, la spettacolarizzazione del Covid ha prodotto sempre nuovi capri espiatori: gli sportivi solitari, il runner, il cittadino che passeggia, gli anziani che vanno più e più volte a fare la spesa, i genitori che chiedono aria per i bambini. Quando tutto ciò sarà finito, ci ritroveremo con un paese avvelenato nella psiche, con l’immagine residua di questi obiettivi sui quali si è scaricata una colpa enorme: il contagio, è colpa tua se c’è il virus!

Quando tutto sarà finito, milioni di italiani avranno ricevuto un condizionamento mentale che li porterà a odiare chiunque abbia riservato per la propria persona un po’ di libertà, chiunque voglia avere uno stile di vita diverso da quello prestabilito per decreto legge.

Il pensiero magico del resto ha accompagnato anche alcuni interventi “scientifici”, si pensi al balletto sull’uso delle mascherine: servono, non servono, è avvelenata l’aria, no solo quella all’interno di edifici con molte persone, ecc. Alla fine metteremo tutti le mascherine come se fossero corone d’aglio contro i vampiri: del resto il Covid pare provenga dai pipistrelli, magari una mascherina all’aglio è quello che ci vuole e si rivelerebbe utile anche per il distanziamento sociale.

Rispetto alla post-verità, mentre il governo ha pensato di delegare una sorta di ministero della verità alla caccia delle bufale online, nessuno ha pensato che se le narrative complottistiche restano in fondo dei passatempo quasi innocui, finché non sfociano nelle cure fai da te a base di bicarbonato e limone, nel frattempo le grandi fake news girano sui media mainstream. Ma cosa si può pretendere da un governo sin qui prono al regime cinese?

Ultimo appunto sulla post-verità: essa è sempre stata un problema dei social network commerciali di massa. Allora qualcuno dovrebbe spiegare perché sin qui la comunicazione della crisi si è svolta proprio in questi canali. Certo, l’occasione di fare cassa di like è sembrata ghiotta a tanti, così come andare nel salotto televisivo dalla D’Urso per pregare in diretta, o per spiegare la “fase 2”: alla fine, ogni tragedia in questo paese diventa una farsa nazional-popolare.

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Crisi e comunicazione

Ci sono tre casi di comunicazione della crisi che possono aiutare a comprendere come l’attuale “stato di emergenza” stia ponendo le basi per un futuro assetto autoritario. Non è detto che ciò debba accadere per forza, ma è obbligatorio oggi aumentare la consapevolezza verso il pericolo, se si hanno a cuore la democrazia e i diritti personali.

Il caso di Conte, con la successione di decreti e dirette facebook, pone un serio problema, ponendo un precedente che, in caso di future emergenze, potrebbe essere sfruttato in modo più estremo da qualche politico più spregiudicato. Conferire maggiori poteri al presidente del consiglio, scavalcare il Parlamento, rivolgersi al “popolo” attraverso un social network (di proprietà straniera), l’anticipazione di elementi dei decreti come forma di controllo del sentiment: tutti questi elementi concorrono a cancellare l’assetto democratico fondato sulla Costituzione.

Le scelte di oggi potrebbero rivelarsi un comodo precedente per chi domani volesse perseguire emergenze di carattere diverso (terrorismo, conflitti sociali, ecc.); inoltre mostrano la debolezza intrinseca di questo governo, incapace di calibrare azioni di coordinazione e prevenzione in modo neutrale e appropriato alla situazione.

La comunicazione della crisi dovrebbe rispettare dei protocolli seri e definiti, non prestare il fianco alle tentazioni personalistiche: l’attuale gradimento intorno al 50% di Conte, del resto, fa pensare a una polarizzazione in atto nel paese, tra chi è fiducioso nella comunicazione emozionale e nell’operazione di contenimento militare-poliziesco, e chi invece percepisce il senso di sbandamento dell’intera nazione e i problemi causati dalla pandemia.

Infine, non riuscendo ad arginare il personalismo dei governatori, Conte fatica a imporsi e abdica dal suo ruolo, virtualmente costruito a colpi di dirette facebook e decreti. Nei prossimi mesi il paese sarà allo stremo, a quel punto occorrerà un cambio di passo, sia nelle decisioni, che nelle azioni da intraprendere, ma soprattutto nel correggere il tiro di un modello di comunicazione, apparso sin qui tutt’altro che rassicurante.


Il caso dei governatori in cerca di visibilità, o che talvolta portano istanze corrette, è in parte correlato con quello del governo centrale. Laddove De Luca ha sin qui pensato di occupare lo spazio mediatico che sarebbe stato di Salvini, “l’uomo forte al comando”, ci sono state altre prese di posizione, al nord Italia, che vanno dalla richiesta di cancellazione dei diritti alla privacy, alla richiesta di più tamponi. Ultimo caso di ricerca di visibilità, Virginia Raggi a Roma, anche lei ha cercato di lucrare visibilità dall’epidemia, lanciando un sistema digitale di delazione, che invita i cittadini a segnalare presunti assembramenti, o concittadini in comportamenti sospetti.

Bisogna qui fare una considerazione principale: la pandemia ha chiaramente assunto una centralità inamovibile, nell’infosfera, nell’immaginario e nei pensieri di tutti. Molti politici (e i loro staff di comunicazione) hanno giustamente pensato di andare a occupare spazi di comunicazione a ridosso della bolla Covid. La figura dell'”uomo forte” affascina i governatori e il modello cinese della sorveglianza piace ai sindaci, ma da qui in poi ci si potrà aspettare di tutto.

Campagna shock del sindaco di Cagliari

Il sindaco che urla dal drone: dove cazzo vai!!

Piccolo capolavoro di strategia comunicativa è venuto dal solito De Luca in Campania, che a ridosso dell’ultimo decreto di Conte, ne ha subito prodotto un altro, per sconfessare la linea del governo sulle sanzioni e soprattutto per aumentare i giorni di chiusura sino al 14 aprile. In questi casi va sempre ricordato che, soprattutto al Sud, l’esasperazione sarà a breve intollerabile, in quanto molti cittadini inizieranno a far fatica nella vita quotidiana: allora probabilmente De Luca dovrà rendere noto se col suo lanciafiamme e coi suoi militari è riuscito a debellare il virus.


Il nuovo modulo di autocertificazione chiude in grande bellezza questa carrellata di casi di comunicazione di crisi, gestita nei modi peggiori. L’ultimissimo modello ha raggiunto una densità enorme, tanto da dover essere spiegato con dovizia di particolari. Si tratta di un modulo di non facile comprensione, per una persona con scarse competenze e alfabetizzazione: una situazione non proprio rara nel nostro paese.

Questo modulo rappresenta l’ennesima evoluzione determinata dal ripercuotersi di ordinanze e decreti e, sorprendentemente, la sua annunciazione è stata data dal capo della polizia, che ha usato anche queste parole: “Ci sono le straordinarie persone che combattono negli ospedali e poi c’è un’altra battaglia che vede impegnati i nostri uomini, quella di spezzare la catena del contagio, perseguendo i furbi, chi con comportamenti sbagliati introduce un vulnus al sistema che può vanificare gli sforzi che si stanno facendo”.

Sembra incredibile che nel 2020 si possa affidare alle forze militari e di polizia la cura della persona, o, forse, questa si sta rivelando l’unica scelta, dopo vent’anni di devastazione della sanità pubblica. Laddove si è registrata una forte tendenza alla colpevolizzazione del cittadino, nelle parole del capo della polizia si intravede un’interpretazione ulteriore: la colpa dei contagi appartiene ai furbi, coi loro comportamenti. Concetto lombrosiano, che ricorda secoli bui per la democrazia.

Posto che l’immagine di militari che giudicano lo stato di salute delle persone è qualcosa che rimanda alle disperate scene di ingresso nei campi di concentramento del secolo scorso, oggi almeno il capo della polizia evita di elevare le proprie competenze a quelle biopolitiche, limitandosi a stabilire una correlazioe tra contagi e furbizia. Ricordiamoci queste teorie, quando magari domani si applicheranno norme restrittive a fenomeni diversi da quelli del Covid.

Popultainment

A fine gennaio Conte sosteneva che l’Italia era già pronta per il Covid. Restando appiattito sulla linea del regime cinese, l’Italia ha per i primi mesi del 2020 fatto finta di nulla, o quasi. Oggi che la pandemia è grave, Conte si è scoperto decisionista e, scavalcando il Parlamento, sta giocando coi decreti d’urgenza, che si accompagnano alle dirette facebook.

Popultainment significa fare politica attraverso un rapporto gamificato, all’interno di una cornice di intrattenimento, comunicando con uno stile populista. Non si capisce perché Conte debba usare un metodo del genere in un momento in cui la comunicazione della crisi necessiterebbe di uno stile maggiormente formale, scarno, lontano dai toni della propaganda elettorale.

Soprattutto, in momento così cruciale, non si capisce perché affidare comunicazioni d’interesse nazionale a uno strumento proprietario nord-americano, ovvero il social network di Mark Zukerberg. O meglio, la ragione è facilmente intuibile: Conte preferisce usare uno strumento dove l’unica interazione può essere lo sfogo emozionale, gamificato attraverso l’interfaccia di Facebook, e allora via a cuoricini e like, piuttosto che permettere a giornalisti e altri di intervenire in maniera più approfondita.

Altro elemento assolutamente deprecabile, la strategia del leak: si fanno uscire le anticipazioni per tastare il sentiment del pubblico e poi si corregge il tiro via via che bisogna ufficializzare il decreto. Esempi pratici: quando si è provato ad anticipare una possibile riduzione dell’orario dei supermercati, la gente si è accalcata in fila sin dal mattino, ottenendo l’effetto contrario. La misura non è stata in seguito adottata. Ben più grave, l’anticipazione sulla chiusura totale dei reparti produttivi: quando Confindustria ha appreso l’anticipazione e alzato la voce, via via il listone di attività derubricate da non necessarie a necessarie è aumentata, causando malcontento nei sindacati e nei lavoratori, mostrando ancora una volta che la terribile crisi sanitaria del Covid non si ferma davanti all’interesse del capitale.

Tra le ultime parole interessanti da analizzare nel discorso del 24 marzo, quelle sulle autonomie regionali: “La disciplina di cornice ce la riserviamo noi come governo, ma lasciamo la possibilità alle regioni di fronte a specifiche situazioni, la possibilità di adottare anche misure ulteriori”. Un modo come un altro per dare libero sfogo ai governatori in cerca di visibilità, come De Luca, lavandosi le mani delle responsabilità e dando ancora più adito alle forze militari e di polizia di interpretare a proprio piacimento i dispositivi di sicurezza.

Infine, rispetto al possibile sciopero dei benzinai, Conte ha annunciato una sorta di precettazione; questo governo non farebbe mai uno sgarbo ad Amazon e alla logistica, vero? Poi una chiusura in perfetto stile Tatcher – There Is No Alternative: “I sindacati sanno che le porte di Chigi e dei ministeri sono sempre aperte. Per me il metodo migliore è il confronto. Ma la possibilità di decisione spetta al governo. Non possiamo introdurre modalità di codecisione come nella concerteazione degli anni 90 che è un periodo superato”. “Stiamo facendo degli aggiustamenti coinvolgendo anche i sindacati che non sono rimasti soddisfatti per alcune scelte. Mi auguro che non ci siano scioperi di sorta. In questa fase il paese non se lo può permettere”.

Insomma, il bastone e la carota, come pure in occasione dell’anticipazione uscita sulla possibilità di estendere la zona rossa fino al 31 luglio, ripresa solo come una possibilità, ma senza dare rassicurazioni specifiche. Forse, tra qualche anno saremo pronti a ragionare meglio sul perché il popultainment è la politica peggiore di questi anni. In attesa, cliccate amen e convididete una preghiera per San Giuseppi Avvocato d’Italia.